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	<title>Editoriale - Format Rieti - il giornale online di Rieti</title>
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	<description>Format, il giornale cartaceo e online che dal 1998 vi raggiunge in qualsiasi parte del mondo raccontando Rieti e Provincia</description>
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		<title>L&#8217;editoriale: Le priorità di una città</title>
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		<dc:creator><![CDATA[StefaniaSantoprete]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 17:46:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Stefania Santoprete &#8211; Ci sono discussioni che infiammano immediatamente una città. Basta parlare di una strada dissestata, di un parcheggio che manca, di un lampione spento e il dibattito si accende. Succede nei bar, sui social, nelle piazze. Ed è giusto che sia così: la qualità della vita passa anche da questi aspetti, che incidono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefania Santoprete &#8211; Ci sono discussioni che infiammano immediatamente una città. Basta parlare di una strada dissestata, di un parcheggio che manca, di un lampione spento e il dibattito si accende. Succede nei bar, sui social, nelle piazze. Ed è giusto che sia così: la qualità della vita passa anche da questi aspetti, che incidono concretamente sulla quotidianità dei cittadini.</p>
<p>Eppure c’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci: perché alcune questioni riescono a catturare così tanta attenzione, mentre altre, forse ancora più profonde, faticano a trovare spazio nella coscienza collettiva? Questa riflessione mi è stata suggerita da Luigi D’Antonio, Segretario Generale della Fiom-Cgil di Roma e Lazio, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil. E’ lui che in uno sfogo amaro sui social ha posto l’accento su questo tema.</p>
<p>“Oggi a Rieti ci sono 20 lavoratori della Aartee che stanno vivendo una situazione drammatica, un’azienda fallita, stipendi che non arrivano e, al momento, nessun ammortizzatore sociale a sostegno. Dietro questi numeri ci sono persone, famiglie, preoccupazioni per il presente e per il futuro. Vorrei che temi come questo trovassero più spazio nel confronto cittadino, nel dibattito pubblico e anche in quello politico. Non perché le altre questioni non siano importanti, ma perché il lavoro rappresenta la dignità delle persone e la tenuta sociale di un territorio”. Forse il problema non è la mancanza di sensibilità. Forse è l’abitudine. Ci si indigna più facilmente per ciò che si vede ogni giorno sotto casa che per una crisi occupazionale che sembra riguardare qualcun altro. Ma è proprio questo il punto: una crisi del lavoro non riguarda mai soltanto chi la vive direttamente. Riguarda tutti noi Perché quando un’azienda chiude o entra in difficoltà, non si interrompe soltanto un rapporto contrattuale: si spezza un equilibrio fatto di consumi, relazioni, stabilità economica e fiducia nel futuro.</p>
<p>Ogni posto di lavoro perso genera un effetto a catena. Non colpisce solo il lavoratore, ma la sua famiglia, il tessuto commerciale che ruota attorno a quei redditi, i servizi, le piccole economie locali che vivono di presenza e circolazione di denaro.</p>
<p>Ma c’è un aspetto ancora più profondo, meno misurabile e forse per questo più spesso ignorato: la perdita di fiducia. Quando il lavoro viene meno o diventa precario, si incrina anche il senso di appartenenza a una città che dovrebbe garantire protezione e prospettiva. È qui che il problema diventa collettivo, perché una città che non riesce a proteggere il lavoro indebolisce anche se stessa.</p>
<p>E intanto sullo schermo scorrono le immagini delle vacanze, dei viaggi, delle possibilità di vita che per molti, in quel momento, non sono soltanto lontane ma anche irraggiungibili. Questo bombardamento costante di ciò che “si dovrebbe” fare, di ciò che “si potrebbe” vivere, rischia di amplificare un senso di distanza dalla realtà che già di per sé è fragile.</p>
<p>Perché poi è questo il problema vero: non tanto quello che succede in sé, ma la sensazione che chi è in difficoltà resti un po’ da solo. Che la crisi del lavoro diventi una cosa privata, da gestire in silenzio, mentre tutto il resto continua normalmente&#8230; e la deflagrazione può ad un certo punto trasformarsi in tragedia.</p>
<p>“Sapere che una comunità si interessa, che discute, che chiede risposte e soluzioni, non risolve da solo i problemi lo so, ma per chi sta attraversando un momento così difficile significa non sentirsi solo. Significa percepire che la propria condizione non è invisibile e che la città è accanto a chi soffre.</p>
<p>L’auspicio è che Rieti sappia trovare più occasioni per confrontarsi su queste emergenze sociali, perché una comunità si misura anche dalla capacità di guardare alle difficoltà delle persone e di farne una priorità condivisa”.</p>
<p>Una città cresce davvero quando sa discutere non solo dei propri disagi, ma anche delle proprie fragilità. Quando nessuno viene lasciato solo nel silenzio.</p>
<p>La qualità di una città non sta soltanto nell’aspetto delle sue strade. Sta nella capacità di riconoscere il valore delle persone che le percorrono.</p>
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		<title>Se è amore, è libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[StefaniaSantoprete]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 23:48:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[8 marzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Stefania Santoprete &#8211; Siamo in guerra. Una guerra per cui chiamiamo le mamme a imbracciare le armi. Seguite dai padri. Non siete disperate nel vedere morire le nostre figlie, le nostre sorelle? Non siete stanche e avvilite nel leggere lo strazio di vite massacrate in nome di un amore malato che toglie progettualità, visione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefania Santoprete &#8211; Siamo in guerra. Una guerra per cui chiamiamo le mamme a imbracciare le armi. Seguite dai padri. Non siete disperate nel vedere morire le nostre figlie, le nostre sorelle? Non siete stanche e avvilite nel leggere lo strazio di vite massacrate in nome di un amore malato che toglie progettualità, visione e futuro, per mano di un egocentrico, narcisista? Che lascia orfani tanti bambini segnati per un’intera esistenza da tragedie che hanno tolto loro entrambi i genitori, per morte o detenzione? Il corollario di queste famiglie non resta mai incolume: nonni segnati dalla macchia del peccato, parenti colpiti dal lutto senza possibilità di restituire un minimo di quotidianità alle piccole vittime secondarie di ogni femminicidio. E’ una sfilza senza fine quella che scorre sotto ai nostri occhi: ci sorridono dalle foto tratte dai loro profili social, si raccontano attraverso le parole di ieri, qualcuna lancia un monito tra le righe, un timore, la voglia di libertà e riscatto, poi… più nulla.</p>
<p>E allora dove sono tutte quelle del “E’ 8 marzo ogni giorno”? quelle che guardano con aria di sufficienza la Giornata Internazionale della Donna, quelle convinte che non ci sia più nulla per cui combattere? Dovremmo scendere in strada ogni giorno perché qui rischiamo di perdere tutto ciò che faticosamente è stato conquistato: il diritto alla autodeterminazione, quello di scegliere liberamente il proprio percorso nella vita, sia nel lavoro che nella vita personale.</p>
<p>Libere di lasciare un uomo senza subirne le punizioni conseguenti, di dire no senza doverci giustificare, di vestirci come vogliamo senza essere giudicate o colpevolizzate, di uscire la sera senza paura che qualcuno attenti alla nostra incolumità, di camminare per strada senza stringere le chiavi tra le dita, di lavorare e fare carriera senza dover dimostrare il doppio, di vivere una relazione senza controllo, gelosia ossessiva o isolamento. Libere di scegliere. Punto.</p>
<p>E allora, mamme, papà, genitori, dire “No” non è solo un capriccio. È un atto di amore coraggioso. Dire no significa educare i propri figli a non accettare compromessi sulle proprie vite, a non rinunciare a ciò che è giusto, a non sottovalutare mai ciò che conta. Non è facile: richiede energie, spiegazioni, pazienza. Quante volte avremmo voluto dire semplicemente: “Ho detto no, e basta!”? Eppure quel no faticoso costruisce personalità più forti, più autonome, più libere: alle nostre figlie insegna a proteggersi e a difendere i propri diritti; ai nostri figli maschi insegna a rispettare, a non imporsi con violenza, prepotenza o controllo, a crescere uomini responsabili e consapevoli. Oggi noi genitori ci sentiamo perennemente colpevoli: colpevoli per la nostra assenza, per non seguire un modello tradizionale, per non poter sempre accontentarli. Così cerchiamo di placare subito ogni richiesta, soffocando il senso di colpa con l’immediato soddisfacimento dei loro desideri.</p>
<p>Occorre insegnare anche a rispettare la cadenza del tempo: c’è il tempo del desiderio, il tempo dell’attesa, il tempo della soddisfazione. Volere tutto e subito, non accettare la rinuncia, sono atteggiamenti oggi legati a piccole cose, oggetti, ma domani possono riguardare l’oggetto più importante del desiderio: un’altra persona, una donna.</p>
<p>Imparare la pazienza, il rispetto dei tempi e dei confini altrui è un atto di civiltà e di protezione, prima ancora che di educazione. Ogni no oggi è una protezione per le donne di domani.</p>
<p>Ogni scelta educativa consapevole è un mattone che impedisce che le nostre figlie diventino vittime, che i nostri figli diventino carnefici.</p>
<p>E mentre contiamo le morti, qualcosa si muove sotto traccia. Non sempre è violenza esplicita. È una regressione silenziosa. È il ritorno di frasi che pensavamo superate. È la normalizzazione della gelosia come prova d’amore. È l’idea che l’autonomia femminile sia un eccesso, che l’indipendenza sia una minaccia. Nelle pieghe del web crescono sottoculture come quella degli <em>incel</em> o ambienti della cosiddetta <em>“manosphere”</em>, dove il rifiuto diventa umiliazione, l’autonomia femminile una minaccia, e il risentimento si trasforma in ideologia. Non sono fenomeni folkloristici: sono spazi che alimentano una narrazione pericolosa del rapporto tra uomini e donne (ringrazio i miei figli per avermeli segnalati). Non è nostalgia. È terreno fertile.</p>
<p>Se non interveniamo ora, nelle nostre case, nelle scuole, nei discorsi quotidiani, continueremo a indignarci dopo. Continueremo a scrivere nomi.</p>
<p>Siamo in guerra. Una guerra silenziosa, quotidiana, che parte dalla nostra famiglia e arriva alle strade, alle scuole, ai posti di lavoro. E se non la combattiamo qui, chi la combatterà fuori?</p>
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		<title>25 novembre: il silenzio che pesa, le voci che chiedono di essere ascoltate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[StefaniaSantoprete]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2025 15:14:28 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="232" data-end="574">Ci sono nomi che non dovremmo più pronunciare, perché dovrebbero essere ancora qui. Ci sono storie che non dovremmo più raccontare, perché non avrebbero mai dovuto finire così. E invece, ogni 25 novembre, la Giornata contro la violenza sulle donne ci ricorda che dietro le statistiche ci sono vite, sogni, abbracci mancati, famiglie spezzate.</p>
<p data-start="576" data-end="987">La violenza non inizia con un colpo. Inizia quasi sempre in silenzio: una parola che ferisce, un controllo che si stringe, un isolamento che diventa abitudine. E quel silenzio, troppo spesso, diventa una gabbia.<br data-start="787" data-end="790" />Molte donne convivono con la paura come con un’ombra costante, imparano a leggere negli occhi di chi hanno accanto per capire quando tacere, quando uscire, quando sperare che quella sera vada bene.</p>
<p data-start="989" data-end="1040">Ma la paura non dovrebbe far parte di nessuna casa.</p>
<p data-start="1042" data-end="1379">Il 25 novembre è la giornata delle assenze, ma anche delle rinascite. È la giornata di chi non c’è più, ma anche di chi ha trovato il coraggio di dire “basta”, di chiedere aiuto, di farsi forza mentre tutto sembrava crollare. È la giornata di chi ha raccolto pezzi di sé e ha ricominciato a costruire una vita nuova, diversa, più sicura.</p>
<p data-start="1381" data-end="1648">E poi ci sono loro: le amiche che non hanno voltato lo sguardo, i figli che hanno capito troppo presto, le operatrici dei centri antiviolenza che ogni giorno ascoltano storie che lasciano il segno, gli uomini che hanno scelto di mettersi in discussione e di cambiare.</p>
<p data-start="1650" data-end="1927">Questa giornata non è fatta di celebrazioni. È fatta di promesse.<br data-start="1715" data-end="1718" />La promessa di non minimizzare più. Di non dire “sono cose private”.<br data-start="1786" data-end="1789" />La promessa di non giudicare chi trova il coraggio di parlare.<br data-start="1851" data-end="1854" />La promessa di non accettare più quell’ombra nella vita di nessuna donna.</p>
<p data-start="1929" data-end="2084">Perché ogni donna che si salva è una luce che si riaccende.<br data-start="1988" data-end="1991" />E ogni luce accesa è un passo verso un domani in cui questa giornata, forse, non servirà più.</p>
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		<title>Per chi suona la campanella?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[StefaniaSantoprete]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2025 21:20:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Stefania Santoprete &#8211; La campanella ha suonato. In un attimo, un fiume di ragazzi ha invaso il cortile, spingendosi fuori dai portoni come se l’aria di giugno fosse la prima vera boccata di libertà. Corrono, ridono, respirano a pieni polmoni quella stagione che profuma di promesse, di futuro. La scuola resta alle spalle, almeno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefania Santoprete &#8211; La campanella ha suonato. In un attimo, un fiume di ragazzi ha invaso il cortile, spingendosi fuori dai portoni come se l’aria di giugno fosse la prima vera boccata di libertà. Corrono, ridono, respirano a pieni polmoni quella stagione che profuma di promesse, di futuro. La scuola resta alle spalle, almeno per un po’. Via la sveglia, via i libri, basta compiti, basta interrogazioni e tremori da verifica.</p>
<p>Ma non per tutti. C’è chi ancora deve compiere l’ultimo passo. Quello decisivo.</p>
<p>Tra pochi giorni, anche loro usciranno da quel cancello con il cuore che batte forte, una risata liberata dopo l’ansia dell’esame, un mazzo di fiori in mano &#8211; perché ormai si usa così &#8211; e le braccia dei genitori pronte ad accoglierli, orgogliosi. Convinti, in quel momento, che no, non sentiranno la mancanza di niente. Né dei corridoi, né dei professori, né di quelle giornate troppo mattiniere per essere vissute.</p>
<p>Eppure… Pochi giorni fa ho accompagnato un gruppo di uomini &#8211; ex ragazzi &#8211; in visita al loro vecchio istituto, l’Istituto Tecnico Industriale, cinquant’anni dopo il diploma. Un ritorno che ha scaldato l’aria, carico di ricordi e stupore. E quando hanno incontrato gli studenti delle attuali quinte, scesi in aula magna per accoglierli, qualcosa è scattato. Si sono riconosciuti. Negli occhi, nella smania, nella voglia di spaccare il mondo e di fuggire dallo studio. Nella stessa irrequietezza, nella passione confusa di chi ha ancora tutto da scegliere e nulla di certo tra le mani. Non tutti, oggi come allora, perfettamente convinti di avere fatto la scelta giusta. In molti casi, in quegli anni Settanta, determinata dall’estrazione sociale o dalla convinzione di non poter o voler continuare gli studi all’università. Sicuri però di essere riusciti a portar via da quelle aule qualcosa in più di una lezione, di nozioni o capacità di calcolo: gli strumenti per ridisegnarsi la vita su misura. In pochi hanno seguito fedelmente il tracciato degli studi. Altri hanno deviato, imboccando strade inaspettate. Eppure ce l’hanno fatta. Hanno affrontato il mondo, si sono adattati, hanno costruito.</p>
<p>Cinquant’anni fa era diverso. Si cresceva in fretta. Il lavoro non mancava con un nucleo industriale in piena crescita, il futuro sembrava più accessibile. Bastava un diploma per pensare a un posto fisso, una casa, dei figli.</p>
<p>Oggi siamo spesso costretti ad ascoltare il rammarico di trentenni pieni di talento e istruzione che ancora cercano un punto d’appoggio. Lo sconforto di chi fatica ancora ad essere preso sul serio in questa società. Così, le scelte vengono posticipate. A loro viene chiesto di continuare a specializzarsi, attendere: sospesi, fuori tempo. Ma attendere cosa?  Ti impongono di procrastinare, ritardare la tua realizzazione personale incatenandoti ad una formazione che sembra indispensabile ma che poi si rivela, inesorabilmente, frustrante nella sua poca utilità di impiego. Un orologio biologico che, nelle ragazze, suona come il tic tac del coccodrillo mentre gli uomini, eterni Peter Pan, possono continuare a rimandare scelte decisive.</p>
<p>La progettualità resta in stand-by. E la biologia &#8211; che non guarda i curriculum &#8211; continua a dettare i suoi tempi: tra i 16 e i 28 anni, dice, c’è il massimo potenziale di fertilità, mentre la realtà sociale, invece, spinge in là ogni traguardo.</p>
<p>Con stipendi bassi, case irraggiungibili, precarietà cronica, diventa difficile anche solo immaginare una vita “compiuta”.</p>
<p>&#8230; E allora il sogno si allontana, ma non muore mai. Resta lì, nascosto, pronto a riemergere quando meno te lo aspetti. Come una campanella che, alla fine, suonerà di nuovo. Un futuro che, pur immerso nell’incertezza, ragazzi, è sempre possibile. Un futuro che, sebbene diverso da quello che avevamo immaginato, avrà comunque la sua bellezza, la sua unicità. Perché, alla fine, è proprio nell’incertezza che risiede la vera forza di crescere, di reinventarsi, di scoprire nuove strade. E come ci hanno mostrato quegli ex-studenti, a volte è proprio il cambiamento imprevisto a regalarci le opportunità più sorprendenti.</p>
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		<title>Memoria e Libertà: una lotta senza fine</title>
		<link>https://www.formatrieti.it/2025/04/25/memoria-e-liberta-una-lotta-senza-fine/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[StefaniaSantoprete]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Apr 2025 03:49:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Stefania Santoprete &#8211; 28 anni fa mentre si consumavano le ultime ore dell’emittente locale Radio Onda Verde, vedeva la luce, nei locali adiacenti la sala trasmissione, in via Calcagnadoro 22, questa testata. Figlia della stessa esigenza di comunicare sia pure attraverso altre modalità. 28 anni che entriamo dentro le vostre case, fortunatamente accolti ancora [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefania Santoprete &#8211; 28 anni fa mentre si consumavano le ultime ore dell’emittente locale Radio Onda Verde, vedeva la luce, nei locali adiacenti la sala trasmissione, in via Calcagnadoro 22, questa testata. Figlia della stessa esigenza di comunicare sia pure attraverso altre modalità.</p>
<p>28 anni che entriamo dentro le vostre case, fortunatamente accolti ancora con entusiasmo e benevolenza, ospiti graditi ci sembra di capire dai vostri feedback. Vorremmo farlo sempre con la massima leggerezza ma poi per una strana alchimia ci viene naturale affrontare temi che non sempre vi si adattano È come se ogni parola portasse con sé il riflesso del tempo che attraversiamo, costringendoci a una scrittura che, pur desiderando essere lieve, non può sottrarsi alla complessità della realtà.</p>
<p>(Giuro, avrei voluto parlarvi delle mille iniziative pronte per i turisti in arrivo per le feste pasquali, degli eventi offerti dal nostro territorio per il giubileo, ma&#8230; risulta difficile comprendere cosa succeda in questa città se non a ridosso dell’avvenimento stesso!)</p>
<p>E così, tra il desiderio di raccontare con leggerezza e la necessità di dare voce a ciò che accade, continuiamo a percorrere questa strada, fatta di pagine e incontri, di storie e riflessioni. Sappiamo che il mondo cambia rapidamente e che il nostro compito non è solo osservare, ma anche interpretare, offrire spunti di pensiero, aprire finestre sul presente senza dimenticare il passato. Per questo troverete  anche <a href="https://www.formatrieti.it/2025/04/24/25-aprile-cosa-fu-davvero-la-liberazione-a-rieti/">il ricordo di una data importante, quella del 25 aprile</a>. Una ricorrenza che appartiene a tutti gli italiani, indipendentemente dall’orientamento politico. Anche se storicamente la Resistenza venne guidata da forze di varie estrazioni (socialisti, comunisti, democristiani, azionisti, liberali e monarchici), la Liberazione dal nazifascismo, fu il momento che segnò la rinascita democratica del Paese e pose le basi per la Costituzione e i diritti di cui oggi godiamo.</p>
<p>Grazie a Massimo Palozzi per aver raccontato alle nuove generazioni una Pasqua di sangue, quando l’intero territorio provinciale divenne teatro di violenti combattimenti, con un lungo corollario di retate, deportazioni ed esecuzioni sommarie anche tra la popolazione civile. Chiunque creda nei valori della democrazia e della libertà può e dovrebbe sentirsi parte di questa celebrazione indipendentemente dalle proprie idee politiche. Celebrare la Liberazione significa riconoscere il valore della democrazia conquistata e l’importanza di difenderla ogni giorno, soprattutto in un’epoca in cui risulta sempre più difficile farlo, in cui ci troviamo ad assistere a comportamenti che vanno oltre, minando la libertà altrui.</p>
<p>In questo contesto, il femminicidio emerge come l’atto più tragico e simbolico di una violenza che non solo lede la vita di una persona, ma viola quei principi che dovremmo proteggere e difendere con forza, come la parità di diritti e la libertà di vivere senza paura tutti, indipendentemente dal genere.</p>
<p>Nella giornata di venerdì 4 aprile gli studenti universitari si sono incontrati presso la sede di palazzo Aluffi dedicando un minuto di ‘rumore’ alla collega Ilaria Sula, a Sara Campanella e a tutte le donne vittime di violenza. Centinaia, forse migliaia, di persone sono scese in strada a Terni, a Roma, per esprimere dolore e rabbia per la brutale uccisione di questa 22enne studentessa ternana iscrittasi alla Sapienza, a Roma. Ilaria è solo l’ultima vittima, accoltellata e gettata in un dirupo chiusa dentro una valigia da chi non riusciva ad accettare la fine di una storia. Se ne vanno così queste povere nostre figlie, amiche, madri, colleghe… per aver avuto l’ardire di dire ‘No’. Quel no che altri, i nostri figli, non sanno più accettare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Io mi sono rotta le palle dei minuti di rumore.<br />
</em><em>Mi sono rotta le palle delle fiaccolate, delle commemorazioni, delle lacrime del giorno dopo.<br />
</em><em>Io penso che sia ora di abbandonare questa ipocrisia del dolore, di smetterla anche con questo dolente “senso di impotenza”, di questo clima fatalista da tragedia inaspettata.<br />
</em><em>Io vorrei che si cominciasse sul serio a parlare di educazione, vorrei che noi adulti tornassimo a stringere un patto educativo serio su cosa è lecito e cosa non lo è, su cosa è utile e cosa non lo è per questi nostri ragazzi.<br />
</em><em>Vorrei che tornassimo a metterci d’accordo sui limiti&#8230;che se una cosa è “no” allora non si può fare né a casa né a scuola. Vorrei che smettessimo di agire per compensazione e anche che per discolpa. Vorrei che tornassimo a fare gli adulti, magari contestati, detestati, meno amati&#8230;ma attenti ad insegnare ciò che è giusto e cosa non lo è.<br />
</em><em>Vorrei che tornassimo ad insegnare la vita nella concretezza del suo fluire, delle cose che si toccano, che costano fatica e, quindi, si rispettano.<br />
</em><em>Vorrei che tornassimo ad insegnare il modo di stare insieme, cos’ è l’altro e che confini ha. Cosa lo definisce e lo sostanzia. Vorrei che insegnassimo la libertà, quella che finisce dove inizia quella dell’altro. Vorrei che tornassimo a far percepire il senso dell’altro e la sua sacralità.<br />
</em><em>Vorrei che tornassimo ad insegnare la caducità, la fallibilità, la mediocrità del nostro essere umani.<br />
</em><em>E la speranza, vorrei che tornassimo a testimoniare la speranza e che dopo ogni fine si ricomincia daccapo. Si può.<br />
</em><em>“A tutto c’è rimedio, tranne che alla morte” diceva mia nonna. Mi chiedo quand’è che tutto è diventato un dramma, fuorché la morte&#8230;che negli svariati deliri di onnipotenza di questi giovani assassini sembra essere stata svuotata di significato.<br />
</em><em>“Non volevo farle del male” sono parole pronunciate dopo aver accoltellato una persona, averne fatto a pezzi il corpo, averne occultato il cadavere e averlo gettato in un dirupo.<br />
</em><em>Per me, questa frase evidenzia una dissociazione cognitiva.<br />
</em><em>“Non sono stato io”, “ non è colpa mia”, “non so perché l’ho fatto” è la risposta della maggior parte degli adolescenti di oggi di fronte a qualsiasi colpa.<br />
</em><em>Io mi sono rotta le palle di vedere queste figlie di tutti morirci sotto gli occhi.”</em></p>
<p>Lo scrive Fabiana Mercantini, una di noi.</p>
<p>(Format mar-apr 2025)</p>
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		<title>Una scintilla da soffocare</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Oct 2024 09:44:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[bolla]]></category>
		<category><![CDATA[carceri]]></category>
		<category><![CDATA[cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Padre Lucio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Stefania Santoprete &#8211; Pazzi. Furiosi. Imprevedibili. Noi, brave persone tranquille nella nostra quotidianità, ci trasformiamo in mostri capaci di compiere vicende inenarrabili. La penna di un autore di thriller difficilmente riuscirebbe a immaginare scene così raccapriccianti o vicende psicotiche come quelle che troviamo ormai quotidianamente in prima pagina. E questo, oltre a sorprenderci, ci [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefania Santoprete &#8211; <strong>Pazzi. Furiosi. Imprevedibili. </strong>Noi, brave persone tranquille nella nostra quotidianità, ci trasformiamo in mostri capaci di compiere vicende inenarrabili. La penna di un autore di thriller difficilmente riuscirebbe a immaginare scene così raccapriccianti o vicende psicotiche come quelle che troviamo ormai quotidianamente in prima pagina. E questo, oltre a sorprenderci, ci lascia esterrefatti, impauriti e sconvolti al pensiero di quanto sia labile e sottile la linea che separa la normalità dalla follia.</p>
<p>Abbiamo sempre pensato che il male fosse un&#8217;eccezione. Ci siamo illusi che si trattasse di fenomeni lontani da noi, che non ci riguardassero. Ora, nella quiete delle nostre esistenze, cominciamo a riflettere su come basti un momento di vulnerabilità, una scintilla di rabbia e disperazione, per trasformarci in qualcosa di completamente diverso. E se prima ripetevamo &#8220;Noi no&#8221;, cullandoci nel nostro piccolo mondo che ci illudevamo di conoscere perfettamente, ora qualche timore lo avvertiamo.</p>
<p>Le notizie che ci colpiscono, quelle che spesso raccontano di atrocità o atti di violenza, parlano di persone comuni che, sopraffatte da emozioni inarrestabili, si abbandonano a comportamenti che sfuggono alla comprensione. La ragazza pulita, carina, perfetta, che per ben due volte sembra aver ucciso i neonati partoriti, seppellendoli nel giardino di casa, era una come tante: giovani che ci passano accanto, sorridenti, immerse nei loro progetti, soddisfatte dei loro buoni voti, rassicuranti.</p>
<p>E questo abbattere gli stereotipi a cui siamo abituati, questa maschera convincente nel celare la crudeltà, questa difficoltà nel distinguere il bene dal male e quindi nel difendersi dal pericolo, credo sia uno degli aspetti più tragici di questa società.</p>
<p>Nel sentire le parole degli esperti che si accalcano ad esaminare, vivisezionare e giudicare, la motivazione più ricorrente è la solitudine: il terribile vuoto in cui i responsabili di tali azioni si muovono come se vivessero all’interno di una bolla, di cui noi che li circondiamo saremmo responsabili, per non aver visto, per non aver compreso, per non aver chiesto, per non aver intuito.</p>
<p>Questo fenomeno è aggravato dalla molteplicità di messaggi e immagini che ci bombardano quotidianamente, creando una sorta di &#8220;rumore&#8221; che rende ancora più complicato discernere la verità. Ma, è poi veramente così?</p>
<p>Padre Lucio, a cui ho chiesto di scrivere un articolo per raccontare le giornate al fianco dei suoi &#8220;ragazzacci&#8221;, in una lunga telefonata ha messo in evidenza la trasformazione di una parte della generazione che non sa più cosa sia l&#8217;empatia. Ragazzi giovanissimi che, diversamente dai loro fratelli, ignorano le conseguenze delle proprie azioni, il dolore che possono provocare, quasi fossero anestetizzati. Forse l&#8217;immersione in un mondo digitale provoca questo distacco: ci disabitua alle relazioni interpersonali. Scrivere in chat, anziché parlare, ci fa perdere la dimensione emotiva e il linguaggio del corpo, rimanendo focalizzati su noi stessi piuttosto che sugli altri.</p>
<p>Questo può essere amplificato dai social media, che rendono tutti protagonisti in cerca di approvazione, favorendo l&#8217;egocentrismo e tendendo a focalizzarsi principalmente sui propri bisogni e desideri, senza riconoscere o intuire quelli dell&#8217;altro. Il pericolo estremo è quello di non accettare un &#8220;no&#8221; e agire di conseguenza.</p>
<p>Non possiamo ignorare il problema.</p>
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		<title>Propaganda, promozione o pubblicità?</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jul 2024 09:44:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Con l’arrivo della bella stagione e l’esplosione delle iniziative sono in molti ad ‘improvvisarsi’ organizzatori. Occupare questo ruolo richiede responsabilità e conoscenza e la mancanza di queste caratteristiche spesso si nasconde dietro l’alibi della assenza di collaboratori, del troppo impegno, del ‘siamo in ritardo’. Non è possibile. Come spiega benissimo anche Rita Giovannelli da noi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con l’arrivo della bella stagione e l’esplosione delle iniziative sono in molti ad ‘improvvisarsi’ organizzatori. Occupare questo ruolo richiede responsabilità e conoscenza e la mancanza di queste caratteristiche spesso si nasconde dietro l’alibi della assenza di collaboratori, del troppo impegno, del ‘siamo in ritardo’. Non è possibile. Come spiega benissimo anche Rita Giovannelli da noi intervistata, qualsiasi manifestazione, se collocata nel periodo giusto, può essere determinante nell’arrivo o meno di gruppi di turisti; per un’agenzia, un tour operator che vuole avere successo nel campo turistico è perentorio &#8211; sebbene nel nostro territorio ancora non si comprenda &#8211; muoversi con due anni di anticipo Affinché ciò avvenga c’è bisogno di ‘programmazione’. Recentemente un’agenzia ha cancellato un viaggio in città poiché non erano ancora note le date della Festa del Sole: nessuno in grado di comunicarle con certezza.</p>
<p>Già da oggi dovremmo essere in grado di conoscere gli eventi del 2025 (nell’ambito dei quali un appuntamento può certamente slittare o essere modificato): è necessario per l’operatore turistico individuare da subito il periodo su cui lavorare e per pro-loco, associazioni, privati, sapere quali altre caselle dell’anno poter occupare.</p>
<p>E cosa dire della comunicazione?</p>
<p>La si scambia ormai sistematicamente con la pubblicità. La nostra mail, il contatto whatsapp, addirittura le chat personali, sono invasi dalle locandine. Ricordiamo che fino a ieri manifesti e locandine erano commissionate ad una tipografia, timbrate all’ufficio affissioni e poi consegnate agli addetti delle agenzie preposte, tutto questo con notevole esborso di denaro. Oggi, che la concorrenza tra i media è tanta e che il piacere di un click non si nega a nessuno, si evita, a fronte di una diffusione spesso gratuita, persino di comunicare con gli organi di informazione attraverso quello che sarebbe il minimo richiesto: una mail con descrizione dell’evento, giorno, ora e luogo, nell’interesse del pubblico che dovrebbe prendervi parte!</p>
<p>Inviare al contrario una locandina vuol dire pretendere con il minimo sforzo una pubblicità non dovuta. La visibilità dell’evento non può essere realizzata solo attraverso la stessa immagine se si utilizzano mezzi diversi, (dal digitale al cartaceo, ai social). Per non parlare di chi ritiene ormai di essere fin troppo conosciuto e alla recriminazione di mancanza di informazioni sull’evento (pubblico!) risponde “E’ scritto tutto sulla mia pagina Facebook. Noi quella utilizziamo” (!).</p>
<p>Non illudetevi: i mezzi tradizionali, quelli stradali, la cartellonistica risultano essere ancora oggi maggiormente efficaci per una buona fascia di pubblico che non vede il messaggio ‘annegare’ tra mille altri mentre ‘scrolliamo’.</p>
<p>Poi ci sono gli esperti in ‘propaganda’: quelli capaci di rendere stupefacente ciò che non lo è. Per rimanere strettamente collegati all’argomento ‘eventi’ quelli che nel programma scrivono ‘artisti di strada’, esibizione ovviamente degna di attenzione ma alla quale raramente si assegna un orario, rimanendo sul vago; quelli che parlano di ‘notte bianca’ dinanzi a una chiusura semplicemente protratta, quelli che terminano il comunicato ‘rendendo grazie’ a chicchessia e quelli che ‘i soldi non li abbiamo per la pubblicità e poi la gente ormai lo sa’ ma poi ti inoltrano continuamente aggiornamenti&#8230; Allargando il campo invece si definisce propaganda la comunicazione che mira ad avocare a se’ iniziative altrui, che dimentica di citare collaborazioni, che arriva a definire dichiarazioni di x e y per una stessa frase, che parla di ‘fuffa’ (termine probabilmente derivato da ‘fuffigno’, cioè garbuglio di fili e tessuti) presentando iniziative di cui in realtà non conosce ancora i termini vendendo la pelle dell’orso prima di averlo nel sacco.</p>
<p>Rispetto, chiediamo rispetto per i lettori e considerazione per un ‘lavoro’, il nostro, che non può essere a costo ‘zero’.</p>
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		<title>Il futuro è oggi</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Apr 2024 09:43:51 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Alpha]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È nata una nuova vita nella nostra famiglia. Lo dico pubblicamente perché, guardandoci indietro, non c’è stata una sola tappa importante (il matrimonio con Maurizio, la nascita dei figli, la scomparsa di persone care) che non sia stata condivisa con chi ci ascoltava (al tempo della radio) o con chi ci legge ora. Pregustavo questo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È nata una nuova vita nella nostra famiglia. Lo dico pubblicamente perché, guardandoci indietro, non c’è stata una sola tappa importante (il matrimonio con Maurizio, la nascita dei figli, la scomparsa di persone care) che non sia stata condivisa con chi ci ascoltava (al tempo della radio) o con chi ci legge ora. Pregustavo questo periodo di ‘avvento’ ed il successivo, come una sorta di momento sabbatico in cui tutta la mia quotidianità si sarebbe fermata per darmi modo di rivivere emozioni e sensazioni ormai distanti. Tra i desideri di ognuno credo alberghi da qualche parte quello di staccare la spina, e lasciare che il tempo ci scorra addosso senza curarsi delle lancette sul quadrante.</p>
<p>Nel frattempo qualcosa deve essere andato storto però lì dove i sogni diventano realtà ed improvvisamente una serie di avvenimenti ha scatenato il caos, raddoppiando la richiesta di energia da profondere. Così ci siamo trovati anche noi a ‘partorire’ nuove idee, nuove connessioni, nuovi scenari. Dopo ben 45 anni vissuti nella storica sede di via Calcagnadoro 22 &#8211; sia pure in due appartamenti diversi &#8211; è ora di fare i bagagli e traslocare altrove. Aria nuova per una rinnovata progettualità che si rifletterà anche in ciò che portiamo avanti e che condividiamo con voi lettori. ‘Format-tiamo il 2024’ avevamo detto: e mai frase era stata più autentica, sia pure, qualche mese fa, con qualche nostra inconsapevolezza.</p>
<p>Il futuro quindi è oggi: come il titolo della copertina di questo numero. Prima però c’è molto da fare: esaminare, catalogare, smistare, inscatolare un intero archivio dalle dimensioni improponibili. E c’è anche da affrontare la prova più dura: lasciare andare. Sarò pronta? Mentre le mani si muovono, osservando minuziosamente ogni oggetto, documento, lettera, elenco, scorre davanti ai nostri occhi un lungo film mai terminato. La radio, le interviste, i vinili, i cd, i concerti, Sanremo, il Festival di Primavera, i cantanti, le presentazioni, la Festa del Sole, l’Estate Insieme, la Maratona di Primavera, i Carnevali, l’8 marzo, gli eventi storici. Basta schiacciare il tasto play per una delle centinaia di audiocassette ancora a disposizione, per riempire la stanza delle voci di chi qui dentro parlò ad un microfono, sfogliare la montagna di foto per rivedere volti, riconoscere momenti, ricordare manifestazioni pubbliche o private: un patrimonio che farebbe gola a chiunque avesse il tempo di digitalizzare parte della storia di questa città. Ogni tanto sorrido, ogni tanto corro a condividere una riscoperta, qualche volta invio su whatsapp un regalo inatteso a qualcuno, altre scrivo un post con l’entusiasmo di un’archeologa. Su ogni scatolone chiuso, un sospiro e la descrizione del contenuto, uno sopra l’altro, accatastati. Ogni scatolone un pezzetto della nostra vita ed un’esperienza in più nel nostro bagaglio. E’ un esercizio che consiglio. Tutti noi in un periodo di stanchezza, quando la capacità di mantenere il passo sembra abbandonarci, dovremmo farlo. Ripescare nel nostro vissuto, raccontarsi di nuovo il proprio percorso per sentirsi più saldi sulle gambe, sotto&#8230; le nostre radici. Sono anni voraci questi, macinano persone e gesti, chiedono skills, pretendono know-how, un’era in cui resettiamo e aggiorniamo continuamente, con una fatica enorme.</p>
<p>Pur essendo affascinata dalla tecnologia sono e rimarrò una Baby Boomers della Generazione X, non avrò mai un rapporto fluido con il digitale, continuerò ad utilizzare anche i media tradizionali, guarderò con ammirazione il mio smartphone dalle mille prodezze e mi sentirò sempre penalizzata rispetto ai piccoli Alpha che dentro questa realtà sono piombati.  Ma i conti con il passato aiutano a vedere tutto con nuova consapevolezza: all’abilità di quanto fatto senza averne nemmeno i mezzi, alla capacità di inventare strumenti che nessuno metteva a disposizione, alla creatività che sopperiva all’assenza di facilitazioni, al piacere dell’attesa, alla passione che smuoveva le montagne, alle sfide lanciate e vinte, all’ostinazione, al formarsi di una coscienza, alla necessità dell’impegno e della responsabilità. E mentre attendo quello che sarà il momento più critico emotivamente, mi ripeto che sì&#8230; siamo una bella generazione, capace di provare ancora entusiasmo e di andare avanti con coraggio, un passo dopo l’altro, senza rete, sul filo sospeso tra il presente e&#8230; domani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ph M. Festuccia</p>
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		<title>Possibile Antidoto</title>
		<link>https://www.formatrieti.it/2024/02/13/possibile-antidoto/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Feb 2024 10:42:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[battaglie perse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccoci qua. Abbiamo Format-tato il 2024 e siamo ripartiti con nuovo carburante nel motore. Abbiamo avvertito l’esigenza di cambiarci d’abito per presentarci a voi rinnovati nella veste ma identici nello spirito. Vi portiamo per mano ad ammirare questa città, ad apprezzarne gli scorci e la gente, a non dimenticarne le radici e a valorizzarne le [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.formatrieti.it/2024/02/13/possibile-antidoto/">Possibile Antidoto</a> proviene da <a href="https://www.formatrieti.it">Format Rieti - il giornale online di Rieti</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Eccoci qua.</p>
<p>Abbiamo Format-tato il 2024 e siamo ripartiti con nuovo carburante nel motore.</p>
<p>Abbiamo avvertito l’esigenza di cambiarci d’abito per presentarci a voi rinnovati nella veste ma identici nello spirito.</p>
<p>Vi portiamo per mano ad ammirare questa città, ad apprezzarne gli scorci e la gente, a non dimenticarne le radici e a valorizzarne le tradizioni. Passato e presente non debbono essere persi d’occhio, per guardare al futuro&#8230;</p>
<p>Perché della potenzialità di questa terra siamo convinti, della sua voglia di riscatto, delle tante battaglie perse (ed anche dei treni passati) consapevoli. No, non riusciamo a smettere di fare il tifo per lei. Neanche quando ci delude, neanche quando non sa essere riconoscente, quando sembra urlarsi contro e vogare al contrario.</p>
<p>Vogliamo spargere anche del buon seme mentre estirpiamo la gramigna.</p>
<p>Non avete anche voi a volte il bisogno di disintossicarvi? Di spegnere tutto, non solo il televisore ma anche lo smartphone per allontanarvi dall’ondata di fiele che ci investe in qualsiasi ora del giorno? Non siete disgustati dalla facilità con cui si passi dall’ ‘adorare’ una persona a sceglierla come vittima sacrificale? Non vi sentite strumentalizzati a beneficio di chi è il fortunato di turno?</p>
<p>Ogni volta che riceviamo un comunicato stampa da parte delle forze di polizia, troviamo una postilla “Si dà atto, come di consueto, che il procedimento penale è ancora nella fase delle indagini preliminari e che eventuali responsabilità penali saranno valutate dall’Autorità Giudiziaria”.</p>
<p>Si chiama ‘presunzione d’innocenza’: un imputato non è considerato colpevole sino a che non sia provato il contrario. Un esercizio che la società odierna non consente: siamo tutti colpevoli dinanzi alla grande giuria popolare dei social, senza appello. Con un livello di schizofrenia tale da passare in un attimo dalla compassione profonda e commossa per certi avvenimenti all’ esplosione di odio ed aggressività illimitata. “La diffusione di queste modalità comunicative rozze e violente ha ricadute profonde non solo sul benessere di chi ne è vittima ma anche su quelli che ne sono spettatori incolpevoli”. Vi capita mai di pensare ‘Ma se capitasse a me?’ Sì, se fossimo stati nel luogo sbagliato al momento sbagliato, se qualcuno pensasse che eravamo lì appositamente, se ci inseguissero con le telecamere, se apparissimo in tutti i programmi di approfondimento televisivo, se scandagliassero la nostra vita e quella di chi ci circonda in cerca dei nostri fantasmi, prima di arrivare alla verità. Basterebbe questa domanda per spingerci ad essere più umani e a volare alto difronte a notizie che non meritano attenzione ma vengono ormai ‘captate’ anche da quelli che fino a ieri erano giornali seri, ed amplificate oltre ogni ragione.</p>
<p>Persone che finiscono dentro la cronaca e salgono alla ribalta mediatica, come la ristoratrice di Sant’Angelo Lodigiano accusata di aver inventato un post di recensione ed una risposta, per farsi pubblicità, che non ha retto all’accanimento mediatico e si è tolta la vita. Quanti haters nel frattempo ha dovuto fronteggiare? Perché il punto non è dare la notizia ma offrirla in pasto alle belve.</p>
<p>Quindi, tenendo il conto della dose giornaliera di veleno che ormai, nostro malgrado ingoiamo comunque, vogliamo portare dentro le vostre case un possibile antidoto: le storie delle persone, delle cose, dei mestieri; le riflessioni per migliorare; quel che c’è ancora da fare ma anche quanto si sta facendo. Con un occhio attento alle nuove generazioni, il cui numero in presenza cresce e che, per la prima volta, trovano la concreta possibilità di studiare in quello che è un luogo dalle molte potenzialità (parole loro!). Una responsabilità ed anche una spinta diversa per trasformarsi in una città più accogliente, aperta, in movimento, studiando possibili strategie.</p>
<p>Noi che ogni giorno, come voi, pensiamo di smettere &#8211; di arrenderci &#8211; di fermarci, rilanciamo e ancora una volta raccogliamo la sfida.</p>
<p>Consegnandovi una rivista diversa, rinnovata nella grafica, nei contenuti e nelle collaborazioni, da leggere pagina dopo pagina per&#8230; abbassare il tono e riuscire finalmente a ‘sentire’.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.formatrieti.it/2024/02/13/possibile-antidoto/">Possibile Antidoto</a> proviene da <a href="https://www.formatrieti.it">Format Rieti - il giornale online di Rieti</a>.</p>
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