L’editoriale: Le priorità di una città

9/06/2026 | Editoriale, Notizie in evidenza

di Stefania Santoprete – Ci sono discussioni che infiammano immediatamente una città. Basta parlare di una strada dissestata, di un parcheggio che manca, di un lampione spento e il dibattito si accende. Succede nei bar, sui social, nelle piazze. Ed è giusto che sia così: la qualità della vita passa anche da questi aspetti, che incidono concretamente sulla quotidianità dei cittadini.

Eppure c’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci: perché alcune questioni riescono a catturare così tanta attenzione, mentre altre, forse ancora più profonde, faticano a trovare spazio nella coscienza collettiva? Questa riflessione mi è stata suggerita da Luigi D’Antonio, Segretario Generale della Fiom-Cgil di Roma e Lazio, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil. E’ lui che in uno sfogo amaro sui social ha posto l’accento su questo tema.

“Oggi a Rieti ci sono 20 lavoratori della Aartee che stanno vivendo una situazione drammatica, un’azienda fallita, stipendi che non arrivano e, al momento, nessun ammortizzatore sociale a sostegno. Dietro questi numeri ci sono persone, famiglie, preoccupazioni per il presente e per il futuro. Vorrei che temi come questo trovassero più spazio nel confronto cittadino, nel dibattito pubblico e anche in quello politico. Non perché le altre questioni non siano importanti, ma perché il lavoro rappresenta la dignità delle persone e la tenuta sociale di un territorio”. Forse il problema non è la mancanza di sensibilità. Forse è l’abitudine. Ci si indigna più facilmente per ciò che si vede ogni giorno sotto casa che per una crisi occupazionale che sembra riguardare qualcun altro. Ma è proprio questo il punto: una crisi del lavoro non riguarda mai soltanto chi la vive direttamente. Riguarda tutti noi Perché quando un’azienda chiude o entra in difficoltà, non si interrompe soltanto un rapporto contrattuale: si spezza un equilibrio fatto di consumi, relazioni, stabilità economica e fiducia nel futuro.

Ogni posto di lavoro perso genera un effetto a catena. Non colpisce solo il lavoratore, ma la sua famiglia, il tessuto commerciale che ruota attorno a quei redditi, i servizi, le piccole economie locali che vivono di presenza e circolazione di denaro.

Ma c’è un aspetto ancora più profondo, meno misurabile e forse per questo più spesso ignorato: la perdita di fiducia. Quando il lavoro viene meno o diventa precario, si incrina anche il senso di appartenenza a una città che dovrebbe garantire protezione e prospettiva. È qui che il problema diventa collettivo, perché una città che non riesce a proteggere il lavoro indebolisce anche se stessa.

E intanto sullo schermo scorrono le immagini delle vacanze, dei viaggi, delle possibilità di vita che per molti, in quel momento, non sono soltanto lontane ma anche irraggiungibili. Questo bombardamento costante di ciò che “si dovrebbe” fare, di ciò che “si potrebbe” vivere, rischia di amplificare un senso di distanza dalla realtà che già di per sé è fragile.

Perché poi è questo il problema vero: non tanto quello che succede in sé, ma la sensazione che chi è in difficoltà resti un po’ da solo. Che la crisi del lavoro diventi una cosa privata, da gestire in silenzio, mentre tutto il resto continua normalmente… e la deflagrazione può ad un certo punto trasformarsi in tragedia.

“Sapere che una comunità si interessa, che discute, che chiede risposte e soluzioni, non risolve da solo i problemi lo so, ma per chi sta attraversando un momento così difficile significa non sentirsi solo. Significa percepire che la propria condizione non è invisibile e che la città è accanto a chi soffre.

L’auspicio è che Rieti sappia trovare più occasioni per confrontarsi su queste emergenze sociali, perché una comunità si misura anche dalla capacità di guardare alle difficoltà delle persone e di farne una priorità condivisa”.

Una città cresce davvero quando sa discutere non solo dei propri disagi, ma anche delle proprie fragilità. Quando nessuno viene lasciato solo nel silenzio.

La qualità di una città non sta soltanto nell’aspetto delle sue strade. Sta nella capacità di riconoscere il valore delle persone che le percorrono.

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