Sessantanove giorni di digiuno per non lasciare cadere nel silenzio una richiesta che porta con sé il dolore di una perdita e, insieme, una proposta rivolta alle istituzioni. Mario Sanna, padre di Filippo Sanna, morto a seguito del terremoto di Amatrice, torna a chiedere l’istituzione di un fondo non destinato soltanto alla ricostruzione delle abitazioni, ma pensato anche per sostenere concretamente le famiglie delle vittime delle grandi calamità.
Una battaglia che Sanna porta avanti da anni e che oggi torna al centro dell’attenzione attraverso un nuovo sciopero della fame. Sessantanove giorni senza cibo, un gesto estremo per riportare l’attenzione su una richiesta che riguarda non soltanto chi ha perso una casa, ma soprattutto chi ha perso una persona cara.
Una scelta estrema, che Sanna ha sempre detto di voler interrompere soltanto davanti a qualcosa di concreto. In segno di vicinanza, Format ha scelto ancora una volta di ascoltare la sua voce, raccogliendo le sue parole e il suo appello.
“Qualcosa si è mosso, mi è stata dimostrata una certa solidità d’intenti, ma terminerò, come ho sempre detto, quando veramente ci sarà qualcosa di concreto”.
Qualcosa, infatti, sembra muoversi sul piano istituzionale. Sanna è stato contattato da due rappresentanti dei consiglieri regionali, uno del Partito Democratico e uno di Forza Italia, che gli avrebbero manifestato la volontà di lavorare affinché, almeno a livello regionale, su quanto possibile, ovvero che si possa intervenire a sostegno almeno dei familiari delle vittime di Amatrice.
Un primo passo che, per Sanna, potrebbe rappresentare quella concretezza che attende per mettere fine alla sua protesta.
Sono ormai 69 i giorni di digiuno. Un percorso possibile, spiega Sanna, anche grazie all’assistenza della moglie, la dottoressa Stefania Ciriello, che lo segue professionalmente nell’assunzione di sali minerali, acqua, proteine in polvere e integratori vari.
Ma mentre si avvicina una nuova ricorrenza legata al terremoto di Amatrice, il dolore torna inevitabilmente a farsi sentire. Perché per chi ha perso una persona cara, il tempo non cancella quella data.
“Per noi sicuramente è un anniversario doloroso, ma tutti i giorni è una ricorrenza”.
Ed è proprio qui che Sanna torna sul senso della sua battaglia: sulla differenza tra la ricostruzione materiale di un territorio e la vita di chi, invece, è rimasto senza una persona cara.
“Purtroppo quando accadono queste tragedie, i familiari delle vittime sono quelli che da soli cercano di reagire allo sconvolgimento delle proprie esistenze. Lo vediamo anche ad Amatrice: sono tutti molto indaffarati a costruire le case. Chi muore è morto: purtroppo questo è il discorso”.
Una frase dura, che racchiude il senso della sua protesta. Perché le case possono essere ricostruite, i territori possono rinascere, ma per chi ha perso un figlio, un genitore, un marito o una moglie, quella tragedia non appartiene al passato.
“Per noi non è finita e non finirà mai”.
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