Filippo Sanna, il dolore e le domande senza risposta: i genitori raccontano quella notte

9/06/2026 | Notizie in evidenza, Storie e persone

Famiglia Sanna Amatrice

di S. Santoprete – Per noi Filippo è solo un sorriso, quello che vediamo ritratto nella locandina che accompagna le tante iniziative di una famiglia colpita da una tragedia infinita. Mario Sanna e Stefania Ciriello portano con dignità il loro dolore sulle spalle, un dolore che hanno dovuto imparare a fronteggiare. Dopo dieci anni da quella data che è diventata storia per il nostro territorio, abbiamo voluto incontrarli e lasciare che le parole fluissero libere, tra ricordi a tratti strazianti e altri consolatori, per riportare alla luce chi non c’è più, o meglio chi non è più visibile ma non manca di far sentire la propria presenza.

“Filippo… – dice mamma Stefania – E’ il figlio dell’amore, come dicevano le nonne: il primo figlio. Con lui ho vissuto più intensamente le prime tappe della crescita, perché in quel periodo lavoravo meno rispetto a quanto sarebbe accaduto poi con gli altri due figli

Era una persona speciale. Era ricco umanamente. Ha lasciato un’eredità di amicizie, rapporti, affetti che abbiamo scoperto solo dopo che se ne è andato. Sono stati i suoi amici a cercarci. Ci hanno scritto, ci hanno invitato alle loro lauree, ai matrimoni. Io ancora oggi sento la mamma di un suo amico di università, ci sentiamo al telefono.

Era un ragazzo normale – continua Stefania – Studiava, senza eccellere, amava la musica, l’amicizia, la vita fuori. E la musica… quella era il suo mondo. Faceva playlist ogni volta che viaggiavamo insieme. E mi spiegava i Pink Floyd, il rock degli anni ’70. Io ascoltavo Battisti, i cantautori… con lui ho scoperto tutto un altro mondo. Con gli amici era solare. Con noi un po’ più chiuso, come tutti i ragazzi della sua età, un ragazzo del suo tempo”.

E arriva il racconto della notte che ha cambiato tutto.

“Eravamo a casa, abitavamo lì – inizia a ricordare Mario – a Amatrice. Quella sera c’era la notte bianca, più sagre in contemporanea, il paese pieno di gente”.

Filippo quella sera rientra presto.

“Erano le undici meno un quarto – racconta il padre – Faceva tanto freddo quella sera. ‘Ci vediamo domani’ ci dice. Era tranquillo. È andato a dormire nella stanza che solitamente divideva con Riccardo e che invece allora si trovava in mansarda con la sorella Irene”

Prima il silenzio, poi il boato. Le case di Amatrice una a fianco all’altra, separate da una minima intercapedine. La casa a fianco crolla per prima sopra la loro, facendo implodere la stanza dove era Filippo. La mansarda scende di un piano, il tetto scoperchiato, Riccardo si getta su Irene per proteggerla.

“Noi eravamo nella stanza opposta a Filippo, unica stanza ad avere un telaio d’acciaio, per questo ci siamo salvati”

“Ho sentito come se le pareti si muovessero – dice Stefania – Poi tutto è crollato. Cercavo gli occhiali, ma non c’era più niente. Eravamo rimasti in bilico: esisteva solo il perimetro del letto matrimoniale”.

Mario scende dal letto, va verso quella che crede sia la scala, è buio, trova il vuoto e precipita giù per circa due metri.

Ci si chiama urlando, inseguendo le voci, ma all’appello manca quella di Filippo.

Stefania ricorda il buio assoluto: “Io non vedevo niente. Sono una talpa senza occhiali. Non capivo cosa stesse succedendo. Non volevo nemmeno scendere. Ero paralizzata.” Mario: “Io sono uscito scalzo, ferito ai piedi. E ho visto tutto crollato. Filippo era sotto”.

Quaranta lunghi minuti di silenzio, poi il momento decisivo: “Abbiamo fatto un ultimo tentativo. Lo abbiamo nuovamente e ripetutamente chiamato. E ha risposto: era vivo”.

Da lì iniziano ad arrivare i primi volontari che, lentamente, con un passaggio di torce, aiuteranno i ragazzi a scendere.

“Un ex vigile del fuoco è arrivato subito. Poi hanno cominciato a scavare”.

Stefania rivede tutto: “Nel frattempo io ero sotto shock. Volevo solo arrivasse presto la scossa definitiva per portarmi via. Non capivo. Riccardo mi urlava di scendere, dicendomi che avrei potuto essere d’aiuto a qualcuno.”

Quando, scavando, i primi soccorritori arrivano a Filippo, si rendono conto che è bloccato da una trave, schiacciato dalla vita in giù. Dalla strada non si vede nulla, Mario continua da lontano a urlare “Come stai’ Come stai?” Una mano alzata e la voce di Filippo: ‘Sono qua, sono qua’”.

Occorrerà un tempo lunghissimo per tirarlo fuori. Cinque ore sotto le macerie, troppo tempo con l’addome schiacciato.  Poi in ambulanza. Con lui anche Irene con un leggero schiacciamento delle gambe. E’ Mario ad accompagnarli.

Stefania ricorda lo shock: “Era tutto irreale. Sembrava un film dell’orrore, una catastrofe… Non poteva essere vero. Solo dopo aver visto tutta la mia famiglia in salvo ed aver accompagnato all’elicottero Filippo che già non era più cosciente e molto sofferente, ho deciso di rimanere. Sentivo forte il senso di appartenenza, di comunità. Ho aiutato per quello che potevo…” la voce si incrina al ricordo del vicino di casa rimasto sotto le macerie, delle domande di una moglie e dei due bambini. Già alcune persone non c’erano più e te ne accorgevi da quelle voci sotto i calcinacci che improvvisamente si spegnevano.

Filippo viene quindi trasferito a Pescara. Sopravvive una settimana.

“Per me quei giorni sono stati fondamentali – afferma Stefania – Ho potuto metabolizzare la tragedia piano piano, vederlo, rimanergli accanto… Se fosse accaduto quella notte non avrei retto. E poi un’altra cosa, che reputo proprio una grazia: non aver dovuto fare alcun riconoscimento. Sarebbe stato straziante.”

E’ in quei momenti che arriva la comunità.

“Gli amici di Filippo non ci hanno mai lasciato soli – raccontano – Venivano ogni giorno. Ci portavano acqua, presenza, vita”.

Infine il funerale.

“Ad accompagnarlo la musica che amava”…

Mario racconta un episodio che ancora oggi fatica a spiegare pur essendo un tipo razionale. “Filippo è morto il 31 di agosto, Stefania compie gli anni il 30 di agosto per cui, solitamente, in quei giorni cerchiamo di andare lontano da qui.

“Eravamo nella piscina delle terme – ricorda – quando a un certo punto un ragazzo è entrato in acqua ed ha camminato verso di noi. Ci ha accarezzati uno dopo l’altro”.

Mario gli chiede come si chiami. “Pippo”, risponde il ragazzo. Poi aggiunge: “Mi chiamo Filippo”. Poco dopo arriva il padre che lo richiama fuori dalla piscina. Ma prima di andare via il ragazzo torna ancora una volta ad accarezzarli. “Non era entrato per fare il bagno – dice Mario – sembrava fosse venuto lì soltanto per portarci una carezza”.

Nel ricordo dei due genitori, Filippo continua a manifestarsi così: attraverso piccoli segni, la musica, le coincidenze. E proprio la musica resta uno dei legami più forti: ad Amatrice avevano formato un gruppo insieme ai figli, Mario cantava, Riccardo suonava la fisarmonica e Filippo la chitarra. “Ancora oggi, quando ascolto certe canzoni, sento che lui è lì” dice la mamma.

E’ quasi immediata la trasformazione del dolore in battaglia.

Combattono, Mario e Stefania, per ottenere il riconoscimento del diritto al risarcimento per le famiglie delle vittime, una battaglia che – dicono – continueranno “fino alla fine dei loro giorni”. Qualcuno ancora non riesce a comprendere che non parlano di soldi come compensazione del dolore, ma di dignità e responsabilità: per loro lo Stato deve riconoscere di non aver fatto abbastanza per proteggere i cittadini.

Ricordano che il rischio sismico era noto da tempo e che le istituzioni avrebbero dovuto intervenire per mettere in sicurezza le abitazioni. “Tu non puoi prevedere il giorno preciso, ma puoi prevedere il rischio nel tempo”, spiegano, accusando lo Stato di aver puntato solo sull’emergenza e mai sulla prevenzione. Esiste un precedente, anzi più di uno. C’è la legge del 1976 sul terremoto del Friuli che, all’articolo 16, prevedeva contributi per i familiari delle vittime. E poi la legge del 1980 sul terremoto dell’Irpinia che, all’articolo 2 lettera C, riconosceva ancora contributi ai familiari delle vittime. Questo significa che la politica di allora si era posta il problema della responsabilità dello Stato. Oggi invece si tende a cancellarla, a dire che si è trattato soltanto di una fatalità.

Nel racconto citano anche il professor Tondi dell’Università di Camerino, che dopo il terremoto dell’Aquila avrebbe previsto una tragedia simile ad Amatrice, entro dieci anni. Non parlava di una semplice possibilità teorica, ma di una previsione legata allo studio delle faglie sismiche della zona. E infatti, spiegano, proprio per questo la Regione Lazio aveva stanziato dieci milioni di euro per l’adeguamento antisismico delle abitazioni. Ma quei fondi non vennero usati: “Non l’ha saputo nessuno ad Amatrice”.

Solo sette persone presentarono domanda e le pratiche “rimasero dentro un cassetto dell’ufficio tecnico del Comune”. I soldi tornarono indietro nel silenzio generale.

I due coniugi raccontano poi la delusione verso la politica: negli anni hanno incontrato governi e commissari, ricevendo comprensione a parole ma nessun intervento concreto. “A parole sono tutti d’accordo, nei fatti nessuno ha fatto nulla”, dicono con amarezza.

Alla domanda relativa alla sua professione, su come si possa continuare a curare gli altri dopo una tragedia simile, Stefania Ciriello, medico di famiglia, racconta che proprio la condivisione della sofferenza le ha permesso di andare avanti: “La gioia come il dolore vanno condivisi”. Alcuni pazienti avevano paura di affrontarla, altri invece le hanno confidato esperienze simili, creando una vicinanza umana ancora più forte.

Infine parlano di Amatrice, una comunità che vedono ancora ferita, isolata e lenta nel ritrovare se stessa.

Denunciano la lentezza della ricostruzione e la mancanza di una vera rinascita sociale, ma continuano a portare avanti iniziative, premi e attività con l’associazione nata in memoria di Filippo.

L’ultimo in ordine di tempo è il Premio Letterario Filippo Sanna, giunto alla VIII edizione dedicato ai giovani aspiranti scrittori di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, che da tutta Italia concorrono numerosi per aggiudicarsi il prestigioso riconoscimento. (Qui il loro racconto) Nel corso della cerimonia di premiazione è stato assegnato il Premio “Anima Mundi-Marco Graziosi”, che quest’anno, in occasione del decennale dal terremoto di Amatrice, ha avuto come destinatario speciale proprio Filippo in rappresentanza di tutte le vittime del sisma.

Negli anni il Premio è diventato molto più di un concorso letterario: un luogo di incontro, memoria e ascolto, nato da una perdita devastante ma capace di trasformare il dolore e il ricordo in un’occasione di crescita e bellezza per tanti altri ragazzi.

E nel dolore che non si spegne, resta anche la famiglia.

“Se non avessimo avuto i nostri figli – raccontano – non saremmo qui. Nei primi momenti confesso che avevamo delle idee molto brutte… A un certo punto ci dissero: o continuate a vivere oppure noi ce ne andiamo. E lì abbiamo capito che non potevamo perdere anche loro”.

 

 

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