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	<title>Piccolo grande schermo - Format Rieti - il giornale online di Rieti</title>
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	<description>Format, il giornale cartaceo e online che dal 1998 vi raggiunge in qualsiasi parte del mondo raccontando Rieti e Provincia</description>
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		<title>La Grazia di Paolo Sorrentino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[StefaniaSantoprete]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 20:41:07 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Carotti &#8211; “Virtus in periculis firmior” ovvero “Il valore si rafforza nel pericolo”. Il motto latino del Reggimento Corazzieri si staglia perentorio sullo sfondo nella densa sequenza centrale de “La Grazia”, ultima fatica di Paolo Sorrentino presentata come film d’apertura all’82° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Al centro della sequenza i due grandi protagonisti: Mariano De Santis (Toni Servillo), Presidente della Repubblica italiana a poche settimane dalla scadenza del settennato e la sua adorata figlia Dorotea (Anna Ferzetti).</p>
<p>Il loro legame è tenero ma rivestito di rigida formalità, dopo una vita passata all’insegna del diritto dove ogni cosa, secondo Mariano, va osservata dalla giusta distanza. Decide però di confessare alla figlia che quaranta anni prima è stato tradito dalla moglie Aurora, ormai scomparsa, e che lui quel trauma non l’ha mai superato, il tempo non ha lenito la ferita e l’ossessione di scoprire l’identità dell’amante continua ad essere come un tarlo che corrode la sua mente. Inoltre, altri dilemmi lo costringono a riflettere per tutto l’arco narrativo ovvero decidere se firmare o non firmare la legge sull’eutanasia (“Se non firmo sono un torturatore, se firmo sono un assassino”) e concedere o meno la grazia a due ergastolani finiti in carcere per aver ucciso i coniugi.</p>
<p>Una discesa nel chiaroscuro (De Santis non è mai completamente illuminato) e nei meandri dei cavilli legali, giudiziari e privati. Cosa è giusto e cosa non lo è? Cosa è morale e immorale? E poi la solitudine, gli anni che passano, la vecchiaia che incombe, la ricerca della leggerezza. E quindi… “Di chi sono i nostri giorni?” Questione privata e questione pubblica si intrecciano e innervano questa storia dai forti echi eastwoodiani. Pervade i corridoi dalla rinnovata estetica barocca del Quirinale percorsi avanti e indietro dal giurista attanagliato dal dubbio Mariano De Santis il cui nome suggerirebbe una vocazione cristiana a dare la vita e salvare anche se in realtà la sua decisione consiste nel decretare una “buona morte” (eutanasia), e il cognome rimanda alla santità e come un santo svetta dai torrioni del suo palazzo circondato da una suggestiva nuvola di fumo di sigaretta, offerta in assoluta segretezza dal suo angelo custode, il col. Labaro (Orlando Cinque).</p>
<p>Se ne “Il Divo” Sorrentino faceva i conti con il cinismo di Giulio Andreotti e nel dittico “Loro” con il narcisismo berlusconiano, ne “La Grazia” osserviamo un Presidente italiano in evidente crisi e decadenza, personaggio “Frankenstein” frutto di tanti presidenti assemblati che danno vita a un uomo rigoroso e politico serio vissuto nel segno della moderazione, proveniente dalla vecchia scuola democristiana (la figlia Dorotea come la corrente centrista della DC). I nomi sono rivelatori in questo film ma come accade spesso con il regista napoletano bisogna fare i conti con l’utilizzo delle sineddochi, ossia le parti del tutto. Mariano viene soprannominato Cemento Armato (che non può con amara ironia non riportare alla mente il finale de “Le conseguenze dell’amore”), inamovibile nelle sue certezze, saldamente ancorato alla terra, inscalfibile, prevedibile nella noiosa routine e per questo bersaglio del pungente sarcasmo della sua amica Coco Valori (Milvia Marigliano) la quale sembra custodire un segreto importante. Sembra di osservare un personaggio in trappola, prigioniero di dilemmi morali e sentimentali, ma anche di luoghi che somigliano a prigioni o lo sono a tutti gli effetti. Le traiettorie che disegna quando passeggia sono ridondanti, piatte come la linea perfettamente retta che si stagliava all’orizzonte vicino la sua casa natale, avvolta dalla nebbia, con una figura femminile che aleggiava a mezz’aria. Mariano è un personaggio crepuscolare, senza Aurora. E poi arriva il momento in cui si trova in una sala vuota davanti a uno schermo: sta osservando in diretta un astronauta malinconico a cui scappa una lacrima.</p>
<p>La lacrima fluttua fino a incontrare il dito incuriosito di Mariano che forse per un momento si abbandona all’assenza di gravità e si fa più leggero raccogliendo il senso dell’universo che racchiude quell’immagine proveniente dallo spazio. L’immagine come epifania e connessione con altre dimensioni. Sorrentino filma ancora una volta un’opera che si interroga e ci interroga sulla relazione tra noi e il mondo, senza necessariamente fornire una risposta perché in fondo la verità è una scalata verso l’impossibile.</p>
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		<title>Robert Redford: in mezzo scorre il fiume</title>
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		<dc:creator><![CDATA[StefaniaSantoprete]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Oct 2025 08:57:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Andrea Carotti &#8211; A chi si occupa di critica viene insegnato prima di tutto a farsi scoraggiare dall’utilizzo, in sede di analisi scritta, della prima persona per disquisire di opere e artisti. Sacrosanta verità. Quando sono venuto a conoscenza della scomparsa di Robert Redford lo scorso 16 Settembre, tuttavia, non sono riuscito a pensare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Carotti &#8211; A chi si occupa di critica viene insegnato prima di tutto a farsi scoraggiare dall’utilizzo, in sede di analisi scritta, della prima persona per disquisire di opere e artisti. Sacrosanta verità. Quando sono venuto a conoscenza della scomparsa di Robert Redford lo scorso 16 Settembre, tuttavia, non sono riuscito a pensare di scrivere qualcosa in altri modi se non condividendo con il gentile lettore il legame che nel tempo si è intrecciato con questo immenso artista con lo sguardo da ragazzone americano dal ciuffo ribelle, gentile, bellissimo, spaccato in due tra divismo e devozione all’indie. Probabilmente la sua vera essenza era nel mezzo, come un funambolo alle prese con una prova di equilibrio, Redford ci ha sempre mostrato che nella vita è importante avere idee e radici solide, identità definite nonostante in mezzo a tutto questo c’è un fiume di incertezze, di cose che ci sfuggono con cui bisogna prima o poi fare i conti: l’imprevedibile e inafferrabile, l’hic et nunc alle prese con l’inesorabilità del destino.</p>
<p>Ero pressoché un adolescente già avido consumatore di film e nei rari momenti in cui mio padre riusciva a sfuggire alle mie puntuali ed estenuanti richieste di portarmi in videoteca per noleggiare un nuovo DVD, mi rifugiavo da mio nonno, il mago del computer, così mi piaceva chiamarlo a causa della sua risolutezza e conoscenza del mezzo informatico. Sulla scrivania della sua camera era solito riunire pile di dischi colmi di titoli cinematografici rigorosamente scritti a penna dove amavo perdermi alzandone uno alla volta dall’apposito alloggio alla ricerca di quel titolo che ancora mi mancava. Ricordo l’odore del policarbonato che soddisfaceva il mio olfatto quando mi sono imbattuto in un titolo che ha subito catturato la mia attenzione: “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo!”. Consumai quel disco e non saprei bene spiegarne il motivo, ma c’era qualcosa nella figura di Jeremiah Johnson, barba folta e caschetto biondo, che mi parlava nonostante la sua laconicità, mi accoglieva malgrado l’atteggiamento da eremitico, mi inquietava per i toni grezzi e l’impetuosità delle figure statuarie dei Corvi. E’ stato probabilmente in quel momento che ho riconosciuto senza conoscerlo davvero l’importanza attoriale di Redford. Come accidenti è riuscito a non perdere lo scalpo? Uno scalpo così poi? Lo scalpo degli scalpi, pensavo. Riesce addirittura ad ottenere pace e rispetto con Mano che Segna Rosso, capo della tribù dei Corvi. Riflettendoci a posteriori la straordinaria capacità di Redford attore è quella di fare muovere il personaggio che interpreta verso di lui, ed è questa una delle più grandi qualità per un attore prettamente se non esclusivamente cinematografico. Il tratto più riconoscibile di Redford, quei ciuffi biondi che nemmeno la finzione può sottrarre. Era il 1972 quando Sidney Pollack dirigeva quello che sarebbe diventato uno dei sodalizi più folgoranti della storia del cinema. Pollack-Redford per altre sei volte: Questa ragazza è di tutti (1966), Come Eravamo (1973), I Tre Giorni del Condor (1975), Il Cavaliere Elettrico (1979), La mia Africa (1985) e Havana (1990).</p>
<p>Gli anni ’70 sono il porto principale dove pescare ruoli nel mare magnum filmografico dell’attore californiano tra cui Il Candidato (1972) di Michael Ritchie, girato all’alba dello scandalo Watergate in cui il Senatore democratico vincente alle elezioni, Bill McKay (Redford) si ritrova con il suo consulente politico isolato in una stanza vuota domandandosi “E adesso cosa facciamo?” in uno degli epiloghi più disarmanti di tutta la New Hollywood e ancora come non mettere nel calderone il suo fulminante e sorprendente esordio alla regia nel 1980 con Gente Comune, affresco lucidamente tragico della condizione della famiglia americana all’alba della raeganomics, anch’esso con un finale travolgente che vede un padre di famiglia (Donald Sutherland) allontanare la moglie sentimentalmente atrofizzata (Mary Tyler Moore) dopo aver perso l’adorato primogenito in un fatale incidente ai danni di una mancata riconciliazione con il secondogenito assalito dai sensi di colpa. Quel “Ti voglio bene” come battuta finale è una lama infilzata nel petto.</p>
<p>Tutto il cinema di e con Robert Redford affronta delle costanti emotive, il dolore della perdita in un mondo distrutto che cerca di ritrovare un po’ di umanità perduta (Proposta Indecente, 1993), l’incitamento alla ribellione, la forza di mantenere vivo il cuore (L’uomo che sussurrava i cavalli, 1998). Nel 2018 annunciava il ritiro dalle scene e pur prendendone atto non credo di essere mai riuscito a digerire quella notizia, figuriamoci quella della sua scomparsa. Il cuore di Robert Redford, il divo gentile, scorrerà sempre in mezzo a quel fiume nel Montana che tanto amava filmare. Per quanto mi riguarda, dopo tanti anni, non mi resta che continuare a scorrere le dita tra i titoli dei suoi film. Non scritti più a penna, però.</p>
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		<title>Tom Cruise: l’ultimo eroe possibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[StefaniaSantoprete]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jun 2025 17:30:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Andrea Carotti &#8211;  Una star planetaria indiscutibile, ancora capace di viaggiare a velocità ultrasoniche in una dimensione action pura, per ribadire una centralità del corpo e della performance. Un corpo resistente, indistruttibile. Quando il cinema disegnava traiettorie sognanti e restava impregnato lo stesso di vita, impegno politico, debolezze e resurrezioni, passioni e tormenti. La [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Carotti &#8211;  </strong>Una star planetaria indiscutibile, ancora capace di viaggiare a velocità ultrasoniche in una dimensione action pura, per ribadire una centralità del corpo e della performance. Un corpo resistente, indistruttibile. Quando il cinema disegnava traiettorie sognanti e restava impregnato lo stesso di vita, impegno politico, debolezze e resurrezioni, passioni e tormenti. La devozione per un altro tempo si riconnette a Tom Cruise, che, come un’icona vecchio stile (un Cary Grant moderno disse John Woo), riemerge ogni volta dal passato per rivendicare il suo diritto ad abitare ancora l’immaginario di questo mondo. Ma non si tratta di sola nostalgia. Semmai il crocevia di una tendenza su cui provare a ragionare. Il filosofo americano Stanley Cavell in un saggio parlava di una sequenza di “Spettacolo di varietà” (V.Minnelli, 1953) in cui Tony Hunter (Fred Astaire) arrivava con il treno a New York e camminava lungo il binario per guadagnare l’uscita, canticchiando, quasi tra sé e sé, “By Myself”.  Era un uomo solo in un mondo dove nessuno sembrava accorgersi di lui, nonostante fosse una stella: un’emotional hovering, un sentimento di intima sospensione e uno stare in bilico sul bordo del numero che equivale a una meditazione sull’esistenza. Sul finale di “Mission: Impossible &#8211; The Final Reckoning”, ultimo capitolo della saga trentennale con Cruise protagonista, l’iconica spia Ethan Hunt sembra danzare per sopravvivere nella sequenza al cardiopalma sul biplano che fa tornare alla mente le mirabolanti e funamboliche imprese di Buster Keaton e mentre cade nel vuoto il fuoricampo dell’attore lascia con il fiato sospeso fino a quando riappare sano e salvo in un campo disperso nel nulla, come se grazie al potere magico e salvifico del cinema avesse raggiunto lo status di immortale divinità (divo). In quella scena viene evocata, inoltre, la grande tradizione del musical americano, in particolare “Carioca” (T.Freeland, 1934), con la coppia Rogers-Astaire dove una coreografia di ballerini va in scena letteralmente sulle ali di un aereo in volo. Al cinema come nella vita, sembrano suggerirci Astaire, Keaton e Cruise, c’è sempre qualcosa che sfugge, che resta fuoricampo. Ma un nuovo numero musicale o una nuova performance è già dietro l’angolo, pronta a far (ri)cominciare il mondo. Ethan sembra morire più di una volta durante l’arco narrativo ma poi scientologicamente rinasce, come se la realtà all’interno del film fosse un videogame (Edge of Tomorrow, 2014) in cui vivi, muori, ripeti fino al termine della missione principale (“la vita è la somma delle nostre scelte”).</p>
<p>Gli action/thriller del ProdAuttore Cruise sono veri e propri franchise da controllare in prima persona. Le saghe muscolari e pirotecniche di “Mission: Impossible” e “Jack Reacher”, vengono da lui interamente prodotte e si impongono come emanazioni della “Cruise Factory”. Ethan Hunt e Jack Reacher sono personaggi diversi l’uno dall’altro, digitalizzato e moderno il primo, intuitivo e analogico il secondo, ma sostanzialmente si incontrano nello sfidare l’incedere anagrafico dell’attore (che contribuisce ad aumentarne la narrazione dichiarando a più riprese di non servirsi di stunt) e ne rilanciano la dimensione eroica e superomistica. I “Mission: Impossible” realizzati insieme al regista McQuarrie sono film di puro movimento, retti quasi interamente dal corpo di Cruise/Hunt che si misura con Cameron sul piano della profondità, con Hawks e Kubrick su quello della gravità e con un Entità (AI) onnipotente che sembra essere imbattibile soprattutto sulla velocità combattendola con la capacità che trasforma l’impossibile in possibile e che rende un film puro cinema: il tempismo (In un battito di ciglia come vorrebbe la grande tradizione del montaggio). Il mondo rappresentato è numerizzato e binarizzato in cui tutto è connesso e il capitolo conclusivo contrappone un’AI che vuole distruggere il mondo all’uomo portando la saga a trasformarsi progressivamente in una metariflessione sull’evoluzione del blockbuster dagli anni ’90 all’era post-digitale: tensione palpabile tra il tempo dell’azione e il tempo della storia cinematografica che tenta un’operazione narrativa, estetica e ontologica.  Consapevolezza teorica che in Tom Cruise nasce sempre dalla pratica: “ho studiato a fondo la vecchia Hollywood e quel modo di produzione ormai passato per capire le mie origini. Sono sempre stato certo che un giorno quelle cose le avrei rimesse in circolo in maniera diversa”.</p>
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		<title>David Cronenbgerg: melodramma dell’orrore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[StefaniaSantoprete]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 May 2025 21:30:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Andrea Carotti &#8211; Chi lo avrebbe mai detto… Una carriera nel cinema all’insegna della malattia dello sguardo, della mutazione dei corpi e dello spirito, di mostruose messe in scena degli istinti repressi perpetuati dalla medicina antidogmatica e insistenti riflessioni, film dopo film, sulla psicanalisi. Chi lo avrebbe mai detto che il centro di gravità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Carotti &#8211; Chi lo avrebbe mai detto… Una carriera nel cinema all’insegna della malattia dello sguardo, della mutazione dei corpi e dello spirito, di mostruose messe in scena degli istinti repressi perpetuati dalla medicina antidogmatica e insistenti riflessioni, film dopo film, sulla psicanalisi. Chi lo avrebbe mai detto che il centro di gravità dell’opera del maestro canadese David Cronenberg fosse proprio il mélo&#8230;?</p>
<p>Eppure ce lo ha sempre mostrato sullo schermo, forse era più evidente di quello che sembrava ma inevitabilmente eravamo troppo occupati a tenere gli occhi fissi sulla visionarietà della tecnica, in trepidante attesa di un nuovo sconvolgente escamotage orrorifico che ci proiettasse in un altrove futuristico alla ricerca di segnali preveggenti sul mondo e riflettendoci, una delle caratteristiche travolgenti di tutta l’opera cronenbergiana è quella di essere in costante sfida con sé stesso, di mettersi sempre in discussione, essere capace di colpire lo spettatore in punti diversi stordendolo come fosse un pugile all’angolo del ring chiamato a reagire colpo su colpo per rimettere in equilibrio il match. In un’intervista del 1983 confessa “Bisogna vivere una vita in equilibrio tra sicurezza e disastro. Non credo che lo scopo della vita sia quello di trovare una nicchia che sia totalmente sicura e protetta, perché penso che questa realtà sia la morte. D’altra parte, personalmente non voglio vivere in mezzo al caos e al disastro. Non voglio una cosa né l’altra, e questo significa che sono costantemente in equilibrio.”</p>
<p>Di recente tornato al Festival di Cannes 2024 con il suo ultimo lavoro intitolato “The Shrouds &#8211; Segreti Sepolti”, Cronenberg è uno dei cineasti che a partire dagli anni ’80 ha intuito con più lucidità e preveggenza la centralità del corpo senza separarlo, però, dalla dimensione cerebrale e tecnologica (carne-metallo). Il suo stile glaciale e granitico, chirurgico e patogeno evoca la paranoia e il delirio, istanze mortifere aleggiate da complottismo e fantasmi del passato. Il Professor Canova direbbe inoltre “Non è uno stimolatore clitorideo del visibile” poiché non c’è traccia di empatia, l’approccio con il quale indaga il corpo, sesso e mutazioni è tanto più fisico sul piano del visibile quanto in quello concettuale. Dramma più musica, lo iato, ovvero l’abisso che separa il desiderio dal reale: si ottiene questa definizione scomponendo i significanti del genere tanto caro alle Hollywood degli anni ’50, il melodramma, che il regista di Toronto riesce a declinare utilizzando un registro eccessivo e raffreddato (fuoco e ghiaccio) e a costruire, così, una coincidenza degli opposti.</p>
<p>I personaggi tratteggiati da Cronenberg non sanno più riconoscere cosa sia e cosa non sia la realtà, sono tutti messi in condizione di vedere troppo o troppo poco: vittime dell’incapacità di distinguere la finitezza del loro corpo e l’infinità del mondo che li circonda attraverso le forme del gore sono teatro dell’impianto di vere e proprie mostre degli orrori psichici, labirinti e scatole cinesi dentro cui perdersi. Sono, quindi, soggetti che non si tengono, smarriti nella loro soggettività, che conoscono troppo bene diversi aspetti del reale da non riuscire a vederlo a pieno: scienziati, politici, artisti, medici, psicologi.</p>
<p>The Shrouds (I sudari in italiano), in sala dal 3 Aprile 2025, racconta di un produttore canadese di video industriali che ha perso sua moglie Rebecca (inevitabile ripensare ai sospetti fantasmatici e alle ossessioni tanto care a Hitchcock) quattro anni prima e decide di fondare un cimitero futuristico nel quale ogni salma è avvolta in un sudario con installate microcamere con uno schermo che permette ai cari di osservare il progressivo disfacimento dei loro defunti. Siamo di fronte a un ennesimo confine tra vita e morte, visione e cecità in questa storia di fantasmi personale e autobiografica che contiene tutto il cinema di Cronenberg: voyerismo, pulsione del desiderio, riflessioni sulla condizione post-mediale. Un astratto e affascinante melodramma dell’orrore che ancora una volta ci fa fare i conti con amori impossibili, fantasmi che ci tormentano e punti di vista alternativi sulle modalità di pensare il cinema oggi.</p>
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		<title>Buio in sala: i migliori film della stagione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[StefaniaSantoprete]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2025 17:15:27 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[recenzioni cinematografiche]]></category>
		<category><![CDATA[stagione 2024 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Andrea Carotti  01 &#8211; La Zona d’Interesse – Jonathan Glazer: segue pedissequamente la tranquilla vita di Rudolf Höss, primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz, e della sua famiglia. Glazer aggredisce il testo di riferimento allestendo una commedia disumana glaciale che influenza l’inconscio dello spettatore in costante alternanza tra ciò che si vede [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Carotti<strong> </strong></p>
<p><strong>01 &#8211; La Zona d’Interesse</strong> – Jonathan Glazer: segue pedissequamente la tranquilla vita di Rudolf Höss, primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz, e della sua famiglia. Glazer aggredisce il testo di riferimento allestendo una commedia disumana glaciale che influenza l’inconscio dello spettatore in costante alternanza tra ciò che si vede e ciò che non si vede. La banalità del male, purissima. Straordinaria decostruzione e rielaborazione del mélo che regala nuove prospettive e punti di vista appena fuori dal lager.</p>
<p><strong>02 &#8211; Horizon: An American Saga: Capitolo 1</strong> – Kevin Costner: epopea western che narra le vicende di coloni, un mercante di bestiame e una carovana diretta a Santa Fe intorno al 1863. In questo straordinario affresco iperclassico ritroviamo tutto ciò che era andato perduto: John Ford nei duetti tra una signora e un militare; Gary Cooper nella presenza attoriale di Costner; la frettolosità anti drammatica di Arthur Penn nei duelli; l’umanesimo di Anthony Mann. Costner sa che al cinema ciò che veramente conta è la linea dell’orizzonte.</p>
<p><strong>03 &#8211; Giurato Numero 2</strong> – Clint Eastwood: Ancora una volta a fare la giustizia non bastano le regole, i sistemi, le procedure, le leggi. Un’indagine sulla colpa e sulle contraddizioni del sistema processuale americano: dubbi, risposte mancate, spettri ma anche speranze, riflessioni, occasioni. Quale è la cosa giusta da fare? Campo. Controcampo. Fine.</p>
<p><strong>04 &#8211; All We Imagine As Light</strong> &#8211; Payal Kapadia: la regista indiana filma un viaggio dal movimento molteplice e simbolico: inquadra il racconto dal generale al particolare, dal collettivo all’individuale. Lo spirito di Mumbai parla attraverso le figure indimenticabili delle protagoniste, Anu e Prabha, che vagano erranti alla ricerca di una nuova società possibile. Un cinema che intreccia concreto e astratto, un tunnel che scava nelle profondità dell’anima.</p>
<p><strong>05 &#8211;</strong> <strong>L’Innocenza</strong> &#8211; Hirokazu Kore-eda: Avvolgente, spiazzante, struggente l’ultima opera del cineasta nipponico che torna a mettere sotto la lente di ingrandimento la famiglia dove, stavolta, si annidano fantasmi inconfessabili, peccati e bugie. Un concentrato di ritratti, misteri e frantumi familiari che confermano lo sguardo affascinante e complesso, decisamente necessario di Kore-eda.</p>
<p><strong>06 &#8211; Hey Joe</strong> &#8211; Claudio Giovannesi: un cinema che sa andare dritto al cuore delle cose, guardare, illuminare. Il desiderio di un padre (James Franco in stato di grazia), di una seconda chance che sa dare forma e movimento anche alla storia e al dolore sociale di un luogo.</p>
<p><strong>07 &#8211; Finalement</strong> &#8211; Claude Lelouch: il cineasta francese ancora una volta ci fa fare i conti con la sua poetica: la realtà non ha nessuna soluzione di continuità con la fantasia. La realtà è una contraddizione: scegliere non significa rinunciare al caso.</p>
<p><strong>08 &#8211; Flow</strong> &#8211; Un Mondo Da Salvare &#8211; Gints Zilbalodis, Matiss Kaza: una parabola che segue i modi, i tempi, i toni e ritmi dell’ambiente naturale e nella sua natura esperienziale un veicolo ideale di emotività e di immagini acquerello che eliminano la parola e lasciano campo libero ai suoni e all’odissea che vive il micetto nero protagonista del film d’animazione più interessante e sconvolgente degli ultimi anni.</p>
<p><strong>09 &#8211; Bestiari Erbari Lapidari</strong> &#8211; Massimo D’Anolfi, Martina Parenti: un archivio di immagini raccolte negli anni per un film che cresce in larghezza e in altezza abbracciando l’esistente dal punto di vista dell’uomo e si domanda quale sia, sul pianeta di cui siamo parte, il senso di tale posizione, prima ancora che di sguardo. In perenne ricerca della sintesi di una visione del mondo attraverso il montaggio come principio regolatore della conoscenza.</p>
<p><strong>10 &#8211; Los Colonos</strong> &#8211; Felipe Gálvez Haberle: percorso sudamericano di riscoperta del proprio passato dittatoriale e colonialista. Un western che vive di contrasti e immagini sature in bilico tra approccio teorico e filosofico dove le azioni dei personaggi diventano allegorie della complessità dei processi storici.</p>
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		<title>Il Monaco che vinse l&#8217;Apocalisse: stasera proiezione evento al Multisala Moderno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Carotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Dec 2024 12:51:13 +0000</pubDate>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Questa sera alle ore 21.30 presso il Cinema Multisala Moderno di Rieti la proiezione evento de Il Monaco che vinse l&#8217;Apocalisse, film di produzione italiana diretto da Jordan River e distribuito da Delta Star Pictures. Saranno ospiti in sala gli attori Willy Stella e Mariano Mestici, il direttore della fotografia Gianni Mammolotti, lo scenografo Davide De Stefano e per un saluto al pubblico sarà presente anche l&#8217;Assessore alla Cultura, Scuola e Università di Rieti Letizia Rosati.</p>
<p>I biglietti sono disponibili presso il botteghino del cinema e in prevendita online sul sito www.multisalamoderno.com</p>
<p>Ambientato nel periodo delle Crociate<em>, Il Monaco che vinse l’Apocalisse</em> racconta la figura dell’Abate Joachim (Gioacchino Da Fiore), in particolare il pensiero del riformatore monastico e fondatore dell’ordine forense. Nel XII secolo, questa biografia fuori dagli schemi ma dall’atmosfera evocativa, apre un viaggio poetico e fantasy, tra umano e trascendentale, esperienze oniriche e visioni mistiche. Per comprendere al meglio la forza del personaggio, l’asceta, più di un secolo dopo la sua morte, viene inserito da Dante Alighieri nel canto XII del Paradiso della Divina Commedia: “… Abate Giovacchino di spirito profetico dotato”.  <em>La Divina Commedia</em> stessa è ispirata al poema De Gloria Paradisi, scritta appunto da Gioacchino da Fiore. Inoltre, la più imponente opera di teologia figurale e simbolica, rarissimo codice miniato medioevale, è dello stesso autore, “Liber Figurarum”, di cui esistono al mondo tre copie, conservate a Reggio Emilia, Oxford e Dresda.<em> Il Monaco che vinse l’Apocalisse</em> illumina su una figura tanto misteriosa quanto importante della Chiesa Cattolica, a tal punto da rappresentare fonte di ispirazione per numerosi artisti e pensatori internazionali, tra i quali Montaigne, Hegel, Joyce, Michelangelo per il Giudizio Universale.</p></div>
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		<title>Partito democratico provincia di Rieti &#8220;L&#8217;AGENAS fotografa situazione critica per la Sanità&#8221;</title>
		<link>https://www.formatrieti.it/2024/11/29/partito-democratico-provincia-di-rieti-lagenas-fotografa-situazione-critica-per-la-sanita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[StefaniaSantoprete]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Nov 2024 18:29:13 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.formatrieti.it/2024/11/29/partito-democratico-provincia-di-rieti-lagenas-fotografa-situazione-critica-per-la-sanita/">Partito democratico provincia di Rieti &#8220;L&#8217;AGENAS fotografa situazione critica per la Sanità&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.formatrieti.it">Format Rieti - il giornale online di Rieti</a>.</p>
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<div>&#8220;La sanità nella provincia di Rieti e nel Lazio sta vivendo un netto peggioramento, frutto di scelte discutibili del governo regionale di destra e del presidente Rocca &#8211; dichiara la  Federazione Provinciale del Partito democratico di Rieti &#8211;  La ricetta proposta per rafforzare il sistema sanitario, ridurre i tempi di attesa e migliorare i servizi si è dimostrata fallimentare, riportando i nostri territori da livelli di eccellenza a standard medio-bassi che ricordano epoche passate.<br />
A confermare il declino, i dati dell&#8217;AGENAS, pubblicati oggi da Repubblica, che fotografano una situazione critica per il Lazio e in particolare per Rieti, oggi tra le peggiori ASL per tempi di attesa e degenza ospedaliera. Questo quadro è in netto contrasto con quanto certificato dalla stessa Regione per il 2021, con la delibera della Giunta Rocca del 22 novembre 2024 che conferma come Rieti potesse contare su performance sanitarie di alto livello nel 2021, quando la Asl di Rieti si piazzava al secondo posto per qualità delle prestazioni.<br />
È la stessa destra dunque, attraverso i dati ufficiali forniti, a prendere atto del buon livello delle prestazioni sanitarie ereditate dalla precedente Amministrazione Zingaretti e il loro repentino scadimento nella Provincia di Rieti dall’insediamento della Giunta Rocca.<br />
Nonostante questi dati, si sono avanzate proposte incomprensibili, come lo smantellamento del reparto di cardiologia dell&#8217;ospedale di Rieti, riconosciuto tra i migliori dall&#8217;AGENAS. I cittadini, invece, hanno bisogno di investimenti seri, scelte basate sul merito e non su logiche clientelari.<br />
Inoltre, chiediamo chiarezza sul destino del nuovo ospedale di Rieti, di cui si sono perse le tracce, e sui progetti delle case della salute e degli ospedali di comunità, fondamentali per garantire una sanità territoriale adeguata. In pochi anni di governo di centrodestra, la nostra provincia è diventata fanalino di coda: è ora di fornire risposte concrete e di tornare a investire in modo serio e trasparente sulla sanità pubblica.&#8221;</div>
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<p>L'articolo <a href="https://www.formatrieti.it/2024/11/29/partito-democratico-provincia-di-rieti-lagenas-fotografa-situazione-critica-per-la-sanita/">Partito democratico provincia di Rieti &#8220;L&#8217;AGENAS fotografa situazione critica per la Sanità&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.formatrieti.it">Format Rieti - il giornale online di Rieti</a>.</p>
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		<title>Consiglio di Stato respinge ricorso ambientalista contro TSM2: rilancio del Terminillo confermato</title>
		<link>https://www.formatrieti.it/2024/11/25/consiglio-di-stato-respinge-ricorso-ambientalista-contro-tsm2-rilancio-del-terminillo-confermato/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Tofani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2024 17:26:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Respinto il ricorso delle associazioni ambientaliste contro il TSM2, il Collegio ha reputato l’appello “non fondato”. Oggi, 25 novembre, è stata pubblicata la sentenza della Quarta Sezione del Consiglio di Stato che respinge definitivamente il ricorso proposto da dall’Associazione Italiana World Wide Fund For Nature (Wwf) O.n.l.u.s. O.n.g., dalla Lega Italiana Protezione degli Uccelli &#8211; [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.formatrieti.it/2024/11/25/consiglio-di-stato-respinge-ricorso-ambientalista-contro-tsm2-rilancio-del-terminillo-confermato/">Consiglio di Stato respinge ricorso ambientalista contro TSM2: rilancio del Terminillo confermato</a> proviene da <a href="https://www.formatrieti.it">Format Rieti - il giornale online di Rieti</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Respinto il ricorso delle associazioni ambientaliste contro il TSM2, il Collegio ha reputato l’appello “non fondato”. Oggi, 25 novembre, è stata pubblicata la sentenza della Quarta Sezione del Consiglio di Stato che respinge definitivamente il ricorso proposto da dall’Associazione Italiana World Wide Fund For Nature (Wwf) O.n.l.u.s. O.n.g., dalla Lega Italiana Protezione degli Uccelli &#8211; Lipu Birdlife Italia O.d.v., dal Club Alpino Italiano, dall’Associazione Salviamo l’Orso &#8211; Associazione per la Conservazione dell’Orso Bruno Marsicano O.n.l.u.s., dalla Mountain Wilderness Italia O.n.l.u.s., dall’Associazione Italia Nostra O.n.l.u.s. contro la Regione Lazio, la Pro Loco del Terminillo, il Ministero della Cultura.</p>
<p>“Nessuna delle motivazioni con le quali i sedicenti ambientalisti hanno tentato di bloccare il progetto TSM2 si è dimostrata fondata, le considerazioni con le quali si voleva privare la nostra comunità di una occasione di sviluppo fondamentale sono state tutte confutate. Questa potrebbe essere una giornata di gioia, nella quale ci si trova ancora una volta confortati dalla conferma che si è lavorato con serietà, coscienza e professionalità, ma così non può essere. Non si può essere felici quando le aspettative di una comunità sono state costrette ad anni di attesa dai deliri di poche persone autonominatesi tutrici di qualcosa che poi, alla luce dei fatti, si dimostra non hanno affatto compreso.&#8221; Dichiara Il Sindaco della Città di Rieti <strong>Daniele Sinibaldi. </strong></p>
<p>&#8220;Noi continueremo ad andare avanti, certi delle nostre ragioni, oggi tutte confermate. Era corretta la nostra tesi secondo cui gli impianti che siamo decisi a realizzare siano strutture pubbliche dirette all’erogazione di un pubblico esercizio. La sentenza dice ancora di più e meglio parlando di rilevanza pubblica sotto il profilo economico e sociale. I giudici hanno compreso e decretato vero quello che diciamo da anni, richiamando anche l’art. 33 della Costituzione nel quale si cita “il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le forme”, e non solo in quelle decise da qualcuno. Nulla in quella procedura è stato sbagliato o sottovalutato, a cominciare proprio dalla tutela dell’ambiente e di tutte le norme che lo tutelano e anche di quegli orsi che ora, è stato anche stabilito con una sentenza, in quelle aree, a quelle quote, non si sono proprio mai visti.</p>
<p>Noi continueremo ad andare avanti e a lavorare per la nostra comunità e per la nostra montagna, ai pochi che hanno cercato di privarci tutti di un importante strumento di sviluppo adesso non chiediamo neanche di chiedere scusa, non ci aspettiamo lo faranno, chiediamo solo di leggere con attenzione la sentenza e trovare in quelle pagine le motivazioni dei loro torti.”</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.formatrieti.it/2024/11/25/consiglio-di-stato-respinge-ricorso-ambientalista-contro-tsm2-rilancio-del-terminillo-confermato/">Consiglio di Stato respinge ricorso ambientalista contro TSM2: rilancio del Terminillo confermato</a> proviene da <a href="https://www.formatrieti.it">Format Rieti - il giornale online di Rieti</a>.</p>
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		<title>#Maipiùsola: La Campagna di Salvatore La Bella per sensibilizzare i giovani contro la violenza di genere</title>
		<link>https://www.formatrieti.it/2024/11/23/maipiusola-la-campagna-di-salvatore-la-bella-per-sensibilizzare-i-giovani-contro-la-violenza-di-genere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2024 09:58:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Salvatore La Bella ha lanciato la campagna #Maipiùsola con l&#8217;obiettivo di sensibilizzare i giovani contro la violenza di genere, in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Di seguito le sue dichiarazioni: “Sono molto felice del fatto che l’iniziativa abbia raccolto molto interesse e abbia toccato il cuore di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.formatrieti.it/2024/11/23/maipiusola-la-campagna-di-salvatore-la-bella-per-sensibilizzare-i-giovani-contro-la-violenza-di-genere/">#Maipiùsola: La Campagna di Salvatore La Bella per sensibilizzare i giovani contro la violenza di genere</a> proviene da <a href="https://www.formatrieti.it">Format Rieti - il giornale online di Rieti</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Salvatore La Bella ha lanciato la campagna #Maipiùsola con l&#8217;obiettivo di sensibilizzare i giovani contro la violenza di genere, in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.</p>
<p>Di seguito le sue dichiarazioni:</p>
<p>“Sono molto felice del fatto che l’iniziativa abbia raccolto molto interesse e abbia toccato il cuore di molti giovani, che da Rieti, ma anche da diverse parti d’Italia, hanno appoggiato #Maipiùsola condividendo l’hashtag. Il dato positivo di cui sono più entusiasta riguarda i ragazzi, gli uomini, che hanno subito risposto presente sottolineando che siamo noi in primis a fare della lotta alla violenza contro le donne una nostra battaglia. Ringrazio anche le personalità di caratura nazionale e le istituzioni che hanno deciso e decideranno di appoggiare la campagna di sensibilizzazione.”</p>
<p>23_11_2024</p>
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		<title>Buio in Sala: Il Gladiatore II e Giurato Numero 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Carotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Nov 2024 13:59:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Piccolo grande schermo]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Clint Eastwood]]></category>
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		<category><![CDATA[Ridley Scott]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Rubrica a cura di Andrea Carotti &#8211; </p>
<h5><strong>IL GLADIATORE II di Ridley Scott</strong></h5>
<p>“Qualsiasi cosa ti capiti, è stata prestabilita per te fin dall’eternità, e un fitto intreccio di cause da sempre ha legato la tua esistenza a quell’evento” [Marco Aurelio]</p>
<p>Sono trascorsi venticinque anni dall’uscita de Il Gladiatore e il suo retaggio resta scolpito nell’immaginario come un busto all’interno dei musei capitolini. Anche in questo seguito il vero protagonista è il Colosseo, teatro dell’intrattenimento più sregolato, eccessivo, sbalorditivo e spettacolare. Un contenitore perfetto per riflettere sulla società dello spettacolo, sui cambiamenti del dispositivo cinema e sulla natura delle immagini contemporanee dove mettere un ulteriore punto esclamativo nella carriera prolifica di Sir Ridley Scott. Ci sono immagini che lasciano eredità pesanti e quelle di Massimo Decimo Meridio hanno un peso specifico considerevole e difficile da replicare. Nonostante la sua figura diegeticamente sia vittima della damnatio memoriae (il nome Maximus cancellato) le sue spoglie sono custodite nel cuore dell’arena e appese sopra la lapide spada e armatura sono in attesa di un nuovo eroe pronto a raccoglierle. Il Gladiatore II batte la stessa strada del predecessore raccontando la storia di Lucio Vero, figlio di Lucilla e nipote di Marc’Aurelio, cresciuto libero in Numidia, ridotto schiavo e condotto a Roma, dove dominano gli imperatori Caracalla e Geta, in cerca di vendetta sul Generale Acacio (Pedro Pascal) e (ri)scoprire sé stesso.</p>
<p>Il regista replicante si interroga sul genere epico e lo decostruisce in corso d’opera: i personaggi che ambiscono ad un cambiamento di status quo devono abbandonarsi alla rabbia e al rancore, le parole sembrano non bastare per generare nuovi sensi e <img decoding="async" class="wp-image-6024 size-medium alignleft" src="https://www.formatrieti.it/wp-content/uploads/2024/11/Il-gladiatore-II-foto-300x225.webp" alt="Il gladiatore II-foto" width="300" height="225" />consensi, a meno che non si parli per citazioni e aforismi, i nuovi comandamenti contemporanei. Roma viene dipinta come un impero in decadenza smarrito in balìa della follia del potere, senza apparente memoria storica dove i cittadini vengono anestetizzati e appagati da immagini spettacolari ed esibizioni circensi senza comprenderne davvero significanti e ripercussioni. Il corpo viene prima dell’anima, l’estetica prima dell’etica, la forma prima della sostanza come se Scott volesse dirci qualcosa sulle ambiguità della situazione politica americana. Non sarebbe il primo quest’anno, anche Francis Ford Coppola con Megalopolis rifletteva sull’immagine-tempo utilizzando riferimenti all’Antica Roma e la spettacolarità del Colosseo come specchio dell’America.</p>
<p>In sostanza il film trasuda smarrimento, tormento e perdita, antichi valori di un immaginario anche cinematografico che non ha più sapore epico, che fa fatica a proiettare il suo sguardo aldilà del giardino di casa preoccupandosi dell’immanenza senza trascendere mai. La terra in cui giace sepolto Massimo, la stessa che stringe tra i pugni Lucio è intrisa di sangue dolore, rimpianto ma crea una connessione, una fede necessaria che faccia da guida nei tempi più bui: “Parlami Padre”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h5><strong>GIURATO NUMERO 2 di Clint Eastwood</strong></h5>
<p>“La democrazia è un sistema imperfetto, ma è il meglio che abbiamo inventato” Winston Churchill</p>
<p>Sono le scelte personali a fare la differenza, la giustizia non è un ideale da contemplare ma una pratica da mettere in atto quotidianamente. L’ossessione di Clint di sovrimporre il buono e il cattivo e farne coincidere moventi, intenzioni, piaceri e orrori questa volta viene radicalizzata in maniera sconcertante perfino per i suoi fan.  Quale è la cosa giusta da fare, cosa è meglio fare per sé stessi e cosa non lo è per gli altri. Sono tanti gli interrogativi posti in essere nel 41° lungometraggio del maestro Clint Eastwood ma la questione dominante è il senso di colpa.</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-6025 size-medium alignleft" src="https://www.formatrieti.it/wp-content/uploads/2024/11/giurato-numero-2-foto-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" />Ancora una volta la strada che porta a raddrizzare i torti è tortuosa e piena di ostacoli, che possono essere superati con il fiuto e l’intuito. Una forza irrazionale, che muove le azioni del singolo, può pesare di più delle leggi e delle prove processuali. Il ragionevole dubbio viene innescato da un evocativo frame che vede Nicholas Hoult, l’attore protagonista, in posa alla finestra come l’indimenticabile Henry Fonda in La parola ai giurati. Lo scontro si rivela fordianamente tra dimensione privata e pubblica, individuo e civiltà, cittadino e persona puntualmente catturato dalla m.d.p. con frenetici ed incalzanti campi e controcampi sviluppando l’opera, anche visivamente, su due piani dimensionali. Immersiva l’apertura dell’opera con la dea bendata che in dissolvenza vira sulla moglie del protagonista anche lei bendata con un fazzoletto e folgorante il finale in cui il personaggio interpretato da Toni Collette decide di aprire gli occhi e di “fare giustizia” regalando uno degli epiloghi più belli della storia del cinema.</p>
<p>Con eleganza e misura Eastwood torna a fare i conti con le proprie ossessioni sul dovere morale, leggi e le sue procedure ponendo il focus sui pregiudizi, superficialità e sulle procedure legali. Un’opera che interroga il presente, dialoga con lo spettatore insinuando dubbi e amare constatazioni, chiama in causa l’etica che governa i nostri giorni e mette sotto processo perché probabilmente il legal-thriller o courtroom movie era l’unica scelta possibile per un discorso portato avanti da decenni. Insistere sul finale è la cosa giusta da fare, inquadrature di disarmante semplicità che contengono un oceano di riflessioni, sguardi, emozioni. Un cinema che confida, di cui ci si fida. Clint Eastwood ha ancora fiducia nelle persone.</p></div>
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