di Andrea Carotti – A chi si occupa di critica viene insegnato prima di tutto a farsi scoraggiare dall’utilizzo, in sede di analisi scritta, della prima persona per disquisire di opere e artisti. Sacrosanta verità. Quando sono venuto a conoscenza della scomparsa di Robert Redford lo scorso 16 Settembre, tuttavia, non sono riuscito a pensare di scrivere qualcosa in altri modi se non condividendo con il gentile lettore il legame che nel tempo si è intrecciato con questo immenso artista con lo sguardo da ragazzone americano dal ciuffo ribelle, gentile, bellissimo, spaccato in due tra divismo e devozione all’indie. Probabilmente la sua vera essenza era nel mezzo, come un funambolo alle prese con una prova di equilibrio, Redford ci ha sempre mostrato che nella vita è importante avere idee e radici solide, identità definite nonostante in mezzo a tutto questo c’è un fiume di incertezze, di cose che ci sfuggono con cui bisogna prima o poi fare i conti: l’imprevedibile e inafferrabile, l’hic et nunc alle prese con l’inesorabilità del destino.
Ero pressoché un adolescente già avido consumatore di film e nei rari momenti in cui mio padre riusciva a sfuggire alle mie puntuali ed estenuanti richieste di portarmi in videoteca per noleggiare un nuovo DVD, mi rifugiavo da mio nonno, il mago del computer, così mi piaceva chiamarlo a causa della sua risolutezza e conoscenza del mezzo informatico. Sulla scrivania della sua camera era solito riunire pile di dischi colmi di titoli cinematografici rigorosamente scritti a penna dove amavo perdermi alzandone uno alla volta dall’apposito alloggio alla ricerca di quel titolo che ancora mi mancava. Ricordo l’odore del policarbonato che soddisfaceva il mio olfatto quando mi sono imbattuto in un titolo che ha subito catturato la mia attenzione: “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo!”. Consumai quel disco e non saprei bene spiegarne il motivo, ma c’era qualcosa nella figura di Jeremiah Johnson, barba folta e caschetto biondo, che mi parlava nonostante la sua laconicità, mi accoglieva malgrado l’atteggiamento da eremitico, mi inquietava per i toni grezzi e l’impetuosità delle figure statuarie dei Corvi. E’ stato probabilmente in quel momento che ho riconosciuto senza conoscerlo davvero l’importanza attoriale di Redford. Come accidenti è riuscito a non perdere lo scalpo? Uno scalpo così poi? Lo scalpo degli scalpi, pensavo. Riesce addirittura ad ottenere pace e rispetto con Mano che Segna Rosso, capo della tribù dei Corvi. Riflettendoci a posteriori la straordinaria capacità di Redford attore è quella di fare muovere il personaggio che interpreta verso di lui, ed è questa una delle più grandi qualità per un attore prettamente se non esclusivamente cinematografico. Il tratto più riconoscibile di Redford, quei ciuffi biondi che nemmeno la finzione può sottrarre. Era il 1972 quando Sidney Pollack dirigeva quello che sarebbe diventato uno dei sodalizi più folgoranti della storia del cinema. Pollack-Redford per altre sei volte: Questa ragazza è di tutti (1966), Come Eravamo (1973), I Tre Giorni del Condor (1975), Il Cavaliere Elettrico (1979), La mia Africa (1985) e Havana (1990).
Gli anni ’70 sono il porto principale dove pescare ruoli nel mare magnum filmografico dell’attore californiano tra cui Il Candidato (1972) di Michael Ritchie, girato all’alba dello scandalo Watergate in cui il Senatore democratico vincente alle elezioni, Bill McKay (Redford) si ritrova con il suo consulente politico isolato in una stanza vuota domandandosi “E adesso cosa facciamo?” in uno degli epiloghi più disarmanti di tutta la New Hollywood e ancora come non mettere nel calderone il suo fulminante e sorprendente esordio alla regia nel 1980 con Gente Comune, affresco lucidamente tragico della condizione della famiglia americana all’alba della raeganomics, anch’esso con un finale travolgente che vede un padre di famiglia (Donald Sutherland) allontanare la moglie sentimentalmente atrofizzata (Mary Tyler Moore) dopo aver perso l’adorato primogenito in un fatale incidente ai danni di una mancata riconciliazione con il secondogenito assalito dai sensi di colpa. Quel “Ti voglio bene” come battuta finale è una lama infilzata nel petto.
Tutto il cinema di e con Robert Redford affronta delle costanti emotive, il dolore della perdita in un mondo distrutto che cerca di ritrovare un po’ di umanità perduta (Proposta Indecente, 1993), l’incitamento alla ribellione, la forza di mantenere vivo il cuore (L’uomo che sussurrava i cavalli, 1998). Nel 2018 annunciava il ritiro dalle scene e pur prendendone atto non credo di essere mai riuscito a digerire quella notizia, figuriamoci quella della sua scomparsa. Il cuore di Robert Redford, il divo gentile, scorrerà sempre in mezzo a quel fiume nel Montana che tanto amava filmare. Per quanto mi riguarda, dopo tanti anni, non mi resta che continuare a scorrere le dita tra i titoli dei suoi film. Non scritti più a penna, però.



