Il restauro del ponte Romano in un centro storico poco valorizzato

11/10/2026 | Il domenicale, Notizie in evidenza

 

 

di Massimo Palozzi – Mercoledì sono iniziati lavori di restauro e valorizzazione del ponte Romano finanziati dal Ministero della Cultura per un importo complessivo di 200mila euro. In una nota congiunta, il sindaco Daniele Sinibaldi e l’assessore alla Cultura Letizia Rosati hanno sottolineato come anche questo intervento si inserisca nella strategia di valorizzazione del Velino condotta attraverso il progetto “Il Fiume al Centro”, lo stesso che da giorni fa discutere per il cantiere aperto sull’argine sinistro all’altezza di ponte Giovanni XXIII. Ultima in ordine di tempo ad intervenire per chiedere modifiche ai lavori è stata giovedì Italia Nostra, preoccupata per la sorte dei salici che crescono lungo il corso d’acqua.

Databile al terzo secolo avanti Cristo, il possente manufatto della lunghezza di circa 39 metri ora semiaffondato nel Velino, rappresentò per oltre due millenni il corridoio di accesso al cuore di Rieti per chi proveniva da Roma. Nel tempo subì numerosi interventi che dall’epoca medievale lo arricchirono per un periodo persino di botteghe e di torri di guardia innalzate e abbattute di continuo (l’ultimo cassero venne demolito nel 1883), finché nel tardo Ottocento la scarsa altezza delle sue tre arcate cominciò a rivelarsi insufficiente a contenere il deflusso delle acque che, in caso di piogge abbondanti, non di rado invadevano la sede stradale.

In seguito all’alluvione del 1923, che aveva distrutto per l’ennesima volta i parapetti isolando come al solito la città, se ne decise l’abbattimento. All’inizio si pensò di ricostruirlo più grande utilizzando gli stessi blocchi di pietra, che nel 1927 furono per questo accuratamente catalogati. L’impresa si rivelò tuttavia troppo impegnativa e si optò allora per un altro collegamento proprio lì accanto, all’insegna di più moderne tecniche realizzative. Tra il 1932 e il 1936 l’antico ponte venne smantellato. I grossi blocchi di travertino lunghi circa un metro furono depositati sul greto del fiume e al suo posto ne fu eretto uno nuovo in cemento armato, inaugurato nel 1939 ma dall’esistenza effimera, perché nel 1944 i tedeschi in ritirata lo fecero saltare. Solo negli anni Cinquanta venne infine riedificato con le attuali sembianze (nel frattempo era stato sostituito da una impalcatura in legno).

Il restauro dell’antico ponte Romano contribuirà a recuperare un simbolo identitario della città, da troppo tempo relegato a nursery per le uova dei “paparoni” con contorno di grossi topi che vi scorrazzano allegramente. Non servirà invece a risolvere il problema della malamovida che riguarda in particolare quel quadrante cittadino e più in generale molte aree del centro storico. È probabile che l’arrivo della brutta stagione mitigherà la frequenza degli episodi registrati negli ultimi tempi, ma chiaramente non ci si può affidare all’inclemenza climatica per gestire una situazione che sembra sfuggita di mano.

La sofferenza della zona intorno al ponte Romano rientra in una problematica più ampia. Il centro storico è stato di recente oggetto di interventi di riqualificazione importanti che però si sono risolti in toppe messe a situazioni divenute ormai intollerabili. È mancata e manca invece una strategia di valorizzazione. Anzi, il centro storico continua ad essere (mal)trattato solo alla stregua di contenitore per eventi più o meno grandi.

Proprio martedì un gruppo di residenti e commercianti ha reso nota una lunga lettera inviata a metà settembre alle istituzioni locali per chiedere verifiche sulle reali corrispondenze alle prescrizioni normative delle attività di ristorazione presenti alla Fiera del Peperoncino ma, soprattutto, per proporre agli organizzatori e all’amministrazione comunale l’individuazione di percorsi condivisi per evitare di tenere prigioniera una porzione importante di Rieti durante le due settimane (inclusi preparazione e smontaggio degli stand) della kermesse.

In effetti la durata delle Fiera sembra eccessiva. Il rischio che, come scrivono gli autori della missiva, si scada in una sagra ipertrofica è alto, nonostante la replica dei presidenti di Federalberghi Rieti e Confcommercio Lazio Nord che hanno criticato la visione dei residenti, esaltando le ricadute economiche dell’evento. Ovvio che ognuno tuteli i propri interessi, ma non sarebbe affatto male se le iniziative collaterali coinvolgessero l’intera città, senza restare confinate quasi esclusivamente tra la stazione e piazza Vittorio Emanuele II. Gli spettacoli, in particolare, dovrebbero trovare location diverse e magari più appropriate (nella lettera si citano ad esempio Foro Boario e piazzale Leoni).

Peperoncino a parte, va capovolta la concezione del centro storico come luogo da sfruttare invece che risorsa da proteggere e valorizzare. Inutile infatti avere uno stupendo teatro rimesso a nuovo o un antico ponte riportato agli antichi splendori se poi si abbandona il cuore della città ai fumi degli arrosticini o al grasso degli hamburger che macchiano selciati di pregio. Non si crea sviluppo aggredendo delicati equilibri, tantomeno riducendo il centro a un contesto che alla fine fa solo da sfondo.

 

11-10-2026

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