Con il recente rifacimento di via Cintia finanziato attraverso i fondi del PNRR, Rieti ha avuto l’opportunità concreta di intervenire su uno degli assi urbani più importanti e simbolici della città. Un intervento atteso, necessario, capace di migliorare la qualità dello spazio pubblico. Eppure, proprio in questa occasione, secondo il lettore che ci ha contattato per spiegarci il proprio punto di vista, si è persa una possibilità significativa: quella di restituire alla città un frammento fondamentale della sua memoria storica, ricollocando il cancello di Porta Cintia nel suo luogo originario.
Oggi quel cancello esiste ancora. Non è andato perduto, non è stato distrutto, ma sopravvive isolato nei giardini tra piazza Mazzini e piazza Marconi. Un oggetto prezioso, ma privato del suo significato, come una cornice senza quadro.
Eppure la sua storia racconta molto di più.
Il cancello in ferro fu realizzato nel 1870 dalla fonderia reatina di Gregorio Catini, nell’ambito della sistemazione ottocentesca di Porta Cintia progettata dall’ingegnere Eugenio Duprè. Non si trattava di un semplice elemento funzionale: era parte integrante di una composizione monumentale, incastonata tra torri merlate in pietra e inserita in una scenografia urbana che segnava uno degli accessi principali alla città.
Porta Cintia non era solo un varco, ma un simbolo: il punto di passaggio tra interno ed esterno, tra città storica e territorio. Un segno identitario forte, capace di definire lo spazio e la percezione urbana.
Tutto questo venne cancellato nel 1944, quando la porta fu distrutta dalle truppe tedesche in ritirata. Nel dopoguerra si scelse di non ricostruirla, privilegiando esigenze di traffico e modernizzazione. Al suo posto sorsero gli edifici che oggi caratterizzano la via, segnando una frattura definitiva con l’impianto storico.
Il cancello, però, fu salvato. E proprio per questo oggi rappresenta un’occasione unica.
Il recente intervento su via Cintia avrebbe potuto essere il momento ideale per reinserirlo nel suo contesto originario, restituendogli non solo una posizione fisica, ma anche un significato urbano. Non si trattava necessariamente di una ricostruzione filologica della porta (sarebbe rimasto comunque spalancato sulla via) ma di un gesto contemporaneo capace di evocare la memoria storica, ristabilendo un punto di riferimento visivo e identitario.
Invece si è scelto di lasciarlo dov’è: in un giardino, fuori contesto, trasformato di fatto in un oggetto decorativo. Una scelta che, pur non cancellando il valore del manufatto, ne riduce drasticamente la capacità di raccontare la città.
Le città non sono fatte solo di nuovi interventi, ma anche di relazioni tra passato e presente. E quando esiste la possibilità concreta di ristabilire queste relazioni, ignorarla significa perdere qualcosa che va oltre l’estetica: significa rinunciare a costruire continuità.
Il caso del cancello di Porta Cintia è emblematico. Non è solo una questione di arredo urbano, ma di visione. Di come si sceglie di trattare la propria storia: se conservarla come frammento isolato o reintegrarla come parte viva dello spazio pubblico.
Forse non è troppo tardi per ripensarci. Ma intanto, con il rifacimento di via Cintia, una grande occasione è passata.
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Immagine realizzata con intelligenza artificiale a scopo puramente illustrativo (il cancello deve intendersi aperto). In galleria invece le foto del cancello e suo attuale posizionamento (ph M. Festuccia)



