Rieti al fianco de L’Aquila 2026: Format porta in primo piano le domande dei cittadini

6/02/2026 | Attualità, Notizie in evidenza

Letizia Rosati assessore cultura Comune di Rieti

Prosegue il confronto con l’assessore alla Cultura Letizia Rosati sui temi più delicati dell’anno che vedrà Rieti a fianco de L’Aquila Capitale italiana della Cultura. Al centro della discussione, risorse, decisioni politiche e risultati concreti: Format ha raccolto e rilanciato le domande che circolano in città.

Assessore, partiamo dai numeri. Di che cifra stiamo parlando davvero?
“Parliamo di 3.456.000 euro, fondi del PNC – Next Appennino, destinati ai Comuni del cratere del sisma 2016″.

Una cifra importante, soprattutto per un assessorato che in passato aveva poche risorse.
“Quando sono arrivata – ammette – l’assessorato alla Cultura aveva praticamente i capitoli a zero. È noto che la cultura è spesso quella che paga il prezzo delle difficoltà economiche degli enti, specie in una situazione di predissesto”.

Però qualcuno potrebbe obiettare: perché puntare così tanto sulla cultura quando ci sono altre priorità?
“È chiaro che le risorse principali vadano ai servizi essenziali – risponde Rosati – ma se la cultura,  non intercetta continuamente bandi, non può vivere. Per questo partecipiamo a ogni opportunità disponibile, anche a bandi da 3 mila euro, che riguardino la biblioteca, il museo o il teatro”.

Un lavoro che, chiarisce l’assessore, non è affatto automatico. “Partecipare a un bando significa mesi di preparazione, con gli uffici impegnati nella ricerca di preventivi, contatti, partner, per costruire un progetto che sia davvero credibile”. E lo stesso vale per il PNC: “Non è un contributo “a pioggia”, non è che il Commissario al Sisma ti assegna 3 milioni e mezzo senza condizioni. Il bando impone paletti precisi“. Il PNC, ricorda Rosati, è stato pubblicato nel luglio 2022, quando era stata appena nominata assessore. “A settembre abbiamo avviato una manifestazione di interesse, perché il bando prevedeva un partenariato speciale pubblico-privato. I soggetti che hanno aderito hanno poi costruito il progetto insieme al Comune”.

Due i filoni individuati come prioritari: Polo dell’Audiovisivo e Museo Diffuso. “Li abbiamo scelti perché rappresentano, a nostro avviso, le vere urgenze culturali della città. Da una parte mettere a sistema il patrimonio culturale con una gestione più moderna, veloce e flessibile; dall’altra colmare un vuoto”. Quel vuoto, secondo l’assessore, è il cinema. “Un settore culturale che ha teatro, biblioteca e museo funziona, ma mancava l’audiovisivo. E oggi l’audiovisivo non è solo cultura: è un’industria, capace di generare un indotto enorme e, soprattutto, posti di lavoro”. Un aspetto centrale del bando, sottolinea Rosati, riguardava proprio la rifunzionalizzazione degli immobili comunali: “Il legislatore è stato chiaro: il Comune doveva presentare un progetto che prevedesse il recupero anche di edifici storici e vincolati”.

Ma non c’era il rischio di restauri fine a se stessi?
“Ed è proprio quello che il bando voleva evitare. Non servono cattedrali nel deserto: la riqualificazione doveva essere legata a una gestione nel tempo, senza costi aggiuntivi per il Comune e con ricadute occupazionali”. Secondo Rosati, il tema è uno solo: lavoro e giovani. “Il problema delle aree interne è la desertificazione giovanile. Se non crei opportunità, i ragazzi se ne vanno». E qualcosa, dice, sta già accadendo: «Per il Museo Diffuso sono partiti contratti regolari, non contributi una tantum”.

Quanto c’entra tutto questo con Capitale italiana della Cultura?
“I due percorsi non sono nati insieme – chiarisce – Il PNC era già stato vinto quando abbiamo scritto il dossier con L’Aquila. Ma avere la certezza di quelle risorse è stato decisivo per rendere la candidatura credibile”.

Essere “a fianco” de L’Aquila porta benefici concreti o solo simbolici?
“Anche pratici. La piattaforma nazionale degli eventi è gestita da loro, quindi per noi è un costo in meno. Inoltre il Ministero assegna un milione alle città vincitrici: 200 mila euro sono destinati a Rieti, con vincoli precisi».

C’è chi dice che molti eventi erano già in programma e che il cartellone non sia così “nuovo”.
«È un’obiezione che sento spesso – replica Rosati – ma nessuna città inventa tutto da zero. Anche Pesaro ha vinto valorizzando ciò che già aveva. La differenza è che quell’anno lo fai meglio, più grande, più ricco”. Un esempio è la stagione teatrale: quest’anno vale il doppio rispetto al passato, con più spettacoli, una sezione per bambini e appuntamenti fuori cartellone”.

E gli eventi organizzati dai privati? C’è un contributo pubblico?
“No – chiarisce – C’è visibilità. Essere inseriti nel cartellone ufficiale e nella piattaforma nazionale è come avere un patrocinio di peso”.

La sfida, ora, è tutta nella tenuta nel tempo. “I fondi non bastano da soli – conclude Rosati – Contano le scelte e la capacità di far vivere ciò che si costruisce. È lì che si gioca la partita”.

Che cosa rimarrà al termine di questo anno straordinario?
“A parte il mio stress, se sarò ancora viva – scherza. Poi si fa seria – No, perché il punto è proprio questo: non possiamo limitarci a far passare i soldi. Dobbiamo lasciare qualcosa che rimanga sul territorio”.

Concretamente, cosa?
“Prima di tutto occasioni di lavoro. Questi fondi non sono astratti: finiscono su agenzie, associazioni, piccoli imprenditori. Fai una mostra? Qualcuno stampa il catalogo. Allestisci un evento? Qualcuno lo realizza. Ogni attività genera lavoro”.

E oltre l’immediato?
“Con il PNC parliamo anche di posti di lavoro per i giovani, e non solo fino al 2026. Penso al Museo Diffuso: è il primo progetto che parte e già oggi coinvolge giovani qualificati, con titoli di studio specifici, impegnati nelle visite guidate archeologiche e storico-artistiche”.

C’è davvero un impatto economico?
“Io credo di sì, soprattutto se funziona l’accoglienza turistica: ristoranti, bar, caffetterie. L’indotto è inevitabile”.

Ma non c’è il rischio che tutto finisca quando finiscono i finanziamenti?
“È la vera sfida. Sarà interessante vedere cosa succede dal 1° gennaio 2027. Questo anno è fuori scala per una città come la nostra, e forse è proprio questo che turba qualcuno, abituato a un’idea molto ridotta di offerta culturale”.

Sta dicendo che la città è abituata al minimo sindacale?
“Dico che bisogna dimostrare che anche una città di provincia può farcela. Può portare cose inedite, può osare”.

Come la grande mostra annunciata per il Ratto delle Sabine?
“Esatto. È uno dei punti forti dell’anno ed è anche la mia maggiore preoccupazione. Ci lavoro da un anno e mezzo, in silenzio. Ho avviato un dialogo diretto con i Musei Capitolini: parliamo del museo più antico al mondo. Il Ratto delle Sabine di Pietro da Cortona è uno dei loro capolavori ed è un’opera che rarissimamente esce da lì. Una sovrintendenza prestigiosa, autonoma dal Ministero, che ascolta una città di provincia e decide di accompagnarla. Questo, per me, è un segnale enorme. Il Museo Nazionale dei Sabini, che avrebbe dovuto ospitare l’opera, non è ancora pronto e non poteva esserlo nei tempi. È stato anche questo uno degli ostacoli più impegnativi del percorso”.

Perché puntare così in alto?
“Ho condiviso col sindaco questa idea: fare qualcosa di ambizioso. Osare per dimostrare che anche una città di provincia può ospitare situazioni straordinarie. È l’unico modo. E questo si lega anche all’università: dobbiamo rendere la città accogliente per i tanti studenti che stanno arrivando”.

Oltre agli eventi, cosa resterà?
“Restano luoghi restituiti alla città. Chiese, edifici storici, spazi culturali che riaprono dopo decenni. L’ex ospedale, San Benedetto, la chiesa di Sant’Antonio Abate, San Francesco, il futuro studentato. Sono cantieri diversi, finanziati da canali diversi, ma tutti con lo stesso obiettivo”.

E il teatro? In che modo è stato superato il problema della capienza?
“Il teatro è emblematico. Per riportarlo a capienza piena sono serviti circa 120 mila euro di bilancio comunale, non di bandi. È stata una scelta politica precisa di questa amministrazione. Sul teatro una parte degli interventi sarà finanziata con i fondi del Museo Diffuso. Serviranno, ad esempio, per realizzare la caffetteria nella Sala Viscardi, che verrà poi data in gestione insieme alla terrazza. Verrà ripristinato il guardaroba (perché un teatro di questo livello deve averlo) e riqualificata la biglietteria, anche negli arredi, per restituirle la dignità che merita. All’interno troverà spazio anche il bookshop del museo. In questi giorni, inoltre, si sta montando il tubolare in ottone del loggione, intervento che permetterà di recuperarne l’utilizzo: 28 posti in più e la possibilità di accompagnare i visitatori fino all’ultimo livello del teatro, per ammirare da vicino gli affreschi della cupola. Tutti questi lavori sul teatro vengono finanziati con i fondi del PNC. Per quanto riguarda il Circolo di Lettura, le risorse, 1 milione e 50 mila euro, erano state intercettate nella scorsa consiliatura; a queste l’attuale amministrazione ha aggiunto ulteriori 300 mila euro per completare l’intervento. Si tratta di un lavoro gestito direttamente dall’USR. Diverso il discorso per l’antincendio, che è l’elemento chiave che ha permesso di riportare il teatro alla capienza piena. Si tratta di risorse comunali, stanziate nei bilanci 2024 e 2025: una scelta politica precisa di questa amministrazione, non certo un’eredità del passato. Riportare il teatro a piena capienza non è stato uno slogan, ma un’operazione che ha richiesto circa 120 mila euro tra progettazione e lavori. Gli interventi sono stati preceduti da un progetto tecnico estremamente puntuale: sull’antincendio nulla è lasciato al caso, dai calcoli sui fumi alle distanze, fino alle porte, con misure letteralmente millimetriche. Il lavoro è stato svolto in stretta collaborazione con i Vigili del Fuoco e con la Soprintendenza, perché in un edificio vincolato ogni intervento, anche minimo, richiede autorizzazioni specifiche. Sono state sostituite 13 porte tagliafuoco tra teatro e uffici, con un investimento significativo. È stato inoltre adeguato l’intero impianto elettrico, sia del teatro che del Circolo di Lettura, installando sensori, rilevatori di fumo e sistemi di allarme sonoro: interventi che non erano compresi nel finanziamento iniziale del Circolo. Grazie a questi lavori il teatro passa da 312 a 535 posti complessivi, loggione incluso. La possibilità di fermarsi a una capienza leggermente inferiore resta una scelta del singolo operatore, per contenere alcuni costi di vigilanza, ma la struttura è ora pienamente abilitata. L’operazione ha consentito anche di recuperare il foyer come spazio culturale vero e proprio: fino ad oggi era utilizzabile solo come via di fuga, ora potrà ospitare eventi per circa 90 persone quando il teatro non è in funzione”.

E il Circolo di Lettura?

“Per il Circolo di Lettura, una volta restituito alla città, la capienza sale a 180 posti: 140 nella sala principale e altri 40 negli spazi attivi. Un risultato tutt’altro che scontato, considerando che inizialmente si parlava di un limite di 99 persone. Su questo punto c’è stato un vero e proprio braccio di ferro, anche per evitare soluzioni invasive come scale metalliche esterne o sulla terrazza, ipotesi che sono state respinte. Le vie di fuga, infatti, esistono e sono integrate: il teatro è via di fuga per il Circolo e il Circolo lo è per il teatro. Oggi il teatro ha riaperto fino al terzo anello ed è pienamente operativo. Manca soltanto il loggione, 98 posti, ma i lavori sono in corso e l’obiettivo è completare tutto entro la fine di febbraio, se non prima”.

Qualcuno contesta l’aumento delle tariffe.
“Le nostre restano tra le più basse del Lazio. A Viterbo costano almeno il triplo, con costi aggiuntivi per personale e utenze. Qui il Comune si fa carico di pulizie, bollette e straordinari. Bisognerebbe guardare cosa succede fuori prima di polemizzare”.

Ultima domanda: c’è chi dice che questa operazione non sia stata condivisa.
“Io ho passato notti intere a chiudere il dossier, perché i tempi dei bandi erano strettissimi. Tutti i consiglieri di minoranza sono sempre stati invitati a presentazioni e inaugurazioni. Non ne ho visto uno. Questo dice già molto”.

E sulla “condivisione” in generale?
“Viviamo in una democrazia rappresentativa. Chi è eletto ha l’onere e l’onore di decidere. Le risorse non piovono dal cielo: si conquistano con bandi rigidi e complessi. Una volta ottenute, è legittimo usarle secondo una visione culturale. Anche perché, se fossero stati loro al governo, avrebbero fatto esattamente lo stesso”.

 

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