Cantine, Club & Memorie: Aldo Lafiandra racconta i gruppi musicali nella Rieti anni ’60-’70

13/12/2025 | Libri, Notizie in evidenza

Benedetta Graziosi e Aldo Lafiandra

L’idea di raccogliere le idee per un libro si accende con la commedia di Francesco Rinaldi “Brutti gnefri e capelloni” e si concretizza nel 2012, durante l’evento “Settanta chitarre per Fernando”, dedicato a Fernando Palmari, cognato di Aldo e figura centrale per la scena musicale reatina degli anni Sessanta e Settanta. Quell’incontro, racconta Aldo La Fiandra, è stato una vera svolta: un ritorno ai ricordi, ma anche la consapevolezza di quanto Fernando abbia inciso sul suo percorso umano e artistico.

Fernando, insieme ai Friend’s, e Roberto Lucandri con i Sabini, furono tra i primi a dare forma ai complessi reatini, già intorno al 1964.

Aldo entra in quel giro giovanissimo. Suona a Offeio con piccoli gruppi improvvisati, canta nelle feste del Manicomio (partecipa persino al Festival Nazionale dei Manicomi d’Italia del ’68). Conosce e suona con tanti protagonisti dell’epoca: i fratelli Forgini, Attilio Pasquetti, Gennarino Camardella, Leandro Rosatelli, Ezio Pierotti, Alberto Fiori. I gruppi si formavano e si scioglievano continuamente: i Serpenti, i New Kit Blues, I più… Si cambiava nome a seconda dei musicisti disponibili, del repertorio, persino dell’umore.

Quella era la Rieti dei complessi: negli anni Sessanta e Settanta c’erano almeno trenta club dove ogni giorno qualcuno provava, suonava, organizzava una festa. Rivalità, certo, ma anche una fame di musica che teneva insieme i ragazzi di quartieri diversi: ogni cantina diventava una sala prove e ogni piazza un possibile palco.

Il ruolo di Bruno Bucciolotti e  il lavoro certosino dell’archivio

Una parte enorme del materiale viene dall’archivio di Bruno Bucciolotti, uno dei primi fotografi dei complessi musicali e dato in consegna a Aldo che ha poi recuperato un tesoro fatto di album fotografici dimenticati, negativi sparsi, manifesti scoloriti e stampati male, bigliettini pubblicitari consumati dal tempo, locandine di locali che oggi non esistono più e perfino appunti scritti su foglietti trovati nei cassetti. Un materiale eterogeneo e fragile, salvato quasi pezzo per pezzo, che insieme ricompone un mondo scomparso ma ancora pieno di vita. Non è soltanto un’autobiografia, ma una storia collettiva, scritta da decine di voci: molti musicisti hanno inviato i propri ricordi, alcuni poche righe, altri pagine intere. Aldo ha uniformato tutto per creare un racconto coerente. Ha aggiunto poi un’intera sezione sulla città: i locali dove si suonava, le pizzerie, i barbieri, i negozi di strumenti, persino la moda.

Il volume arriva oggi a 270 pagine. Il progetto grafico e la copertina è di Ubaldo Munzi, restituisce l’atmosfera metropolitana dei muri, dei manifesti sbiaditi e dei segni del tempo.

Il ‘testo’ come l’ha definito la professoressa Benedetta Graziosi, è arricchito dalla prefazione di Luigi Ricci e dal commento di Roberto Lorenzetti, storico ma anche musicista di quella scena. “Negli ultimi decenni Internet ci ha abituato a trovare tutto: bastano pochi clic per recuperare informazioni su personaggi storici, eventi sportivi o spettacolo. Ma quando si cercano notizie sui gruppi musicali degli anni ’60, ciò che emerge è spesso frammentario, incompleto, disperso. Proprio per evitare che quell’epoca venisse dimenticata nasce questo lavoro: raccontare e fissare una stagione creativa e irripetibile che rischiava di svanire. Un intento reso possibile anche grazie al contributo grafico di chi quegli anni li ha vissuti e ha saputo tradurli visivamente.” ha sottolineato il giornalista, Luigi Ricci, durante la presentazione, ospitata nella sala parrocchiale di Madonna del Cuore, gremita da decine e decine di protagonisti di quell’epoca, alcuni arrivati anche da molto lontano. Un pubblico caloroso, che ha salutato con un lungo applauso anche la sorpresa finale: una performance musicale che ha coinvolto tutti i presenti. “È un libro importante perché mostra quanto entusiasmo, ingenuità, passione ci fossero allora: ingredienti senza i quali non nasce mai nulla di veramente significativo. Quegli anni furono un laboratorio culturale straordinario. Il mondo stava cambiando e con la nostra dose di ingenuità pensavamo di essere noi l’avanguardia – ha aggiunto Lorenzetti – Iniziative come il Karnhoval del ’68 o la Parata di Primavera dimostrano che, quando c’è visione e coraggio, anche una piccola città può diventare un centro di creatività. Per questo dico che questo libro è necessario: perché nessuno, d’ora in avanti, potrà raccontare la storia reatina senza partire da queste pagine. Ed è un patrimonio che vale la pena trasmettere anche ai ragazzi di oggi, che spesso ignorano quanto entusiasmo ci fosse allora”.

Aldo intende continuare a far vivere questo patrimonio: ha aperto una pagina Facebook dedicata ai gruppi musicali reatini e prevede di organizzare una seconda presentazione, con materiali audiovisivi e filmati storici – tra cui un rarissimo video del 1967, a colori, girato a Porta d’Arce durante la festa dei complessi di Sant’Eusanio.

“Sicuramente ci sarà qualche imprecisione, qualche dimenticanza, ma è ciò che sono riuscito a fare per evitare che un’epoca piena di fermento cadesse nel dimenticatoio”.

La città che cambia, la musica che resta

La Rieti che emerge dai racconti di Aldo è una città diversa, più viva nelle sue piccole cose e più genuina. È la città dove il pomeriggio si andava a ballare al “Sonital” (poi “Covo”) o al Club ‘66, dove i musicisti si stipavano in cinque dentro una 127 con gli strumenti sulle ginocchia, dove le feste scolastiche diventavano i primi veri palchi per tutti. Ed era anche una città in cui ogni gruppo aveva un soprannome che lo identificava con il luogo dove si incontrava. Un mosaico che oggi sopravvive soprattutto nella memoria di chi c’era. Molti di quei luoghi non esistono più, altri sono diventati negozi o appartamenti. Ma nelle parole di Aldo rivivono come se fossero ancora lì, con le luci gialle, l’odore degli ampli, le casse gracchianti e la magia irripetibile della musica dal vivo.

Ph M. D’Alessandro

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