Don Benedetto Falcetti saluta la comunità: “Dopo 52 anni lascio con serenità”

14/10/2025 | Notizie in evidenza, Storie e persone

Don Benedetto ph M. D'Alessandro09

di S. Santoprete – Dopo 52 anni di sacerdozio, Don Benedetto Falcetti si prepara al meritato riposo. Non nasconde che lasciare sia difficile, ma lo fa con serenità: “Arriva un momento in cui bisogna avere la forza di farsi da parte. Le forze calano, gli avvenimenti ti sovrastano, e se non si sa lasciare si rischia di rovinare tutto il bene fatto. Io non voglio diventare una presenza ingombrante e inutile”. “Quando si arriva a una certa età non c’è più quella snellezza e quella spontaneità che servono per affrontare la vita parrocchiale. Si rischia di diventare un cartello sclerotico – dice con un sorriso sereno – e allora è meglio lasciare, con la pace di chi ha dato tutto”.

La vocazione

La sua vocazione nasce a diciotto anni, al bivio tra medicina e teologia. “Quell’estate girai molto l’Italia – ricorda – perché volevo essere certo di fare una scelta senza possibilità di ritorno. Alla fine entrai nel seminario di Assisi. Non sono mancati i dubbi: mi chiedevo se sarei stato capace di reggere fino in fondo questo impegno. Ma chi mi conosceva mi incoraggiò, e così andai avanti”. Prima di diventare sacerdote non sono mancati i momenti difficili, i ripensamenti e le domande: “Mi chiedevo spesso se sarei stato all’altezza, se avrei retto il peso della vocazione. Ma chi mi stava vicino mi rassicurava, e se qualcuno mi avesse detto che non ce l’avrei fatta, forse avrei scelto un’altra strada. Invece mi hanno detto: sì, ce la farai, e io ho proseguito”.

Da allora la sua vita si è intrecciata con quella della Chiesa reatina. Ha conosciuto sei vescovi, da Monsignor Cavanna a Monsignor Piccinonna, passando per Trabalzini, Amadio, Molinari, Lucarelli e Pompili, e con tutti ha collaborato senza mai scontrarsi. “C’erano divergenze, certo, ma ho un carattere mite e i nostri Vescovi hanno sempre mostrato grande capacità di ascolto. Ogni vescovo ha il suo modo di guidare la diocesi e la pastorale, ma io mi sono sempre trovato bene, soprattutto con gli ultimi, con i quali ho avuto anche incarichi nella Curia e nella Caritas. Con tutti ho collaborato con serenità, senza mai fratture, e anche quando c’erano punti di vista diversi, la ragionevolezza ha sempre prevalso”.

Don Benedetto ha servito comunità piccole e grandi: Fassinoro, Magnalardo, Cenciara, San Silvestro, Vaccareccia, Longone Sabino, fino ad arrivare nella sua attuale parrocchia del borgo, nella Chiesa di San Michele, dove è rimasto per 38 anni. “A Magnalardo la gente aveva un affetto speciale per il parroco, era un punto di riferimento unico. Anche negli altri paesi ho portato avanti tante iniziative, ho sistemato chiese, organizzato campeggi con i ragazzi, creato momenti di festa che diventavano veri e propri punti di aggregazione. A Campoloniano ho chiesto e ottenuto il terreno dove poi sarebbe sorta la nuova chiesa. Quando andai a parlarne con il sindaco di allora, Saletti, mi disse: ‘Reverendo, fra vent’anni qui ci verranno a vivere undicimila persone’. Aveva ragione, e infatti la chiesa di Campoloniano oggi è un punto importante della città. Poi fui trasferito a Sant’Agostino e la parrocchia fu portata avanti dai padri Stimmatini fino alla realizzazione finale”.

Il Borgo, una casa definitiva

Qui al borgo, invece, ha trovato la sua casa definitiva. “Sono arrivato in punta di piedi, mandato dal vescovo Amadio per aiutare un sacerdote anziano, Don Angelo Pietrolucci. Allora la chiesa era stata ricostruita dopo il bombardamento, ma la casa parrocchiale era ancora un rudere. Piano piano abbiamo ripulito tutto, riorganizzato gli spazi e ricostruito la casa parrocchiale. È stato un lavoro lungo, ma con l’aiuto di San Michele ce l’abbiamo fatta”. Racconta anche un episodio curioso e provvidenziale: “Andai al Ministero dei Lavori Pubblici per cercare i fondi e, proprio mentre parlavo con il direttore generale, arrivò il ragioniere con 300 milioni di residui di bilancio da assegnare. Li destinarono alla nostra casa parrocchiale. Io dico sempre che è stato San Michele a metterci lo zampino”.

Un altro motivo di orgoglio è il monumento dedicato a San Michele Arcangelo, realizzato dal professor Bernardino Morzani. “Abbiamo dovuto lottare per ottenere tutti i permessi – racconta – ci è voluto un mese di pratiche, sembrava più difficile che costruire un palazzo. Ma la costanza ha premiato. Morzani ha creato una statua bellissima, diversa dal solito: un giovane angelo che schiaccia il serpente, simbolo della vittoria del bene sul male. Oggi la gente si ferma ad ammirarla e la sente propria. È un segno di fede che resterà nel tempo”.

Tanti i ruoli ricoperti

Il suo impegno più lungo resta quello alla guida della Caritas diocesana, per 36 anni. “Ho visto cambiare la povertà: all’inizio c’erano più italiani che stranieri, e il problema non era solo la mancanza di beni ma la difficoltà di gestire la vita quotidiana. Al centro di ascolto insegnavamo a risparmiare, a non sprecare, a pianificare le spese. La Caritas non vuole fare solo beneficenza, ma aiutare le persone a rialzarsi. Ho visto persone con frigoriferi pieni che dopo due giorni non avevano più nulla, perché mancava la capacità di gestire. La povertà, ho capito, è anche un fatto di testa. Per questo cercavamo di educare le famiglie a un’economia domestica sostenibile, insegnando a non sprecare, a pagare le bollette, a risparmiare”.

Dalla sua intuizione nacque anche il progetto “Recuperandia”. “Negli anni del benessere si buttava via di tutto, e io pensai che potevamo ridare valore alle cose e alle persone. Trovammo un magazzino dove chiunque poteva prendere ciò che serviva lasciando un’offerta. Con quei soldi si pagavano bollette, affitti, spese urgenti. Era un modo per creare una catena di solidarietà concreta”. Non mancò nemmeno l’osservatorio della povertà, che analizzava chi si rivolgeva alla Caritas: “Scoprimmo che erano più gli italiani che gli stranieri, contrariamente a quanto si pensava. Analizzavamo i nuclei familiari, le professioni, per capire come stava cambiando la nostra società”.

Come è cambiato il rapporto tra quartiere e parrocchia

Col passare degli anni, anche la comunità parrocchiale è cambiata. “Un tempo la parrocchia era il centro della vita di un paese, oggi non è più così. Gli anziani muoiono, i giovani sono pochi, e il Covid ha aggravato la crisi di partecipazione. Il cardinal Martini già diceva che la Chiesa è indietro di duecento anni, e io temo avesse ragione. Una volta la Chiesa era una luce che illuminava, oggi rischia di essere un fanalino di coda. Eppure, quello che non deve mai mancare è la vicinanza spirituale, soprattutto a chi soffre. Quando accompagno i malati nel momento dell’unzione, vedo la fede più autentica: la serenità, il distacco, la fiducia nel Signore. È uno dei ministeri più profondi e toccanti”.

Nel 2023 è uscito anche un libro dedicato a lui: “La vita come benedizione. Cinquant’anni di sacerdozio di Monsignor Benedetto Falcetti”. “Nasce dall’insistenza di un caro amico, Roberto Marinelli, che mi ha convinto a raccogliere i miei ricordi. È un bilancio della mia vita: la famiglia, il seminario, le attività, le persone incontrate. Non pensavo di aver fatto tanto, ma rivedendo tutto mi sono commosso”.

Il futuro lo vedrà cappellano presso le Piccole Discepole di Gesù, in via Pileri a Campomoro, dove continuerà a portare conforto a religiose, anziani e persone fragili. “Faccio un passo indietro, ma non smetto di servire. Vivrò con le suore, accompagnando spiritualmente chi ha bisogno. È un modo diverso di essere prete, ma la missione è la stessa”.

Infine, un saluto ai parrocchiani: “Ringrazio tutti per la collaborazione e l’affetto che in questi anni hanno reso grande questa comunità. Porto nel cuore ognuno di voi. Continuerò a pregare e a benedire tutti, nessuno escluso. Un sacerdote prega sempre per il suo popolo: ogni domenica c’è una messa pro populo, per le persone della parrocchia, per i loro bisogni, per le loro sofferenze. E io continuerò a farlo, perché basta una preghiera per cambiare il corso delle cose. Il Signore non abbandona mai chi confida in Lui”.

“Quando dissi ai miei genitori che volevo farmi sacerdote – conclude – speravano che diventassi medico, ma mi sostennero. Avevo anche uno zio missionario, e molti dicevano che chi ha un sacerdote in famiglia, spesso continua la tradizione. I miei genitori furono contenti, perché capirono che quella era la mia strada. L’importante, dicevano, è che tu sia felice e faccia il bene”.

ph M. D’Alessandro

Il nostro incontro

Condividi su:

Format Rieti Settembre-Ottobre 2026

Categorie

Archivio