Lo stato dell’Arte

11/10/2025 | Il domenicale

Bernardino Morsani e le sue opere

di Massimo Palozzi – Tra pochi giorni ricorre il primo anniversario della morte di Bernardino Morsani. Il 28 ottobre del 2024 si spegneva all’età di 90 anni l’artista reatino contemporaneo più riconosciuto a livello locale e non solo. A lui si devono, tra le tante opere, la statua di Marco Terenzio Varrone a piazza Oberdan, quella di Adolfo Leoni nel piazzale antistante il camposcuola e il gruppo dedicato alle vittime del bombardamento alleato del Borgo il 6 giugno 1944. Morsani in realtà è stato molto di più: atleta di successo prima, insegnante di educazione fisica e istruttore Fidal poi, non mancò di partecipare con autentica passione civile alle vicende politiche di Rieti. Con Saletti sindaco fu assessore comunale allo Sport, ma a prescindere dagli incarichi ufficiali, aveva la rara capacità di farsi ascoltare dai giovani che incrociava sul suo cammino.

Al di là del prossimo anniversario della sua scomparsa, il ricordo di Dino Morsani è sbocciato prepotente alla lettura di un interessantissimo saggio sull’arte non codificata pubblicato sabato scorso su Meer.com a firma Renato Vivaldi-Tesser, architetto cileno da anni trapiantato a Montenero in Sabina.

L’articolo aveva un titolo curioso: “La Sabina, dove Giotto non si è mai fermato”, con un sottotitolo altrettanto stimolante: “Riflessioni sull’arte che non chiede di esserlo”. In sintesi, Vivaldi-Tesser sostiene che il concetto di arte andrebbe esteso oltre i confini del prodotto artistico. I borghi della Sabina, ad esempio, non vantano statue, quadri o monumenti in senso tradizionale. Eppure sono essi stessi opere d’arte e tali andrebbero catalogati: per il tessuto urbano che li caratterizza, per le sensazioni che sono in grado di evocare, per l’atmosfera speciale che vi si respira anche senza la presenza di un capolavoro di Giotto o di qualunque altro artista di fama. “Un’arte senza firma”, insomma, “un’opera senza autorità riconosciuta” e cionondimeno per nulla minore perché “proprio in questa assenza si nasconde una forma di bellezza e di sapere che non chiede di essere chiamata arte, ma che non per questo smette di esserlo”.

Il concetto di estetica andrebbe dunque rimodellato, emancipando la mente dalle classiche strutture interpretative del bello. “I borghi medievali della Sabina non appartengono alla galleria delle opere eccellenti”, spiega l’architetto sudamericano. “Sono frutto di gesti minimi, sedimentazioni lente, adattamenti continui. Non hanno un autore, ma portano l’impronta di molti”. Da qui la conclusione che “luoghi come questi non chiedono di essere valorizzati nel senso convenzionale del termine. Chiedono di essere visti. Per questo diciamo che questi borghi non sono opere d’arte perché belli, ma perché portano in sé un’altra idea di forma, un’altra concezione della presenza”.

Siamo di fronte a un capovolgimento di prospettiva sul quale vale la pena soffermarsi per dare nuovo significato all’arte diffusa, intesa non già come palinsensto di opere ospitate nelle vie e piazze dei nostri borghi, ma come condensato di vita e di memoria tipico dei tanti piccoli centri capaci di proporsi essi stessi come forma d’arte autonoma. Un concetto per certi versi rivoluzionario, che con i dovuti accorgimenti dovrebbe essere esteso anche alla città di Rieti, dove certo non mancano opere d’arte intese nel significato classico, ma dove a mancare è soprattutto l’ambizione di proporsi come piccolo capolavoro urbano a prescindere dai tesori esposti all’aperto o nei musei. La tendenza dominante è infatti sempre più quella di farne un mero contenitore senza pregio, in ossequio all’idea piuttosto grossolana secondo cui la città, e in particolare il suo centro storico, non hanno niente da offrire se non anonimi spazi da occupare per manifestazioni a volte discutibili sul piano della coerenza con l’estetica di contorno.

Quando Vivaldi-Tesser esorta a guardare l’abitato, lancia un messaggio importante in una fase in cui il contesto urbano non è considerato meritevole di attenzione, se non in un senso ancillare rispetto ad altri interessi ritenuti superiori. Contrariamente alla sua tesi, però, questi luoghi chiedono a gran voce di essere valorizzati anche nell’accezione più convenzionale del termine, tanto attraverso interventi di rigenerazione e restauro, quanto di cura e promozione. A cominciare proprio dai dettagli.

Parlando di sé in calce all’articolo, prima di una serie di belle fotografie di Rieti, Vivaldi-Tesser si presenta così: “Lavora nello sviluppo sostenibile e partecipativo del territorio in Sabina, vicino a Roma”. Che da un punto di vista strettamente geografico non fa una piega, ma colpisce la separazione, culturale ancor prima che descrittiva, della Sabina dal suo capoluogo. È vero, la costituzione della provincia di Rieti nel 1927 fu il risultato di un’aggregazione amministrativa di territori tra loro poco coesi per genesi, storia e tradizione. Una fusione a freddo rispondente più a criteri di opportunità politica che non per dare il senso del ripristino di un’entità omogenea dopo una forzata separazione. Però da ormai quasi un secolo questo è lo status. E se un osservatore attento e innamorato del territorio che ha eletto a sua seconda patria non lo percepisce, il difetto sta a monte, cioè nell’incapacità di trasmettere all’esterno l’identità reatina. Sempre ammesso che esista.

 

12-10-2025

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