Dalla Snia al peperoncino passando per la Texas

5/10/2025 | Il domenicale, Notizie in evidenza

Mostra Le vie della seta dalla Supertessile alla Snia Rieti051

di Massimo Palozzi – Martedì i consiglieri comunali di minoranza hanno presentato un’interpellanza urgente al sindaco Sinibaldi per avere chiarimenti in merito alle autorizzazioni all’apertura di un supermercato presso l’ex dopolavoro Snia in viale Maraini. I dubbi riguardano la corretta applicazione delle norme urbanistiche e l’osservanza delle prescrizioni regionali in tema di piantumazione degli alberi nel parcheggio della struttura inaugurata lo scorso 22 settembre.

Il riferimento alla Snia cade proprio in concomitanza con il centenario della posa della prima pietra della storica fabbrica. Nel 1916 il barone Alberto Fassini aveva creato la Società Generale Viscosa. Del gruppo entrò a far parte pure la Supertessile di Rieti che, insieme agli stabilimenti di Napoli e Roma, rappresentava nella visione strategica del momento l’estensione degli investimenti verso il centro-sud.

L’atto fondativo venne fissato da una convenzione firmata il 3 febbraio 1925 in uno studio notarile romano tra lo stesso barone Fassini e il podestà Alberto Mario Marcucci per conto del Comune. I lavori partirono però solo qualche mese più tardi, per l’appunto i primi giorni di ottobre, e durarono tre anni (lo stabilimento entrò infatti in produzione nell’ottobre 1928).

La creazione della Supertessile, poi diventata Snia Viscosa, diede il via alla minirivoluzione industriale locale, caratterizzata non solo da nuove dinamiche produttive, ma anche dall’arrivo in città di maestranze da ogni parte d’Italia, che infiltrarono i severi costumi della società reatina degli anni Venti ancora molto legata alle tradizioni rurali.

Da un punto di vista cronologico, il nuovo opificio non era il primo grande stabilimento che apriva sul territorio. Già nel 1873 lo Zuccherificio aveva impresso un’impronta di modernità al sistema economico locale, ma la lavorazione di un prodotto agricolo come la barbabietola appositamente coltivata nella Piana lasciava ancora intatto quel cordone ombelicale tra le due facce della Rieti di allora. Con la Supertessile il quadro cambiò radicalmente. La viscosa era una fibra artificiale, ancorché di origine naturale, molto simile alla seta, risultato della trasformazione della cellulosa attraverso avanzati processi chimici che provocarono a margine anche spiacevoli conseguenze sui lavoratori. Le sostanze tossiche utilizzate causarono infatti malattie professionali a più riprese riconosciute dall’Inail.

La produzione durò con alterne vicende fino agli anni Settanta del Novecento, quando la cassa integrazione precedette il fermo degli impianti, con il licenziamento a fine decennio di un migliaio di dipendenti. Negli anni Ottanta fu tentato un recupero per mezzo del progetto rayon, anche se con numeri decisamente inferiori rispetto alla forza lavoro precedente. A seguito dell’accordo tra Novacenta, Bemberg e Nuova Rayon, nel 2004 il sito di Rieti fu deputato alla produzione di viscosa a filo continuo, ma le difficoltà tecniche e i costi insostenibili dell’energia necessaria a far funzionare i macchinari condussero all’abbandono della fabbrica nel 2006.

La storia della Snia rimane comunque il cardine di una transizione epocale negli schemi economici e sociali di Rieti. I successivi tentativi di industrializzazione sono infatti legati ai benefici della Cassa per il Mezzogiorno concentrati nell’area del Nucleo Rieti-Cittaducale. In quel caso il processo partì proprio in concomitanza con il crepuscolo della Snia, sviluppandosi però attraverso modelli imprenditoriali troppo legati agli aiuti di Stato e ai finanziamenti a fondo perduto. Perfino le grandi multinazionali rimasero a Rieti soltanto finché furono garantiti i benefici economici pubblici, per poi chiudere o delocalizzare quando quelle provvidenze cessarono.

La Texas Instruments è forse il caso più emblematico. Tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso la fabbrica diede lavoro a moltissime persone, compresi manager di primo livello. Si può dire che non ci fosse reatino che non conoscesse qualcuno impiegato alla Texas. Poi, nel giro di poco tempo, tutto finì con il repentino trasferimento del sito ad Avezzano agli inizi dei Novanta. Di quell’esperienza oggi rimangono i ricordi degli ex dipendenti e qualche memorabilia come i reperti raccolti e conservati nel Texas Instruments Watch Museum ODV fondato da Fabrizio Corpetti. L’ultima esposizione di prodotti d’epoca della casa americana è stata ospitata durante la recente Fiera del Peperoncino nei locali di palazzo Dosi Delfini, dove i nostalgici hanno potuto ammirare pezzi ormai introvabili e i più giovani scoprire gli antenati dei moderni apparati di calcolo e i mitici orologi digitali.

A proposito di peperoncino, si conclude oggi a Roma la settima edizione di “HOTtobre piccante”, una rassegna per l’appunto dedicata al peperoncino con una formula molto simile alla kermesse reatina, benché in formato più ristretto. Organizzata dalla Delegazione romana dell’Accademia del Peperoncino, per tre giorni da venerdì si susseguiranno tavole rotonde, appuntamenti scientifici, show cooking, degustazioni e spettacoli dal vivo. Senza dimenticare l’esposizione di 220 esemplari da ogni parte del mondo.

Finché dura fa verdura, dicevano le nostre nonne. Però le mode passano e l’inflazione di peperoncino rischia di provocare nel pubblico un effetto saturazione che potrebbe rivelarsi assai dannoso per le ambizioni di Rieti Cuore Piccante, visto tra l’altro che non si tratta di un prodotto identitario del territorio sabino.

 

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