di Massimo Palozzi – Lunedì è stato raggiunto un accordo tra proprietà e sindacati a conclusione della vertenza apertasi dopo l’annuncio della cessazione dell’attività di Birra del Borgo. Nelle scorse settimane la notizia aveva scatenato la reazione dei lavoratori e delle istituzioni per la perdita di un polo produttivo d’eccellenza in un territorio, quello del Cicolano, segnato da forti criticità occupazionali.
L’accordo prevede l’accompagnamento all’uscita o l’impegno alla ricollocazione per tutto il personale e costituisce una soluzione senza dubbio positiva per i lavoratori e le loro famiglie.
Il problema è che la tutela delle posizioni personali dei dipendenti rappresenta solo una parte del problema. Alla soddisfazione per un compromesso accettato da tutte le parti si accompagna infatti il dato della chiusura di un’attività che già da tempo era finita per motivi commerciali nell’orbita di uno dei più grandi gruppi mondiali di produzione della birra.
Negli ultimi anni il mercato brassicolo ha conosciuto una fioritura di birrifici artigianali, spesso di piccole dimensioni. Le dinamiche commerciali raccontano tuttavia delle enormi difficoltà che i piccoli produttori affrontano in uno scenario dominato dalle multinazionali e aggravato da ripetute crisi economiche che lasciano ai consumatori sempre meno margini per acquisti di nicchia.
Le eccellenze artigianali devono evidentemente sopportare costi più alti anche per quanto riguarda la logistica e non godono del marketing su cui investono i grandi marchi per promuovere birre prodotte su larga scala.
Il caso Birra del Borgo in questo senso è emblematico. Nata nel 2005 come piccola realtà territoriale, dopo undici anni viene ceduta dai fondatori a un primario gruppo del settore proprio per far fronte agli oneri insostenibili che la sola qualità del prodotto non riusciva a coprire. In quel momento l’ingresso nell’orbita di una multinazionale rappresentò una fondamentale garanzia di continuità imprenditoriale che ha permesso nel tempo di sviluppare progetti collaterali come ad esempio l’apertura di due locali a Roma.
I risultati di bilancio sono però stati tali che, alla fine, la casa madre ha deciso per la dismissione del sito di Borgorose a seguito di una crisi iniziata addirittura nel 2018 (già nel 2022 c’erano stati i primi tagli al personale con il licenziamento di 42 persone e la chiusura dei locali romani). La logica aziendale del resto non fa sconti, tanto più in ambienti abituati ad operare sui mercati di tutto il mondo. Qualcuno la chiama spietatezza, ma non è altro che la conseguenza pratica di quelle regole non scritte legate al profitto. Potrà non piacere, ma questo è.
Quando sono cominciate a filtrare le prime notizie sulla chiusura dello stabilimento, le reazioni politiche e sindacali sono state quasi indignate. È giusto che lo fossero, perché significava incidere sulla pelle viva di venti famiglie e su un tessuto produttivo ridotto al lumicino. Ma non si deve dimenticare che si accolse invece con grade favore l’applicazione di quella stessa logica quando accadde esattamente il contrario, quando cioè la multinazionale assorbì il piccolo laboratorio che faticava a mantenere adeguate quote di mercato, permettendone la sopravvivenza e la continuità produttiva fino all’epilogo di questi giorni.
La battaglia per salvare posti di lavoro o, quantomeno, garantire un futuro tranquillo alle maestranze, andava combattuta a tutti i livelli, ma dai rappresentanti istituzionali ci si aspetterebbe una maturità diversa, soprattutto nel garantire ai territori amministrati livelli di sviluppo non totalmente dipendenti dalle decisioni di un’azienda, grande o piccola che sia. Governare significa programmare ed essere attori del cambiamento, non solo strepitare quando le cose vano male.
Mercoledì il Messaggero ha pubblicato la notizia del rischio che la stagione invernale al Terminillo possa partire con ritardo o non partire affatto. Pesa il milione di euro necessario alla manutenzione straordinaria degli impianti, alcuni dei quali giunti a fine vita. Di fronte al disimpegno della società che li aveva condotti fino ad allora, nel 2022 il Comune di Rieti decise di affidarne la gestione alla sua municipalizzata che per statuto si occupa di igiene urbana, farmacie e trasporto pubblico locale. Si trattò di una mossa disperata per tentare di salvare la stagione sciistica già gravemente minacciata dal cambiamento climatico. Asm non disponeva infatti di competenze specifiche e oggi non può nemmeno contare su bilanci in grado di consentire investimenti superiori all’ordinaria amministrazione. Così i nodi vengono al pettine. Se non arriveranno fondi freschi, non ci saranno le disponibilità per sostenere le spese necessarie.
Di fronte a questo preoccupante scenario, il presidente Paolo Bigliocchi ha convocato per martedì una riunione della Commissione Controllo e garanzia, con invito esteso al sindaco Daniele Sinibaldi e al presidente di Asm Vincenzo Regini. La speranza di tutti è che in un modo o nell’altro si trovi una soluzione tampone, magari attingendo ai fondi del Tsm2 come prospettato dallo stesso primo cittadino. La percorribilità di questa via è però tutta da verificare e comunque torniamo sempre a quell’arte di arrangiarsi che alla lunga non può reggere sfide cruciali come queste. Del resto, se l’imprenditore privato che per decenni ha gestito gli impianti si tira fuori, vuole dire che le prospettive economiche non sono delle migliori, altrimenti avrebbe proseguito in un business consolidato.
Birra del Borgo e Terminillo sono dunque le due facce della stessa medaglia. Le cose funzionano fin quando un privato le fa funzionare. Quando il contesto non è più conveniente e il privato molla, emergono i limiti del pubblico, incapace non tanto di sostituirsi al privato (cosa che non rientra nelle sue competenze), quanto di costruire le condizioni per cui gli affari possano prosperare.
04-10-2026



