di Massimo Palozzi – Mentre l’Italia è ancora scossa dal terribile femminicidio di Lorena Isceri, i cui funerali si sono svolti in Puglia mercoledì, a Rieti il tema è tornato di attualità perché il giorno prima due ragazze di 17 anni sono state aggredite alla stazione da un somalo 48enne all’arrivo del bus da Roma. L’uomo, un senza fissa dimora che viaggiava sullo stesso mezzo, ha cercato di afferrare le giovani, ha palpeggiato una delle due e si è poi denudato pronunciando frasi oscene. Grazie anche all’aiuto dei presenti, le ragazze sono riuscite a liberarsi. Nel frattempo è arrivata la polizia che ha arrestato in flagranza lo straniero, già gravato da numerosi precedenti penali. Il Gip ha convalidato l’arresto e disposto il trasferimento in carcere.
L’episodio è accaduto a pochi giorni dal penultimo appuntamento del ciclo “Donne di Rieti, d’Italia e del mondo”, in programma nell’ambito della mostra “Italia Donna” allestita presso la sede della Provincia. L’incontro di venerdì ha proposto due diversi momenti di approfondimento dedicati alla condizione e alla rappresentazione delle donne, in un ideale dialogo tra presente e passato. La prima parte è stata dedicata a un argomento particolarmente spinoso: “Le pubblicità sessiste”, con i contributi degli studenti del Liceo Artistico reatino e di Anna Vigilante, presidente dell’associazione Il Nido di Ana. L’analisi della comunicazione pubblicitaria ha offerto l’occasione per riflettere sugli stereotipi di genere e sulle modalità con cui l’immagine femminile è stata e continua ad essere rappresentata.
Il secondo momento, dal titolo “Ciclo vita della donna di inizio Novecento”, a cura di Francesco Rinaldi e dell’Associazione Orizzonti Sabini, ha invece fatto riscoprire attraverso canto, racconto e teatro, le esperienze (spesso difficili) e i vissuti femminili di un secolo fa.
In un periodo storico in cui l’educazione sessuo-affettiva divide la politica, l’impatto dei modelli veicolati dalla propaganda commerciale resta fortissimo, contribuendo a formare un’idea spesso distorta dei ruoli sociali nei quali incasellare le persone a seconda del loro genere. E non solo nei giovani maschi. L’illimitata proiezione esterna garantita dai social spinge infatti moltissime adolescenti (o addirittura preadolescenti) a trasmettere un’immagine di sé estremamente sessualizzata e provocante, piena di ammiccamenti ed espliciti riferimenti alla propria femminilità, ancorché acerba. Questa attitudine innesca spesso meccanismi di autopercezione sbagliati, con l’ulteriore conseguenza di indurre nei ragazzi convinzioni alterate sulla figura della donna.
Venerdì prossimo al Mako di Micioccoli si terrà l’evento “Per parlare di Giuditta”. L’iniziativa è stata organizzata in memoria di Giuditta Pennino, una giovane reatina assassinata 40 anni fa a Roma, dove si era trasferita per studiare Medicina all’Università. La tossicodipendenza l’aveva portata a fare scelte difficili, fino alla morte a soli 29 anni nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1986, quando il suo cadavere venne ritrovato seminudo per strada: era stata strangolata, forse da un cliente. Alcuni spacciatori finirono indagati ma il suo rimane uno di quei casi irrisolti della Roma degli anni Ottanta persa tra misteri e degrado.
Il ricordo di una vita spezzata troppo presto sembra quasi una scelta catartica da parte di coloro che le avevano voluto bene: famiglia, amici, compagni di scuola. Per gli altri rappresenta invece l’occasione per riflettere sulle insidie che accompagnano lo sviluppo della persona soprattutto in età giovanile.
In settimana inizierà il nuovo anno scolastico, salutato dagli auguri istituzionali e accompagnato da aspettative importanti. Gli studenti vivono un’ansia di futuro nella stragrande maggioranza dei casi positiva. Purtroppo rappresentano anche il bacino ideale per pusher e trafficanti di droga, come testimoniano le continue operazioni di polizia e le esperienze dei professionisti del SerD.
Dipendenze a parte, le donne continuano ad essere significativamente più esposte alla violenza di genere, pure quando si manifesta in forme diverse da quella fisica e non per questo meno subdole e dannose. Il sostantivo “femminicidio” è oggettivamente brutto ma ormai necessario. Se fosse solo una questione terminologica, la disputa potrebbe essere risolta magari con un neologismo tipo “umanicidio” per definire l’uccisione di un essere umano senza ossessioni woke e antiwoke. Però non basta. Non ammettere l’esistenza di un’emergenza specifica e ben connotata fa venire in mente la frase attribuita a Nietzsche che ben si attaglia ai negazionisti: “E coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica”.
13-09-2026



