di Massimo Palozzi – Ieri, 13 giugno, festa di sant’Antonio di Padova. Come da tradizione, la città è immersa nel clima dei festeggiamenti che si concluderanno domenica 28 con la solenne Processione dei Ceri.
Giugno 1926, cent’anni fa. Anche in quell’occasione i reatini mostrano tutta la loro devozione accompagnando in massa i riti in onore del taumaturgo portoghese (Antonio era nato a Lisbona nel 1195). Ma sono giorni duri. Una pioggia implacabile che cade da settimane rischia di distruggere i raccolti. Se continua così, il grano coltivato nella piana finirà per marcire e sarà una catastrofe. Economica e sociale.
Lo spettro della fame si allunga sinistro su Rieti. Non resta che affidarsi alla protezione del santo. Dopo la processione, per tre giorni i fedeli restano radunati nella chiesa di San Francesco, pregando affinché quell’eccezionale ondata di maltempo termini presto. La sera del 24, alla conclusione del periodo di celebrazioni e prima della reposizione della statua, i contadini chiedono al vescovo Massimo Rinaldi e alla Pia Unione di trasportare sul sagrato la Macchina di Sant’Antonio per chiederne l’intercessione. È la mossa della disperazione: un intero popolo confida in un intervento dall’alto contro le avversità del meteo. La mossa funziona. Da quel momento la pioggia cessa di cadere e per un mese il sole risplende consentendo alle messi di maturare. Alla fine il raccolto sarà abbondante e di ottima qualità. Per la gente si tratta di un miracolo, anche se non è stato mai riconosciuto. L’infinita gratitudine nei confronti dell’autore si esprime con il dono di tre spighe d’oro che il 25 luglio i coltivatori reatini offrono a sant’Antonio e tuttora ne adornano la veste.
È passato un secolo esatto. Il “miracolo” del 1926 è ormai sbiadito nella memoria dei reatini, alla ricerca chissà di un nuovo prodigio (magari senza la tensione mistica di quel giugno drammatico).
Fra altri cent’anni il giugno del 2026 verrà forse ricordato per la chiusura dei lavori del Pnrr. Un po’ poco, a dire il vero. Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, scriveva Bertolt Brecht. Parafrasando la celebre frase del drammaturgo tedesco, verrebbe da dire beato il popolo che non ha bisogno di miracoli. E allora la questione è se Rieti abbia o no bisogno di un nuovo miracolo per scampare a un presente problematico e costruire un futuro illuminato dal benessere, come un secolo fa fecero i raggi del sole che la salvarono dalla carestia.
Probabilmente no, almeno nel senso della difesa da un’avversità contingente e specifica. In quello stesso giugno del 1926, il 13, venne inaugurato il monumento ai caduti della prima guerra mondiale scolpito dal siciliano Giuseppe Inghilleri su progetto di Giuseppe Calcagnadoro, fratello del più noto Antonino. L’omaggio ai reatini morti nella Grande Guerra avrebbe dovuto servire anche come monito contro l’orrenda assurdità dei conflitti bellici. La storia purtroppo insegna che, al di là dell’onore reso ai caduti, quell’ammonimento sarebbe caduto nel vuoto.
Altri tempi, si dirà. Alzando lo sguardo sull’oggi, qualcosa manca e qualcos’altro andrebbe fatto, pur senza scomodare sant’Antonio. Lo scorso 2 giugno abbiamo celebrato gli 80 anni della Repubblica. Insieme al referendum istituzionale gli italiani votarono per eleggere i membri dell’Assemblea costituente incaricata di scrivere la Costituzione che sarebbe entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Nella circoscrizione umbra in cui era inserita Rieti furono eletti tre candidati collegati al territorio sabino in maniera più o meno stretta: un democristiano (Ivo Coccia), un socialista (Tito Oro Nobili) e una comunista (Elettra Pollastrini, una delle 21 donne sui 556 deputati della Costituente). Il fronte si presentava dunque ampio e variegato, con riflessi ben visibili nelle istanze locali. Il livello del conflitto era senz’altro più acceso dell’attuale, ma alla fine il bene superiore della collettività rappresentava per ciascuno un faro e insieme il fine ultimo dell’agire politico. Soprattutto si pensava in grande, con un senso della prospettiva difficile da rintracciare nelle dinamiche odierne.
Sembra di poter dire che la stessa partecipazione fosse maggiore. Al voto si dava un significato che adesso ha assunto sfumature diverse. Finito il tempo delle ideologie, il consenso si orienta attraverso meccanismi non necessariamente peggiori rispetto al passato, ma che certo lasciano aperti parecchi interrogativi con l’irrompere sulla scena di nuovi personalismi.
“Sant’Anto’ pensace tu” è una divertente commedia in vernacolo di Savino Pasquetti. Potrebbe ancora diventare un’invocazione, pensando alle tante criticità che ci affliggono. Ma non sarebbe una cosa seria.
14-06-2026



