di Rossana Alessandrini – La Sabina riscopre la propria storia attraverso la rievocazione, il teatro e il contatto diretto con il pubblico. Nasce con questo obiettivo il primo “Festival dei Sabini – Il ritorno di Vespasiano”, in programma dal 1 al 5 luglio 2026 tra il centro storico di Rieti e il Lungovelino Nello Bellagamba: cinque giornate in cui il territorio torna a confrontarsi con le proprie radici più antiche e con una delle figure più emblematiche della romanità, l’imperatore Tito Flavio Vespasiano, nato a Falacrine, colui che restituì stabilità all’Impero dopo l’Anno dei Quattro Imperatori e lasciò in eredità ai posteri opere simbolo come il Colosseo
Dietro l’iniziativa c’è il lavoro del Gruppo Storico Sabino, realtà giovane ma già molto attiva nel territorio, nata proprio per recuperare e raccontare la memoria storica della Sabina attraverso ricostruzioni sceniche, storytelling e studio filologico. “L’idea del festival è nata insieme al Gruppo Storico Sabino – racconta il presidente Giancarlo Carlone – ed è stata una conseguenza naturale. Vogliamo riportare in auge i personaggi e le vicende della Sabina antica, che è stata protagonista della nascita di Roma”.
Non una semplice rievocazione folkloristica dunque, bensì un progetto culturale più ampio, concepito come esperienza immersiva, che punta a ricostruire identità e appartenenza, riportando al centro figure storiche spesso poco presenti nel racconto pubblico, ma fondamentali nelle radici identitarie sabine, coniugando ricerca storica, dimensione divulgativa, didattica e spettacolo.
La scelta di dedicare questa prima edizione a Vespasiano, in questo senso, è emblematica. “Tra tutti i Sabini è forse il più noto e importante – spiega Carlone – ed è anche quello che ha lasciato un segno universale come il Colosseo”.
Il legame con il territorio, però, va ben oltre il dato biografico. Carlone richiama infatti l’attenzione sui siti archeologici legati alla dinastia Flavia presenti nel Reatino, dalle terme di Vespasiano alla villa di Tito sopra Paterno, aree di enorme valore storico che da anni attendono una piena valorizzazione.
In questo quadro si inserisce anche una lettura meno conosciuta del territorio: l’attuale Valle Santa, in epoca romana conosciuta come “Valle Rosea”, una delle aree agricole più fertili e strategiche dell’Impero. “Oggi la chiamiamo Valle Santa – osserva Carlone – ma allora era un centro fondamentale, con ville imperiali e interessi economici rilevanti”.
Un passaggio che, nelle sue parole, serve a restituire profondità storica a un paesaggio spesso percepito solo nella sua dimensione religiosa contemporanea. “Dal 69 al 96 d.C. il potere di Roma era concentrato in questi pochi chilometri quadrati – sottolinea -. Vespasiano e Tito trascorrevano qui lunghi periodi: questa valle era il centro del mondo”.
Da questa prospettiva nasce anche il titolo del festival, “Il ritorno di Vespasiano”, quasi a voler restituire simbolicamente alla Sabina il suo imperatore.
“A Rieti questa figura non è ancora sentita fino in fondo – osserva Carlone – molti non conoscono davvero Vespasiano e l’importanza storica di questa terra”.
Il festival entrerà nel vivo nel fine settimana del 4 e 5 luglio, quando il Lungovelino Bellagamba sarà trasformato in un una vera città romana: accampamenti militari, mercato artigianale storico, banchi didattici interattivi, taberne ispirate alla cucina dell’antica Roma e rievocazioni della vita quotidiana romana, grazie anche alla partecipazione e al contributo di associazioni provenienti da tutta Italia.
Tra queste ci sarà la storica Vess Gentes di Cepagatti, specializzata nella ricostruzione della cultura sabina. “Da soli non potremmo organizzare un evento di questo livello – ammette Carlone – Abbiamo 25 soci operativi e tanti sostenitori, ma per fare un festival importante servono collaborazioni e competenze”.
Il cuore del festival sarà però la dimensione esperienziale: dimostrazioni sulla vita del legionario, tecniche di combattimento, lavorazione dei materiali (ferro, cuoio, pasta vitrea…) ma anche aspetti meno noti della quotidianità antica come alimentazione, musica, giochi e viabilità.
Accanto alla rievocazione storica troveranno ampio spazio anche i grandi rituali delle popolazioni italiche. Tra questi il Ver Sacrum, la “primavera sacra” dei Sabini, e il rito della dea Vacuna, legata ai boschi, alle acque e alla fertilità dei campi, venerata nell’area del lago di Cutilia.
Non mancherà la dimensione spettacolare. Tra gli appuntamenti più attesi il Ratto delle Sabine, già presentato a Roma e ora riproposto a Rieti in forma ampliata, con musiche e coreografie. “La rievocazione è la nostra forza – sottolinea Carlone – perché permette un contatto diretto con il pubblico.”
Il festival si aprirà ufficialmente il 1° luglio con il convegno “Tra Storia e Memoria: l’Eredità di Vespasiano”, ospitato a San Domenico, dove storici, archeologi e studiosi analizzeranno il ruolo dell’imperatore e la sua eredità politica e culturale.
La chiusura, il 5 luglio, sarà affidata a un grande corteo funebre in costume che attraverserà il centro storico tra fiaccole e figuranti, fino all’area del Teatro Vespasiano, luogo simbolico della memoria cittadina. Qui si svolgerà l’orazione finale dedicata all’imperatore.
“Vespasiano era un uomo sobrio, rigoroso, profondamente legato ai valori militari – conclude Carlone – dopo gli eccessi di Nerone riportò ordine e concretezza. È una figura che rappresenta il carattere sabino”.
L’ambizione è rendere il festival un appuntamento stabile, ogni anno dedicato a una diversa figura della storia locale: da Tito a Domiziano, fino ai re sabini come Tito Tazio, Numa Pompilio e Anco Marzio. Perché, come sintetizza Carlone, “la storia non si racconta soltanto: si vive”.



