di Massimo Palozzi – Giovedì il Comune di Rieti ha reso noto che la giunta ha approvato la delibera per la coorganizzazione e il sostegno alla manifestazione “Archè – Festival dell’Architettura Effimera”, in programma dal 12 al 14 giugno tra piazza Oberdan, piazza San Rufo, piazza Cesare Battisti e il Polo culturale di Santa Lucia. Il progetto, ideato e promosso dall’associazione LINEA architettura-paesaggio APS, nasce dal lavoro di modellazione e creatività svolto negli anni scorsi dai bambini della scuola di architettura e dai ragazzi del laboratorio di progettazione, affiancati da specialisti e docenti universitari.
Per tre giorni l’evento trasformerà alcuni dei luoghi più suggestivi del cuore di Rieti grazie a originali proposte architettoniche aperte al pubblico, workshop, mostre, conferenze e conversazioni interdisciplinari. “Sosteniamo con grande entusiasmo l’Archè Festival perché rappresenta un modello innovativo e virtuoso di valorizzazione turistica e rigenerazione urbana”, ha commentato il vicesindaco e assessore allo Sport e Turismo Chiara Mestichelli. “Attraverso l’architettura effimera il nostro centro storico non si limiterà a fare da splendida cornice, ma diventerà un laboratorio vivo di creatività, dialogo e comunità, capace di attrarre visitatori, curiosi e professionisti del settore”.
A dispetto del nome, l’architettura effimera è una cosa molto seria. Fin dall’antichità gli uomini hanno avvertito l’esigenza di creare ambienti narrativi per celebrare un momento storico oppure un avvenimento, un’impresa o una personalità, tramite installazioni temporanee spesso imponenti. Opere quindi non destinate a durare in eterno, ma comunque importanti in un determinato contesto. Oggi questa pratica di progettazione si è evoluta, avvalendosi di nuovi linguaggi nell’allestimento di spazi che possono essere riconfigurati o rimossi senza lasciare tracce sul tessuto urbano, anche attraverso l’uso sperimentale di materiali non convenzionali o addirittura di scarto.
Tutto molto bello, avrebbe detto il compianto Bruno Pizzul. Peccato che questa iniziativa sull’architettura effimera richiami all’istante certe precarissime realizzazioni appena concluse con i fondi del Pnrr, che invece effimere non dovrebbero essere per niente. Non passa giorno che qualcuno non segnali problemi alle redazioni dei giornali. Solo questa settimana si sono presi la scena le betonelle ballerine di via Cintia davanti all’Inps e le irregolarità dell’asfalto in viale Matteucci, dove con la pioggia sono comparse grosse pozzanghere.
Se il progetto Archè merita i complimenti a livello ideativo, la tenuta dei lavori effettuati al prezzo di due anni di caos per la vivibilità di Rieti diventa una questione realmente epocale. Già la scelta di privilegiare il transitorio rispetto a interventi di prospettiva rappresenta un punto critico. Nessuno può negare l’opportunità, se non la necessità, di rifare manti stradali rovinati o rinnovare marciapiedi ai limiti della praticabilità. Non può però essere nemmeno ignorato che la filosofia dei fondi europei ricevuti a seguito dalla pandemia (per la gran parte a titolo di prestito da rimborsare) era di utilizzarli per azioni più durature e strategiche.
Asfaltare una via è utilissimo. Altrettanto restituire decoro ad alcune arterie del centro o riaprire il Circolo di Lettura dopo oltre vent’anni (cosa che sarebbe in realtà dovuta avvenire già molto tempo fa e senza aspettare i contributi per la ricostruzione post sisma, ma questa è un’altra faccenda). Magari sono discutibili le modalità e il risultato finale sui cui benefici, oltre che sull’estetica, il dibattito è ancora aperto. Per esempio, i marciapiedi extra large a che servono? Ed è stato valutato l’impatto del diffuso utilizzo dei sanpietrini su carrozzine, passeggini e sedie a rotelle?
Dettagli. Importanti ma dettagli, sui quali ognuno ha la propria idea e non è detto che sia quella giusta. Il problema è invece quanto questi interventi possano essere rubricati alla voce investimenti e non alla stregua di semplici toppe a una ordinaria amministrazione storicamente carente, che offre ancora esempi eclatanti dalla cura del verde alla manutenzione dei ponti pedonali.
Di fronte all’obiettivo miglioramento di alcuni quadranti, adesso emerge il comprensibile malcontento degli abitanti di altri quartieri non toccati dalle opere finanziate con il Pnrr o con fondi straordinari di diversa natura, compresi quelli per riparare i danni del terremoto. Le infrastrutture decisive interessate dal programma comunale di interventi sono davvero poche: ponte Cavallotti, sperando che riapra a breve, il polo audiovisivo di Foro Boario, l’ex ospedale in via di riconversione a residenza universitaria. Tutte cose importanti ma minoritarie e relativamente incisive rispetto allo stato di sofferenza endemico di una città che cerca di reagire senza un chiaro orizzonte, mentre rimangono irrisolti nodi strutturali che ci si era illusi fossero stati finalmente superati. Vedasi il nuovo sottopasso ferroviario di via Velinia, che continua ad allagarsi a ogni acquazzone, rivaleggiando con quello nei pressi della Questura oramai diventato un caso di scuola su come non dovrebbero essere fatte le opere pubbliche.
Tralasciando l’annoso problema del piano del traffico e dei parcheggi, nessun investimento a medio-lungo termine sembra aver trovato spazio in relazione a temi cruciali come il rilancio del commercio, la lotta alla desertificazione del centro storico, la sicurezza urbana, il recupero delle ex aree industriali, la valorizzazione del Terminillo, l’impulso all’edilizia residenziale pubblica, la riattivazione del nucleo industriale, il miglioramento del sistema dei trasporti o dell’assistenza sanitaria. Perfino l’insediamento universitario, che pure prosegue con successo, sembra più legato alle autonome determinazioni dei due atenei (Sapienza di Roma e Tuscia di Viterbo) che a un progetto organico di riferimento per la città, dove le istituzioni locali stentano ad essere protagoniste e men che meno titolari di un riconosciuto ruolo di guida e indirizzo programmatico.
07-06-2026
foto D. Rinaldi



