di Alessandro Toniolli – Non esistono piccole vittorie, come non esistono vittorie facili. In quel grande Bar Sport che è questo splendido e assurdo Belpaese “è una coppetta” è quello che di solito dicono quelli che l’ultima cosa che hanno vinto è un Boero, ma dopo averne comprati 10.
Ora, scusandomi con i troppo giovani e con gli astemi che, poveri loro, non conoscono la vita da bar e la stocastica dei Boeri, parliamo di rugby. La Arieti Rugby vince il trofeo Lazio Abruzzo e lo fa battendo tutte le avversarie. Per dodici partite i ragazzi allenati da Alessio Carucci hanno certificato sul campo il loro percorso di crescita. Ecco, il dato è quello di una stagione che si apre con una sconfitta per 7 a 47 contro la Nuova Rugby Roma e si conclude al Centi Colella con un 5 a 34 contro la Polisportiva L’Aquila Rugby. Una costante crescita tattica, fisica e tecnica dell’intera rosa che è sempre stata una squadra e con il tempo è diventata una buona squadra nella sua categoria. Individui cresciuti, soprattutto nel posizionamento in campo, ma anche nella consapevolezza, nel carattere, nella determinazione. Un gruppo solido e unito capace nel penultimo turno di andare a vincere 24 a 5 sul campo del Rugby Lions Alto Lazio, pur scontando un totale di dieci giocatori indisponibili. Un risultato sportivo che dice molto sul lavoro svolto per ampliare la rosa e far migliorare ogni singolo giocatore. Per migliorare occorre l’allenatore, ma serve sopra ogni cosa la tua feroce determinazione, e adesso parliamo di uno che al Centi Colella ha giocato la sua ultima partita da Ariete: Andrea Rinaldi.
Chi frequenta lo stadio Iacoboni da quando era Fassini sa che nessuno come lui ha lavorato per conquistare una maglia da titolare e, quando lo ha fatto, ha continuato a lavorare più forte, non mollandola per anni. Adesso è giusto dirlo: grazie Satàn, per l’impegno e per l’esempio. Sei riuscito con merito indiscutibile a giocare da titolare più partite di quante chiunque avrebbe mai pronosticato ma, diciamocelo, brutto eri e brutto sei rimasto. Biondo e bello, ma solo da lontano, come ebbe a dire con illuminante sagacia quell’autentico gigante del rugby e dell’umiliazione altrui che è Edoardo Vaggi, è invece sempre stato Luca Loprete, anche lui arrivato alla sua ultima partita. Esordio da ala in serie B e poi anni a dividersi tra Roma e Rieti per partite e allenamenti fino ad arrivare a diventare capitano e seconda linea, perché da lontano potrà sembrare che il corpo resti lo stesso, ma gli anni non li freghi mica.
Allora ci provi e giochi seconda linea, impari a fare la legna, anche tanta e anche se sembri un surfista di Capocotta. Salutiamo la stagione 2026/2027 come in un film dei Vanzina, con il tramonto negli occhi e alle spalle le spiagge, magari quelle del beach rugby.



