Nella tarda serata di giovedì 21 maggio, presso la sua abitazione a Bra (Cuneo) all’età di 76 anni è mancato Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, co-fondatore delle Comunità Laudato si’, importante rete mondiale di tutela ambientale e sociale che vide il suo lancio proprio a Rieti nel 2018 dallo stesso Petrini e da Mons. Domenico Pompili, allora vescovo della diocesi reatina.
Non potevamo non interpellare quindi Monsignor Pompili, che ricorda Carlo Petrini con una commozione autentica, quasi familiare. “Sono molto addolorato – dice – perché con Carlin abbiamo fatto un bel percorso insieme dal terremoto in poi”.
L’ultimo incontro risale appena a due mesi fa, il 21 marzo, a Pollenzo, durante l’incontro delle comunità di Laudato Si’, quelle realtà che proprio insieme avevano contribuito a far crescere in tutta Italia partendo da Amatrice. “Già allora era molto fragile – racconta Pompili – ma non immaginavo un percorso conclusivo così rapido”.
Il loro primo incontro avvenne nel 2017, quando Petrini volle andare personalmente ad Amatrice dopo il sisma, colpito profondamente da quella tragedia. Da lì nacque subito una sintonia umana e ideale. Pompili ricorda che insieme riflettevano sul fatto che “il terremoto non è semplicemente un evento naturale”, ma qualcosa che mette davanti anche “agli effetti del rapporto tra l’uomo, il costruito e la natura”.
Da quella sofferenza condivisa nacque la convinzione che fosse necessario “curare questo rapporto tra l’uomo e il mondo”, ricostruendo non solo le case, ma anche legami, comunità e un modo diverso di abitare la terra.
“Sicuramente un visionario”. Uno che già alla fine degli anni ’80, agli inizi di Slow Food, aveva intuito qualcosa che oggi appare chiarissimo ma allora sembrava quasi rivoluzionario: “il cibo non è semplicemente riempire lo stomaco, ma è un fatto culturale, perfino politico”.
Per Petrini il cibo parlava della dignità delle persone, della salute, del territorio, della giustizia sociale. E infatti tutta la sua filosofia si riassumeva nelle tre parole simbolo di Slow Food: “buono, pulito e giusto”.
“Buono”, spiega Pompili, “perché il cibo deve avere sapore e dare piacere”. Petrini non vedeva il mangiare come una semplice funzione biologica, ma come qualcosa che racconta la nostra umanità e la nostra capacità di stare bene insieme.
“Pulito”, perché il cibo non deve essere “contaminato e contraffatto”. Petrini denunciava da tempo i rischi di un’agricoltura dominata da pesticidi, produzioni artificiali e logiche industriali aggressive verso la terra e verso la salute delle persone.
E infine “giusto”, cioè un cibo che non schiacci chi produce. Pompili sottolinea come Petrini abbia sempre difeso “la cultura contadina”, troppo spesso “mortificata dal mercato globale”, che finisce per penalizzare soprattutto i piccoli produttori e cancellare identità e tradizioni locali.
Secondo Pompili, questa battaglia Petrini la sentiva profondamente anche nei territori dell’Appennino e del Reatino. “È venuto tante volte a Rieti e ad Amatrice”, ricorda. Non erano visite formali: c’era una partecipazione sincera al dolore e alla rinascita di quelle comunità ferite.
Poi il pensiero va all’eredità che lascia. Un’eredità enorme, concreta e spirituale insieme. Certamente Slow Food e Terra Madre, diventate realtà internazionali presenti “in 160 Paesi del mondo”, ma soprattutto una nuova sensibilità verso il rapporto con la natura.
Pompili insiste molto su questo punto: Petrini, anche nel dialogo con Papa Francesco e con l’esperienza della Laudato Si’, aveva un approccio all’ecologia molto umano e positivo. Non voleva fare dell’ambiente “una questione terroristica”, fatta solo di paure e catastrofi imminenti. Per lui era “una questione vitale”: stare bene significa vivere in armonia con il territorio, con il cibo, con gli altri e con la natura.
Ed è forse qui che emerge il tratto più profondo di Carlo Petrini secondo Monsignor Pompili: “aveva molto questa etica non tanto del dovere quanto del piacere”. Cioè l’idea che le cose giuste non si fanno perché obbligati o per paura, ma perché “spontaneamente comprendiamo che è il nostro vero bene”.
Un modo di guardare al mondo che oggi, nelle parole di Pompili, resta come la sua eredità più preziosa.
22_05_26
foto D. Fabrizi



