San Pietro Martire, “questo non è il mio progetto”. È una frase che pesa, che arriva diretta, senza giri di parole, e che riassume meglio di qualsiasi polemica ciò che sta accadendo attorno al rifacimento della piazzetta nel cuore del centro storico. Un luogo che per chi ci è nato e cresciuto non è mai stato solo uno spazio urbano, ma una vera piazza, punto di passaggio, di incontro, di memoria.. Oggi però quella percezione sembra essersi smarrita, sostituita da una configurazione che somiglia molto di più a una strada con parcheggi e marciapiedi che a uno spazio da vivere.
A raccontare questo scarto tra idea e realtà è l’architetto Fabrizio Miluzzo, autore del progetto originario, che non nasconde il proprio rammarico. Il suo intervento arriva dopo settimane di osservazioni, critiche e discussioni tra residenti, che si sono ritrovati davanti a un risultato lontano dalle aspettative e dopo aver letto l’articolo che Format ha dedicato all’argomento: condividendolo.
Il punto, chiarisce subito, non è solo estetico. È qualcosa che nasce prima, molto prima del cantiere.
Il progetto, infatti, non nasceva – spiega – con l’obiettivo di restituire una piazza nel senso più pieno del termine. Le indicazioni ricevute erano precise: mantenere la viabilità esistente e non eliminare neanche un posto auto. Un vincolo che, di fatto, ha indirizzato ogni scelta successiva. In queste condizioni, spiega Miluzzo, lo spazio non poteva trasformarsi radicalmente, ma solo essere “adattato”, cercando un equilibrio tra esigenze diverse, spesso difficili da conciliare.

Progetto originale
Eppure ritiene, che anche dentro questi limiti, la sua idea iniziale avesse una propria coerenza. Una piccola piazzetta, un sagrato più leggibile, materiali più chiari, una maggiore presenza di verde, sedute, percorsi più armonici con la parte antica e una rampa per garantire l’accessibilità senza soluzioni improvvisate. Un disegno che provava, per quanto possibile, a restituire dignità a uno spazio simbolico, mantenendo al tempo stesso le funzioni richieste.
Quello che si vede oggi, però, è altro. Modifiche in corso d’opera, cambiamenti nei materiali (più scuri) anche per problemi legati alla produzione, e scelte diverse hanno progressivamente allontanato il risultato finale dall’idea originaria. “Io ho consegnato un progetto approvato”, precisa l’architetto, “ma quello realizzato non corrisponde a quanto avevo previsto”.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una superficie che molti percepiscono come fredda, poco accogliente, priva di quegli elementi che rendono uno spazio urbano davvero vivibile e che ‘inghiotte’ la famosa casetta antica fotografata da tutti. Mancano punti di sosta, manca il verde, manca una gerarchia chiara tra spazio pedonale e spazio carrabile, manca addirittura l’accesso per disabili alla chiesa.
E soprattutto manca quella ‘sensazione’ di piazza che per anni aveva caratterizzato questo luogo, anche quando era usato in modo meno ordinato.
Non sorprende, allora, che le critiche si siano concentrate proprio su questo aspetto. Non tanto il singolo dettaglio, ma la visione complessiva. Perché quando uno spazio cambia, cambia anche il modo in cui viene vissuto. E qui molti cittadini hanno la sensazione che si sia persa un’occasione di ridare dignità ad una delle entrate più antiche al centro storico.

Linee di indirizzo
Miluzzo, però, invita a non cercare responsabilità semplici. Non c’è, a suo dire, un colpevole identificabile nel progetto, nell’esecuzione, o nelle modifiche: tutto si inserisce dentro un quadro più ampio, quello delle scelte di indirizzo. Scelte che hanno privilegiato la funzione, parcheggi, viabilità, gestione degli spazi e della raccolta acque, rispetto a una possibile trasformazione più ambiziosa, capace di restituire centralità e valore a un pezzo di città.
Una scelta, quindi, politica.
Resta il rammarico, evidente nelle parole dell’architetto quanto in quelle dei residenti. Perché la sensazione diffusa è che si potesse finalmente fare di più, o forse semplicemente qualcosa di diverso, nell’unica occasione che si è avuta per dare dignità a luoghi che l’avevano persa.
Alla fine, la questione sembra tutta qui: nella distanza tra ciò che era stato immaginato, ciò che era stato progettato e ciò che è stato realizzato. Una distanza che oggi si traduce in un luogo difficile da riconoscere, sospeso tra funzioni diverse e senza un’identità chiara. E in quella frase, “questo non è il mio progetto”, resta forse il segno più evidente di una frattura che va oltre il singolo intervento e riguarda il modo stesso in cui si pensa e si costruisce la città.



