di Stefania Santoprete – Le città non sono fatte solo di nuovi interventi, ma anche di relazioni tra passato e presente. E quando esiste la possibilità concreta di ristabilire queste relazioni, ignorarla significa perdere qualcosa che va oltre l’estetica: significa rinunciare a costruire continuità.
Abbiamo raccolto voci, sensazioni a pelle, commenti detti lì, davanti a quel cantiere. C’è chi era arrabbiato, chi deluso, chi semplicemente incredulo. Cittadini, ma anche persone che con l’arte, l’architettura e il turismo hanno a che fare ogni giorno.
Questo articolo nasce da lì. Non da una teoria, ma da un ascolto. E il punto su cui tutti, davvero tutti, tornano è come si possa snaturare in questo modo un luogo. Parliamo di via delle Molina e della Chiesa di San Pietro Martire.
Questa è davvero la pavimentazione giusta davanti a una chiesa medievale?
Non c’entra niente con la chiesa, non c’entra niente con i muri dell’intero edificio.
E invece davanti a tutto questo compare uno straccio di marciapiede moderno, largo, invasivo, fatto con materiali che sembrano usciti da un contesto completamente diverso.
“Non siamo esperti, ma la prima cosa che abbiamo pensato è: questo non c’entra niente con la chiesa.” – dicono.
Anche la fontanella racconta la stessa storia: restaurata, valorizzata… e poi rovinata. Per collocarvi un faro qualsiasi, a luce fredda, è stato tagliato l’arco di verde che la incorniciava. Un dettaglio? Tutt’altro. È esattamente questo il nodo: invece di lavorare con ciò che esiste, si interviene sopra, cancellando.
Tra la pavimentazione moderna e il muro una cornice di ciottolini. Purtroppo non quelli storici riemersi dagli scavi. E qui emerge la contraddizione che ha fatto arrabbiare molti. Davanti alla chiesa medievale e al suo muro antico non si è ritenuto possibile usare una pavimentazione coerente con l’epoca. Eppure, poco più in là, nel parcheggio di via dei Pini, sotto una banca e davanti a un garage, l’acciottolato invece esiste, anche sotto le ruote delle auto!
La domanda diventa inevitabile: perché sotto un palazzo moderno sì, e davanti a un muro storico no? La rabbia nasce anche da qui, perché non si tratta di un muro qualsiasi. È un muro storico, il muro delle suore, parte di edifici antichi, con ancora piccole porte e tracce leggibili del passato.
E l’altro passaggio riguarda ciò che, fino a pochi anni fa, era per tutti Piazza San Pietro Martire, oggi trasformata, ribadendolo, in “via”. Un cambio che non è solo toponomastico, ma sostanziale: l’invadenza del marciapiede extra large e i nuovi interventi sembrano voler sancire definitivamente questa trasformazione.
In questo spazio, proprio mentre si parla di recupero delle radici, di valorizzazione delle tradizioni e dell’identità dei luoghi, ha preso vita in questi ultimi anni l’esperienza di “Storie di Polli”, che aveva restituito vitalità alla piazza, con eventi e partecipazione, sfruttando l’assenza delle auto ma senza barriere.
E poi c’è la facciata di quella piccola casa antica, attraversata da una vite e ricoperta di fiori, da cui tutto sembra iniziare: uno degli scorci più suggestivi, tra i più fotografati, tra quelli che oggi definiremmo senza esitazione “instagrammabili”, termine abusato ma ormai efficace per descrivere ciò che il turismo contemporaneo ricerca nei borghi.
Ed è proprio questo il punto: un angolo che possiede già una forza poetica evidente rischia, al termine dei lavori, di essere invaso o snaturato, se non se ne rispetta contemporaneamente il contesto. Pur riconoscendo la necessità di intervenire su un sistema fognario ormai datato, il punto resta come farlo senza compromettere l’identità e la memoria dei luoghi. Il cruccio, condiviso da molti, è che queste scelte non siano temporanee né reversibili, ma definitive, costose, difficili da rimuovere. E quindi ancora più decisive nel definire il volto futuro del luogo.
Ci siamo poi fermati a una domanda che è emersa quasi spontaneamente: chi siamo noi per giudicare?
Ed è per questo che abbiamo chiesto un parere a un docente e archeologo, Nestore Ciaramelletti, per leggere il caso non solo con lo sguardo emotivo dei cittadini, ma con una chiave più tecnica e storica.
“Il riferimento iniziale è al quadro dei Beni Culturali, a partire dall’art. 9 della Costituzione e dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004), dove non si parla soltanto di vincoli, ma anche di tutela e conservazione. Esistono regole, certo, ma anche un principio di buon senso che dovrebbe guidare ogni intervento sul paesaggio urbano.
Nel caso di Rieti, e in particolare dell’area di via delle Molina con la Chiesa di San Pietro Martire, si è di fronte a un tessuto urbano complesso, stratificato nel tempo, frutto di fasi storiche diverse che hanno costruito un’identità precisa. Una stratificazione che, secondo questa lettura, andrebbe sempre rispettata e letta prima di intervenire.”
“Ci si chiede se l’intervento di rifacimento della pavimentazione, con la realizzazione di un marciapiede eseguito davanti alla chiesa di San Pietro Martire, abbia tenuto minimamente conto del fatto che ci troviamo di fronte a quello che, a tutti gli effetti, è il sagrato di una chiesa della seconda metà del Duecento.”
Il colpo d’occhio, continua, è determinante: “a partire dal materiale utilizzato per realizzare il basolato in pietra di colore scuro, una pietra estranea alla tradizionale pietra bianca delle cave di travertino del reatino, non rende giustizia alla graziosa struttura della chiesa.” Da qui la considerazione che “l’impiego di questo basolato per creare un marciapiede stravolge la funzione stessa di area sacra prospicente la chiesa, creando un forte e non genuino contrasto con la facciata che perde così il suo scopo originario. Il sagrato non è un pezzo qualsiasi di pavimentazione urbana. È parte della lettura storica del complesso, della sua dignità architettonica e del suo rapporto con il tessuto della città.” Quando questa continuità viene interrotta o sostituita da una logica da strada ordinaria, il rischio è quello di banalizzare il monumento.
Le scelte urbanistiche, conclude, non sono mai neutre: “queste scelte di rifacimento e di risistemazione urbana lasciano un segno: definiscono un’idea di città che rischia di allontanarsi da quel buon senso e da quella tutela del paesaggio che costituiscono il nostro patrimonio”. Un patrimonio che non riguarda solo il presente, ma anche il futuro: “un patrimonio che lasceremo alle generazioni future, e che è capace di cambiare l’idea stessa della città: di come era e di come sarà Si tratta, dunque, di una grande responsabilità, che meriterebbe una maggiore attenzione e uno studio più approfondito del nostro patrimonio.”
da Format mar-apr 2026



