La città dei sogni perduti

26/03/2026 | Notizie in evidenza, Storie e persone

 

“I have a dream”: una frase scolpita nell’immaginario collettivo. La pronunciò il reverendo Martin Luther King durante lo storico discorso pronunciato il 28 agosto 1963 a Washington, davanti al Lincoln Memorial. Il sogno dell’uguglianza razziale. Un sogno che gli costò la vita.

Un uomo aveva un sogno, a Rieti. Quell’uomo era un manager di successo ed il suo nome era Renato Milardi. Il suo sogno era quello di raccogliere la storica eredità dell’antica società di basket dedicata a tre martiri della resistenza reatina – Angelo, Mario e Gino Sebastiani – cresciuta sul selciato di san Liberatore e farne un grande team che potesse competere con gli squadroni italiani. Quel sogno, agli inizi degli anni ’70, nella Rieti della “giunta dei giovani” guidata da Ettore Saletti, spiccò il volo e travolse una città intera che d’improvviso s’innamorò perdutamente della palla a spicchi e dei suoi indimenticabili campioni. Una città uscita da poco da un’economia rurale e spinta dal suo uomo politico più importante – Franco Maria Malfatti – verso l’industrializzazione e la piena occupazione, conquistò le prime pagine delle cronache sportive, sognando con quell’uomo che la fece uscire dalle secche dell’anonimato, restituendole l’orgoglio perduto. Le semifinali scudetto e la conquista della Korac furono l’apice di quel sogno. Poi, il sogno si perse, inghiottito nelle sabbie mobili di una città tornata al suo torpore abituale.

Un uomo aveva un sogno. Quell’uomo si chiamava Gaetano Papalia. Il suo sogno era quello di prendere il testimone del suo predecessore e riportare Rieti nell’olimpo del basket. E dopo vent’anni quel sogno, d’improvviso, tornò a far battere il cuore dei reatini. La palla a spicchi divenne nuovamente il pane quotidiano cittadino e la gloriosa arena di Villa Reatina tornò ad ospitare epiche sfide con gli squadroni del nord, di nuovo intimoriti da quella squadra che, fra le mura amiche,  risultava spesso imbattibile. Poi, d’improvviso, quel sogno si spense. Una consistente promessa di sponsorizzazione di una grande azienda romana. Una sconfitta elettorale. La promessa non mantenuta: il baratro del fallimento riportò una città, sgomenta ed incredula, a fare i conti con i fantasmi del passato e con  una mentalità cittadina mai cresciuta davvero, soprattutto nei suoi vertici politici, economici ed istituzionali.

Un uomo aveva un sogno. Quell’uomo si chiamava Roberto Pietropaoli. Il suo primo sogno era quello di andare sulla luna quando, appena bambino, fu affascinato dallo sbarco dell’Apollo 11. Lo raccontò commossa la madre il giorno in cui fu inaugurato l’altro grande sogno infranto di Roberto: quello di regalare alla città una vera, grande tv professionale. Un investimento mai visto in strutture, macchinari e materiale umano di prim’ordine. I migliori sulla piazza della tv locale. Programmi in diretta tutto il giorno, tutti i giorni. Un’informazione che riguadasse non solo Rieti ma anche l’intera regione. Quel sogno si chiamava RLTV e nacque nella primavera del 2012: forse pochi, ora, lo ricordano. Sicuramente chi, come colui che scrive, fu fra i protagonisti di quella straordinaria avventura che vide la luce fra mille pregiudizi e la consueta diffidenza dei poteri forti cittadini, mai avvezzi a dar spazio a chi, in città, portasse novità senza appartenere al loro “cerchio magico”. Roberto – ecco il suo peccato orginale che ancora lo insegue, implacabile – non ne faceva parte. Era figlio di quel commercio virtuoso che per decenni era stato la spina dorsale dell’economia cittadina e da quelle origini aveva preso il volo diventando dapprima professionista e poi imprenditore di successo in quella Milano che è la capitale economica del paese. Quel sognò si schiantò contro il muro di gomma dell’alta borghesia cittadina e si spense all’improvviso in una triste giornata d’autunno del 2013. Ma i sogni, per Roberto – che di sogni e progetti ambiziosi ha fatto la sua ragione di vita – non erano finiti. Ce n’era un altro che, come il filo rosso della leggenda giapponese lega indissolubilmente chi ha un destino comune, lo portava a sognare come i suoi due predecessori. Era cresciuto con il mito di zio Willie, Roberto. Di Meely, Brunamonti, Zampolini, Sanesi. Con quella maglia bianca e rossa negli occhi e nel cuore. Quella maglia che da sempre ha sognato tornasse a calcare da protagonista i parquet più prestigiosi della pallacanestro italiana. Sognatore, ostinato fino all’eccesso, vulcanico e visionario, ha preso in mano il testimone che idealmente Milardi e Papalia gli hanno lasciato e si è gettato a corpo morto in un’avventura affascinante, fermamente convinto che in città quell’amore per la palla a spicchi sarebbe risorto dalle ceneri lasciate dal suo antagonista recente, che pure a tornare nella serie nobile del basket ci era andato tanto vicino! Ma l’eterno sognatore, nato e cresciuto nel quartiere di Madonna del Cuore con il calcio ed il basket che gli scorreva nelle vene, non aveva fatto i conti con l’eterno pregiudizio cittadino. Con quella mentalità che da sempre è portata a giudicare chi prova a far qualcosa di buono, in questa città. A distruggerlo con quella frase idiomatica che è la croce di una città intera: “oh illu, ma que ss’è missu ‘n capu?”. E la politica è la prima, grande assente nel sogno incompiuto di Roberto. Mai vicina ad un personaggio che per sua libera scelta non è mai stato schierato con nessuno e, per questo, considerato “ingestibile”. Ricomparsa all’improvviso, per necessità, dopo la tragedia di Marianella e tornata nell’ombra e nella totale assenza di collaborazione, quella politica oggi nulla fa ed ha fatto perchè il basket potesse tornare a dar lustro ad una città da troppi anni condannata ad un immobilismo di idee e di iniziative che tarpa le ali e costringe i suoi figli migliori a fuggire lontano.

E così la storia si ripete e Rieti torna ad essere la città dei sogni perduti.

26_03_26

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