La sua passione nasce da bambina, cresce tra racconti sussurrati e fotografie senza nome, e oggi la porta ogni giorno negli archivi, tra carte antiche e storie dimenticate. Giulietta Modesti racconta il suo lungo viaggio alla scoperta delle proprie radici familiari.
Giulietta, quando hai iniziato questo percorso di ricerca? Possiamo dire che ti accompagna da sempre?
Sì, direi proprio di sì. È un desiderio che ho fin da ragazza. Tutto è nato grazie a mia nonna paterna, Emilia, la mamma di papà. Era una grande narratrice, amava raccontare storie, e io sono cresciuta praticamente con lei. Papà era figlio unico, io la prima nipote: stavo sempre dai nonni.
All’epoca non c’era internet, non c’erano computer. La televisione aveva un solo canale e i programmi per bambini duravano poco, un’oretta dopo pranzo. Poi si spegneva tutto. Il vero intrattenimento era la tradizione orale: si disegnava, si leggeva, si aiutavano le nonne e soprattutto si ascoltavano i racconti.
E quei racconti ti hanno segnata.
Moltissimo. Mia nonna era romana e proveniva da due famiglie benestanti. Suo padre era stato preside di diverse scuole di Roma, anche superiori. Era una famiglia istruita, numerosa. I suoi racconti erano affascinanti, ma quelli sulla famiglia del marito – il ramo Modesti – lo erano ancora di più, perché erano pieni di misteri. Di quella famiglia si sapeva pochissimo: qualche voce, frammenti, niente di concreto. E quei vuoti mi hanno sempre lasciato tanti punti interrogativi.
Hai provato a cercare risposte già da giovane?
Sì. Quando sono andata all’università a Roma avrei voluto fare ricerche negli archivi, perché entrambe le famiglie erano di lì. Ma studiavo, vivevo in collegio, non avevo tempo. Poi sono arrivati gli impegni familiari: ho sei figli, quindi la ricerca è rimasta un desiderio nel cassetto.
Però mia nonna mi ha lasciato due scatole piene di fotografie. In molte non c’era scritto nulla: né nomi, né date. Solo volti. E io sono una persona estremamente curiosa: ho bisogno di capire fino in fondo. Quindi quel materiale continuava a chiamarmi.
E il momento giusto è arrivato con il Covid.
Esatto. Durante il lockdown avevo l’impegno con l’associazione per la dislessia, ho seguito tutti i corsi online possibili. Poi, una volta finiti, ho cucinato di tutto: dolci, pane, pasta madre… finché a un certo punto ho scoperto il Portale Antenati del governo italiano.
Ho iniziato a “scartabellare” gli archivi online, soprattutto quelli di Roma e Rieti. Mancava molta documentazione, ma c’era comunque parecchio materiale. Piano piano ho cominciato a collegare i dati. All’inizio lavoravo sulle grandi buste bianche della pizzeria: le stendevo per terra e ci scrivevo sopra nomi, date, collegamenti. Mio padre aveva provato anni prima a fare un albero genealogico basandosi sui ricordi, ma purtroppo iniziava ad avere l’Alzheimer, quindi era un grande pasticcio. Io ho cercato di rimettere ordine.
A un certo punto il pavimento non bastava più. Allora sono passata completamente al digitale.
Ed è lì che hai scoperto FamilySearch.
Sì, un sito americano gratuito, gestito dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Ho scelto quello perché ha un accordo con il governo italiano: a Salt Lake City conservano tutti i microfilm degli archivi italiani fatti dopo la guerra, oggi in fase di digitalizzazione. Inoltre i documenti vengono indicizzati dai volontari.
Mi è sembrato giusto contraccambiare: loro mi davano accesso gratuito ai documenti, io offrivo il mio tempo. Ho indicizzato moltissimi atti.
Che cosa significa indicizzare?
Vuol dire trascrivere i dati principali dai documenti originali. Ti arrivano pacchetti di immagini – atti di nascita, matrimonio o morte – e tu compili un modulo con numero dell’atto, anno, comune, nomi delle persone coinvolte. Dopo di te, un revisore controlla il lavoro. È fondamentale, perché molti volontari stranieri faticano con i cognomi italiani, le calligrafie, i nomi dei luoghi.
I documenti sono scritti a mano, spesso in corsivo ottocentesco, con inchiostri sbiaditi. A volte devo mettere le immagini in negativo per riuscire a leggere. Alcuni atti più antichi sono in latino. È un lavoro difficile, ma affascinante.
E tutto questo è accessibile gratuitamente?
Sì, su quel sito sì. Ed è uno dei motivi per cui ho voluto contribuire. È diventato anche un passatempo: quando lavori solo online, a un certo punto arrivi a un limite temporale, circa 150 anni. Poi, appena è stato possibile, ho iniziato ad andare fisicamente negli archivi.
Da quanto tempo sei immersa negli archivi di Rieti?
Da giugno 2024. Ormai sono di casa, faccio parte dell’arredamento. Basta prendere appuntamento, chiedere i volumi, consultarli, fotografarli. C’è una sala studio bellissima.
Parallelamente ho visitato archivi diocesani, come quelli di Viterbo e Albano, perché prima dell’Unità d’Italia gli atti civili non esistevano: tutto passava dalle parrocchie. Per fortuna i registri venivano redatti in duplice copia, altrimenti terremoti, incendi e alluvioni avrebbero distrutto tutto.
A che punto sei arrivata con la tua ricerca?
Dipende dai rami. In alcuni casi sono arrivata alla metà del Settecento, in uno addirittura all’inizio del Seicento. Uno dei rami più interessanti è quello dei Brucchietti di Rieti: un cognome rarissimo, praticamente solo reatino.
Mio bisnonno Giuseppe Brucchietti era professore di fisica, presidente del Consorzio Agrario e del Consorzio degli Studi Sabini per oltre vent’anni. Il Comune di Rieti lo nominò anche nella commissione che assegnò la cattedra di granicoltura a Strampelli.
Qual è stata la scoperta che ti ha colpita di più?
Un antenato finito in carcere nel Settecento per un reato amministrativo, probabilmente una questione di confini. Rimase detenuto fino ad ammalarsi, fu trasferito all’ospedale dell’Aquila e morì lì senza tornare a casa. Quando la figlia si sposò, lui scrisse una lettera dal carcere per dare il consenso: l’ho trovata digitalizzata nel fascicolo matrimoniale. Un colpo al cuore.
Un’altra scoperta fondamentale riguarda Clotilde Angelucci, la madre di mio nonno. Avevo sei sue fotografie, ma sapevo pochissimo di lei. Credevo fosse di Rieti, invece ho scoperto che era di Castel Gandolfo. La sua famiglia era importante: il nonno era il maggiordomo del Palazzo Pontificio, cioè l’amministratore del paese.
Siamo andati lì, abbiamo parlato con il Comune, visitato palazzi, giardini, strade. Nei documenti spesso è indicata persino la via dove abitavano, e nei centri storici quei palazzi sono ancora lì.
Cosa significa per te ricostruire queste storie?
È come ridare vita alle persone. Non sono più volti isolati in una fotografia: diventano parte di una rete, di una storia. Sai dove vivevano, cosa facevano, chi erano i loro genitori, i fratelli. Non sono più isole. E ogni scoperta è come trovare un piccolo tesoro.
Alla fine capisci che le radici non sono solo passato: sono il modo in cui torni a dare senso al presente.
(continua)



