“Stella Stellina”: da Sanremo alla voce di mia madre

1/03/2026 | Notizie in evidenza, Storie e persone

Sanremo e i ricordi

di Antonella Millesimi – “Stella stellina, la notte si avvicina”
Per tanti anni, per me, una filastrocca senza autore.
Soltanto la voce, che non sento, di mia madre, che pure doveva avermela narrata, perché io quella filastrocca la conosco e non per averla letta.
Narrata, sì, e non cullata, perché mia madre mi ha sempre raccontato che mi cullavo da me con le dita in aritmetici movimenti che ipnotizzavano il sonno e, chissà, forse, già i sogni.
Poi, nel tempo, le parole, a ritroso, sono andate via, ad una ad una, e, quando me la ripeto, e questo accade spessissimo, il ricordo non va oltre “Stella stellina, la notte si avvicina, la mucca è nella stalla”.
Vado a cercarne il testo, ora che l’ascolto da una voce che ne ha fatto parole d’inizio della “melodia di un canto”.
Intanto scopro che l’autrice è Lina Schwarz, e Lina è il secondo nome di mia madre, ed entrambe, a settanta anni di distanza l’una dall’altra, sono salite al Padre lo stesso giorno, il 24 novembre.
E scopro anche che la filastrocca “Stella Stellina” è stata scritta nel 1920, anno di nascita di mio padre, nonché, e di questa comunanza mio padre andava fiero, di San Giovanni Paolo II.
Leggo il testo e mi accorgo che, da sempre, di quella filastrocca ho saltato un verso, questo: “la fiamma traballa”.
Una dimenticanza che non si origina dalla convinzione, che sarebbe del tutto irreale, che all’approdo caldo della stalla si arrivi percorrendo una strada senza dissesti, potendo, così, calzare comode pantofole, e nemmeno dalla strategia, molto pericolosa, improntata alla pavida ed illusoria volontà di rimozione del cammino invero faticoso, a tratti zoppicante e buio.
Credo che la ragione di quel salto, perché di salto si tratta, ossia di un movimento che si stacca da qualcosa che pure esiste e che si sa esistere, stia tutta nella paglia, che, all’interno della stalla, dà morbidezza: lì, ogni volta un po’ di più, hanno perso forza abrasiva le raffiche gelide che hanno fatto traballare la fiamma, che è l’affidata speranza di amore e di vita.
E torna quel viaggiare nella luce.
Da quanti treni deragliati si è scesi, subito volgendo lo sguardo al di sopra dei binari sconquassati, cercando la via di una destinazione di roccia.
Di quante scarpe si sono strofinate le suole fangose sul prato, e già si vedeva il sole che lo liberava dell’umidità appiccicosa e, ancora e ancora, rinasceva il desiderio, sotteso e mai smerigliato, di essere punta verso il cielo.
Quella filastrocca era nata per tutti i bambini del mondo, volendoli sereni nel gioco e, quando si fa sera, ognuno, con un abbraccio da cui tornare.
Ora è canto di tante realtà verso e avverso le quali non bastano emozioni di passaggio.
Dobbiamo lasciarcene graffiare la pelle, sì da averle, com-prese, nella nostra realtà, perché è con il verbo avere che si coniuga il dolore dell’altro.
“Nel cielo una nuvola risale dalla TUA casa dalla MIA casa”
Quante volte ricorre, nei Vangeli, l’espressione “Gesù ebbe”, voce del verbo avere, “compassione”.
Come Lui, avere, nel cuore, compassione, tenera ed impetuosa, perché…
“Ho cercato di strapparmi il cuore perché senza non si può morire ma ho avuto paura nel mentre di non sentire più niente”
“Non sentire più niente”, questa, sì, che è morte senza speranza.
La morte non sono le pietre di un sepolcro, perché quelle pietre sono intorno e non sono la centralità fra il vivere e il morire.
La centralità che sceglie la vita sono i fiori, in un cortile in cui una bambola ritrova la sua mamma per il gioco e una bambina l’abbraccio Materno di ogni attimo.
“Dalla collina si attende primavera” e “dalla collina verrà una primavera”, e ci sarà il ritorno, “nel vento della sera”, di ogni bambino, in tanti modi ucciso, non soltanto nel martirio del corpo, ma nel pestaggio del candore della sua anima, ma amato e mai dimenticato.
I fiori, di una primavera nei cuori di coloro che sentono senza paura, sono il sepolcro vuoto, sopraffatto dalla vita Risorta.

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