di Simone Vulpiani – “Oh, da quando hai iniziato a scrivere, ce fosse una volta che m’avessi intervistato!!”
“Eh vabbè, ma su di te che devo dì? Parlano i fatti, o no?”
“Come che devi dì? Un giorno ti porto di sopra e ti faccio vedere le coppe che abbiamo vinto: avoja a scrivere!”
Più o meno era di questo tenore la chiacchierata tra me e Gioacchino ogni volta che si parlava di articoli e giornali. E’ vero, non ho mai scritto nulla riguardante lui perché ritenevo fosse superfluo visto il successo di ogni attività che lo vedeva protagonista. Oggi però che sono di ritorno dal suo funerale ho negli occhi l’affetto e la partecipazione di tante persone, di tutte le età, strette intorno alla sua bara come a non volerlo mandar via, come a voler in qualche modo fermare il tempo ai giorni più felici che ognuno ha vissuto insieme a lui. Parenti, amici d’infanzia e di scuola, colleghi, insegnanti, allievi, atleti, politici: oggi nella chiesa di Regina Pacis si incontravano tante persone, magari tra loro sconosciute ma unite dalla conoscenza, a vario titolo, di Gioacchino. Tutta questa commozione e compassione mi porta oggi a volerlo fare un omaggio all’uomo, al padre, al marito, all’amico, al professore. Lo farò sfruttando la foto di copertina che gli ho scattato due estati fa quando lo si poteva incontrare allo stand del peperoncino della NPC dalla mattina alla sera, infaticabile. E’ una foto che ho a cuore per due motivi: il primo è legato alla passione per lo sport del basket che lo ha sempre distinto, il secondo è dovuto allo sfondo della foto, il centro di Rieti, sua città natale.
Come molti hanno notato il basket è stato il pretesto, il mezzo per stare tra la gente, tra i ragazzi. A lui piaceva vivere così, nei pomeriggi eterni al Palacordoni tra l’odore dei palloni e quello del parquet a rimettere a posto le panchine o a prendere in giro i ragazzi che allenava. A lui piaceva farlo, punto. Quante volte l’ho visto con il raffreddore mettere quella sciarpa verde al collo e andare via magari in un giorno di pioggia e freddo, sempre dopo aver salutato il cane o messo al posto la legna. Avrebbe potuto rimandare, avrebbe potuto demandare invece no, andava ad aprire il palazzetto perché qualcuno aspettava di allenarsi e giocare, magari dopo un brutto voto a scuola o una litigata con i genitori. Gioacchino ascoltava, guardava. Vedeva con il cuore e capiva se tutto andava bene oppure no tramite un’occhiata, e poi parlava. Quando parlava diceva la verità e la diceva tutta, senza tanti giri di parole. Magari poteva essere considerato burbero o duro ma lo faceva perché la vita è dura, inutile addolcire la pillola. Lo sapeva che la vita è dura e stando a contatto con tanta gente ne viveva i lutti, i dolori, le gioie, gli affanni quotidiani. Però era sempre lì a dare consigli, a fare battute, a capire insieme agli altri la vita. Oggi al suo funerale non ho visto gente triste, ho visto gente orgogliosa. Orgogliosa di averlo incontrato, di aver fatto parte di questo progetto che aveva messo in piedi, di essere stata un tassello in questa avventura. Quante volte ho visto Maurizia arrabbiarsi perché la cena era pronta sul piatto e Gioacchino tornava tardi da qualche partita in trasferta, avvertendo sempre all’ultimo. Più che il basket, la gente.
Poi c’è Rieti. Una città stretta intorno al basket ed alla sua storia. Parlando con Gioacchino spesso ho avuto l’impressione di parlare direttamente con la città, come se le sue parole fossero quelle di Rieti. Una città piccola di cui lui conosceva tutte le storie, le famiglie, fatti e circostanze. Era un attento osservatore e spesso sapeva anticipare fenomeni che sarebbero cambiati anche ad anni di distanza. Una persona intelligente, una persona che sapeva vivere. Oltre al Palacordoni il luogo abitualmente da lui frequentato era il supermercato appena fuori da Porta Conca dove lo si poteva vedere alla cassa contorniato da gazzose, chinotti e tante altre bibite ormai vintage, sempre curioso delle novità e delle primizie della frutta più esotica. Un giorno, in prossimità della festa di Pasqua, alla cassa lo vidi con un uovo di Pasqua gigante dell’Inter, “E’ per Federico!!”, non ci ho mai creduto, e neanche lui me sa. Questa sua capacità di risultare sempre giovane e un po’ bambino gli permetteva di far sognare i bambini come lui e di rendere tutto possibile, come un tiro da tre all’ultimo secondo che risolve la partita. La partita della vita, delle cadute e delle vittorie, degli infortuni e delle gioie. Pensando a Gioacchino mi viene in mente Andrea Milardi. Stessa dedizione, stessa tenacia e spirito d’iniziativa. Due pezzi di Rieti che molto probabilmente non verranno mai rimpiazzati perché unici ed irripetibili. Quella Rieti che oggi era presente al suo funerale perché forse ha capito, con un velo di malinconia, che certe storie hanno un inizio ed una fine, un’alfa ed un omega per chi ha frequentato il Liceo Classico e non è, come ricordavi scherzando, uno “stracciu dde cafone”.
E’ bello vedere come le storie locali, le persone che si incontrano ogni giorno per strada, le notizie a noi più vicine siano in grado di farci emozionare, di farci commuovere. In un tempo di grandi sconvolgimenti, guerre, calamità ecc… ci sono persone, fatti a noi vicini che ci toccano, ci fanno cambiare strada. Mi piace pensare, e sono certo, che Gioacchino Fusacchia abbia cambiato le vite di tanti, le abbia migliorate. Al netto dei potenti e delle decisioni calate dall’alto ci sono persone vicine a noi straordinarie, eccezionali, basta solo riconoscerle. Forse in alcuni momenti anche lui ha preferito tirarsi indietro rispetto a onori e riconoscimenti e mandare avanti gli altri, forse non è mai stato il frontman di turno, altro segno della sua intelligenza emotiva che gli permetteva di rimanere nell’ombra e salire sul palco solo se e quando voleva. Se nello scrivere queste parole ho i tasti della tastiera bagnati di lacrime è perché quanto detto prima risulta vero, non può che essere così. Avevi stima di me, lo vedevo da come mi parlavi, mi reputavi adulto già al liceo quando mi dicevi di stare attento a Federico in gita o al mare.
Continueremo nel solco che hai tracciato con la stessa cura ed attenzione ed anche con la stessa spensieratezza che ti permetteva di dire e fare, quasi, tutto quello che volevi. Continueremo perché non possiamo fare altrimenti, non ci possiamo fermare in un mondo veloce e futile come quello moderno fatto di inutilità e leggerezza. Continueranno a vivere anche Irene e Federico e, con lo stesso sole che c’era all’uscita della chiesa, faranno germogliare tutti i semi che hai piantato in loro.
Grazie Giò, grazie di averci voluto bene, grazie di esserti preso cura di noi.
Ecco adesso anche l’articolo t’ho fatto, mo basta però.
25_01_26



