Giustina, da quanto tempo vivi a Rieti?
“Vivo qui da 17 anni, più o meno.”
E come ti trovi in questa città?
“A me Rieti piace. Ho vissuto a Roma e a Monterotondo, però Rieti è una città a misura d’uomo. So che molti non la pensano così, ma per me è così. Il centro storico è piccolo, ci si muove a piedi, il clima è buono. È una città accogliente, una bella realtà per una persona di mezza età. Chi ha il piacere di viverla, tranquillamente lo fa.”
Quando e come nasce la fotografia nella tua vita?
“Da ragazza mi piaceva fare foto. Con i rullini facevo foto tipiche da viaggio. Quando provavo qualcosa di più artistico, mi dicevano che le foto erano sbagliate, e questo ha tarpato un po’ la mia creatività. Con l’avvento del digitale è cambiato tutto: gestisco l’intero processo, dallo scatto alla foto finale. La passione è nata più o meno qui a Rieti… diciamo che Rieti mi ha ispirato.”
Quali sono state le prime immagini che ti hanno ispirata?
“All’inizio fotografavo dettagli, architettura, scorci del centro storico. Poi, poiché sono competitiva, ho aperto un profilo Flickr. Un amico mi disse che una mia foto poteva partecipare a un concorso sulla Fontana di Porta Conca. M
i iscrissi, e da lì è nata la passione per i concorsi.”
Che cosa ti attrae di più nella fotografia?
“Non posso rispondere in una frase: mi sono evoluta nel tempo. All’inizio amavo dettagli urbani, architettura, geometrie, pattern, ripetizioni, sempre con la luce giusta. Poi, facendo concorsi, ho provato tutto: paesaggi, street, qualche ritratto… ma non sono i miei generi. Amo i dettagli e la fotografia concettuale. E amo usare superzoom o grandangoli spinti: un 8mm o una P1000 che arriva a 3.000mm mi rendono felice. Il ‘cinquantino’ (50mm) mi annoia.”
Cosa differenzia un fotografo dagli altri?
“Fotografare significa vedere, non solo guardare. Trovare ciò che altri non vedono. L’ultima foto che ha avuto successo si chiama Con Clave, scattata al funerale del Papa, giocando su pattern e ripetizioni invece che sulla classica scena della bara.”
Chi è Giustina Wind? Che bambina eri?
“Curiosa. Principalmente pigra. Non mi piace lo still life perché richiede troppo studio. Amo imparare da sola, non mi piacciono i corsi. Se mi dici che la neve è bianca, io voglio dimostrarti che forse non lo è. Mi piace contraddire per sperimentare. Sono testarda, competitiva… devo tenermi a bada. Da bambina vivevo in una casa piena di artisti: mio padre era collezionista di Ex-libris, organizzava eventi, ospitava pittori. Mia madre andava a teatro. Sono cresciuta in mezzo a libri, arte e cultura. Mi piaceva studiare, ma ero ribelle: se un insegnante diceva qualcosa, cercavo di dimostrare il contrario.”
Hai tenuto corsi di fotografia: qual è stata la difficoltà maggiore e cosa, invece, ti è risultato più facile?
“La parte più difficile è non imporre le mie idee agli studenti. Cerco di sviluppare la visione personale di ognuno. La parte facile? Imparare da loro. A volte ho imparato più io da loro che loro da me. Un esempio: una foto street che per me era divertente ha fatto ridere a crepapelle una corsista mentre ad un’altra non suscitava nulla. Questo dimostra quanto la fotografia venga percepita diversamente.”
Hai vinto molti concorsi: perché alcune fotografie vincono e altre no?
“Non esiste un’opera universalmente bella. Dipende dalla giuria. Alcune foto piacciono a 8 su 10, altre a 5 su 10. Io amo la fotografia concettuale, ma non è molto apprezzata. Il giudizio cambia da Paese a Paese: il nudo in Paesi musulmani non si piazza. Nel cibo vincono spesso dolci e frutta, perché universalmente riconosciuti come “cibo”. C’è molta psicologia dietro.”
Scatti anche liberamente o solo per concorsi?
“Entrambe le cose. Scatto per me, foto che nessuno vede mai. E scatto per i concorsi, pensando a un tema e costruendo la scena.”
Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?
“Vincere il Pulitzer… scherzo (ma non troppo!). Mi piacerebbe che la mia fotografia diventasse riconosciuta per il mio stile. Magari farne un lavoro, ma non voglio essere ingabbiata in un solo genere. Mi interessa
migliorare nei ritratti, studiare di più (anche se sono pigra), e sperimentare.”
Il lavoro fotografico rischia di limitare la creatività?
“Sì, se devi fare solo moda o solo matrimoni. Non voglio essere imbrigliata. Vorrei provare tutto ma anche mantenere libertà.”
Un possibile sbocco professionale?
“Forse il fotogiornalismo. Grazie a Format ho fotografato eventi e mi è piaciuto. È un mondo difficile ma attraente.”
Quali sono i risultati di cui sei più orgogliosa?
“Mi è difficile dirlo, partecipo a tanti concorsi. Grande soddisfazione l’ho avuta in un concorso russo, Open Monochrome Russia. Ho avuto 4 ammissioni su 4 nella sezione fotogiornalismo. Nei concorsi FIAP mi piazzo meglio all’estero che in Italia. Ho appena richiesto l’onorificenza FIAP: primo gradino, piccolo ma piacevole.”
Qual è una foto di cui sei particolarmente fiera?
“La mia prima foto “vera”, quella che mi introdusse ai concorsi: una luce invernale sulla Fontana di Porta Conca. Scattai con una compatta e con l’altra mano creavo un’ombra per “acchiappare” l’acqua. Semplice, ma rappresenta la fotografia come la vivo io.”
Preferisci il formato orizzontale o verticale?
“All’inizio non ci pensavo. Nei concorsi sono più apprezzate le orizzontali per il monitor. Ma quando serve, scatto verticale. Spesso faccio molte versioni. Le foto poi devono “stagionare”, le lascio per anni sull’hard disk.”
Qual è la fotografia che vorresti fare?
“Una foto capace di emozionare il 100% delle persone, nel bene o nel male. Non che piaccia, ma che nessuno resti indifferente.”
Qual è la domanda che avresti voluto ti facessi?
“Oddio… questa è la più difficile. Non lo so…!”
(Appunto, non te l’ho fatta),



