Le feste dovrebbero essere un tempo di serenità, e invece per molte donne diventano un periodo fragile, in cui la casa, che dovrebbe proteggere, diventa il luogo in cui si consuma il pericolo. Succede a Rieti come nel resto d’Italia, e chi lavora a contatto con il territorio lo vede chiaramente: tra Natale, Capodanno e i giorni che li precedono spesso aumentano litigi, episodi di controllo, tensioni che rischiano di sfociare in violenza.
In questo clima si è svolto a Rieti, il convegno “Contro la violenza: ascolta, comprendi, sostieni”, organizzato dall’Associazione ProTerritorio e Cittadini – ODV – Coordinamento Regione Lazio, con il patrocinio del Lions Club Rieti Varrone, dell’Associazione Giuristi del Terzo Millennio e dell’Associazione Internazionale delle Polizie. Un appuntamento per celebrare la ‘Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne’ indispensabile anche nella nostra città dove negli ultimi mesi sono emersi diversi casi di maltrattamenti.
Tra i relatori, uno degli interventi più seguiti è stato quello del Ten. Col. CC dott. Nazzareno Di Vittorio, consulente informatico forense, che ha trattato un tema spesso sottovalutato ma cruciale: il peso delle prove digitali nei procedimenti giudiziari. Ha parlato con grande chiarezza, ricordando che oggi una denuncia non basta se non è accompagnata da elementi concreti. E che, nella vita iperconnessa in cui tutti viviamo, le prove più importanti sono proprio quelle contenute nei nostri dispositivi.
Di Vittorio, insieme al figlio Francesco, che lo affianca nel lavoro e nell’attività svolta per l’associazione APTEC, ha spiegato come lo smartphone non sia la prova in sé, ma il contenitore delle vere prove: audio, video, chat, fotografie, dati di localizzazione, dettagli che spesso raccontano più di qualunque testimonianza. È proprio per questo che molti maltrattanti, come ha ricordato, rubano innanzitutto o distruggono il telefono della vittima, consapevoli che in quel piccolo oggetto ci sia tutto ciò che li potrebbe inchiodare.
Da qui l’importanza di imparare a considerare il telefono non come un rischio, ma come un alleato. Una delle indicazioni che hanno colpito di più il pubblico riguarda la possibilità di registrare conversazioni e telefonate durante episodi di maltrattamento psicologico.
Si tratta di una delle forme di violenza più difficili da dimostrare perché non lascia segni e non ha testimoni. Di Vittorio ha chiarito che registrare una conversazione alla quale si partecipa è perfettamente legale e non costituisce violazione della privacy. L’illecito scatta solo nel caso in cui quella registrazione venga diffusa, ad esempio sui social. È invece pienamente legittimo utilizzarla per tutelare un proprio diritto.
L’associazione propone quindi, già nella delicata fase precedente alla denuncia, un’attività di tutela delle prove basata sulla cosiddetta acquisizione forense.
Molte vittime infatti, credono che un semplice backup del telefono sia sufficiente a mettere al sicuro le prove. In realtà è una prassi rischiosa: basta una modifica involontaria alla data o all’ora di un file, anche durante il trasferimento automatico, per comprometterne la validità. Per questo, le prove digitali devono essere estratte direttamente dal dispositivo senza che nulla, neppure un metadato, venga alterato. L’unico metodo davvero sicuro è una procedura che permette di creare una copia esatta e certificata del contenuto del telefono, con software che garantiscono integrità e autenticità. Una sorta di “clone” del dispositivo: se il telefono viene danneggiato, rubato o si rompe, quel clone resta intatto e utilizzabile in un procedimento.
Dopo l’estrazione degli audio arriva poi la fase della trascrizione, una fase tutt’altro che secondaria. Non si tratta, ha spiegato il consulente, di scrivere semplicemente le parole pronunciate: servono il tono, le pause, il ritmo, i rumori di fondo, perché spesso sono proprio quei dettagli a raccontare ciò che una frase, da sola, non esprime. Ha ricordato il caso di un bambino che, in lacrime, rifiutava di andare con il padre separato. La frase riportata alla lettera non avrebbe reso l’angoscia del momento; nell’audio, invece, si percepiva un pianto disperato e perfino i colpi alla porta. Senza quei suoni, il contesto sarebbe apparso del tutto diverso.
Il messaggio conclusivo è stato diretto, quasi un appello: cercare di registrare ogni volta che si può, mettere al sicuro ciò che si registra seguendo procedure adeguate e, soprattutto, non aspettare troppo. Il percorso verso una denuncia è spesso lungo, difficile, emotivamente complesso; ma se le prove vengono perdute o alterate, quel percorso diventa ancora più in salita. “Abbiamo seguito tanti casi – ha ricordato Di Vittorio – in cui le donne hanno ottenuto giustizia proprio grazie alle prove digitali raccolte con attenzione. Le prove ci sono, ma vanno salvate prima che sia troppo tardi”.
In un periodo dell’anno in cui si parla molto di luci, regali e famiglia, è fondamentale ricordare che per molte donne queste settimane non costituiscono un’oasi di pace. E che anche a Rieti esiste una rete di associazioni, professionisti e volontari pronti a sostenerle. Perché il silenzio è il terreno fertile della violenza; la conoscenza, invece, è il primo passo per spezzarne il ciclo.



