La fine dell’innocenza

26/10/2025 | Il domenicale, Notizie in evidenza

omicidio Marianella

di Massimo Palozzi – Domenica è finita l’età dell’innocenza. L’agguato al pullman dei tifosi di Pistoia dopo la partita di basket contro la Sebastiani e la morte dell’autista Raffaele Marianella hanno sancito una cesura definitiva tra il prima e il dopo. Non c’erano riuscite due guerre mondiali, non c’era riuscito il terremoto, non c’era riuscito il Covid. C’è riuscito un gruppo di balordi assassini che nella pochezza delle loro esistenze hanno strappato la vita a un uomo al lavoro di sera lontano da casa, macchiando in maniera indelebile la reputazione della città.

La notizia dell’assalto a colpi di pietra ha presto fatto il giro del mondo. Letteralmente. Non c’è stato sito o organo d’informazione che in tutte le lingue non ne abbia parlato. E anche durante la settimana ha dominato la scena: mercoledì addirittura il capo della Polizia ha ritenuto di venire a Rieti per fare il punto delle indagini in Questura.

Il sindaco, il presidente della Provincia, lo stesso patron della Sebastiani e tanti reatini perbene hanno manifestato il loro sdegno per il ripugnante episodio, marcando una differenza profonda tra la vera essenza di una comunità tanto straziata quanto incredula e l’immagine che si è guadagnata suo malgrado.

Rieti non è rappresentata nemmeno lontanamente dai tre arrestati e dai teppisti come loro. Lo dimostra il sincero dolore collettivo causato dai tragici fatti di domenica, che solo per puro caso non si sono trasformati in una strage, qualora il sasso avesse colpito l’autista alla guida del mezzo e non il suo secondo. L’enormità di quanto accaduto esula tuttavia dal mero ambito cronachistico, lasciando aperto l’inquietante interrogativo se il vile omicidio di Marianella non rientri nel clima di perdurante regressione sociale registrata negli ultimi anni, come dimostra pure lo striscione intimidatorio affisso nella notte tra giovedì e venerdì davanti al Palasojourner.

Già nel 1973 Pier Paolo Pasolini rifletteva sulla differenza tra progresso e sviluppo, considerando il primo una questione socio-politica non direttamente legata a interessi immediati da soddisfare, mentre il secondo un fatto pragmatico di stampo economico, piegato alla produzione e al consumo. Di fronte a questo binomio, Rieti ha certamente goduto nel tempo di uno sviluppo evidente e costante. Sul tema del progresso, inteso come miglioramento complessivo della vita associata, il bilancio appare viceversa in perdita.

Di tutti i commenti, quello forse più centrato è arrivato da una persona che ci conosce da poco. “Da sempre vediamo nello sport una delle anime della nostra comunità. E la pensavamo matura”, ha detto il vescovo Piccinonna a proposito del sanguinoso blitz. Già, pensavamo alla nostra come a una comunità matura. Invece l’assalto al pullman dei tifosi pistoiesi ha tolto l’ultimo velo che, tra pudicizia e ipocrisia, ancora copriva le nostre illusioni.

L’età dell’innocenza per Rieti è finita su quella maledetta superstrada. E non perché ci dobbiamo ritenere tutti colpevoli della morte del povero Marianella. Non è quella l’innocenza di cui parliamo. È l’innocenza legata al pensiero di vivere in un’isola felice, in una città a misura d’uomo, come la dipingevano gli stereotipi su cui per decenni abbiamo lasciato riposare le nostre tranquille certezze.

Le azioni messe in atto con pieno compiacimento dagli ultras una settimana fa sono talmente gravi da aver prodotto un immediato rigetto nella coscienza dei Reatini. Ciò non toglie che il loro ricordo resterà per sempre incistato nel tessuto connettivo della città e dei suoi abitanti, privati all’improvviso del loro antico profilo identitario.

Il 19 ottobre 2025 segna uno spartiacque morale. Al quale si deve reagire né con l’autoflagellazione né con la disperazione. Però neppure con atteggiamenti corrivi e deresponsabilizzanti. Di sicuro Rieti non è questa, ma che lo si voglia o no, quei criminali che sono andati a lanciare pietre contro il pullman dei sostenitori avversari dopo una partita di basket, organizzando una vera e propria spedizione punitiva, sono figli dei tempi e di una cultura della violenza prima sconosciuta da queste parti.

Nessuno pensa che in passato fossero tutte rose e fiori e che vivessimo in un bucolico stato di natura. Ma a prescindere da qualsiasi fattore destabilizzante, vigeva comunque una sorta di autoregolamentazione, di etica della convivenza. E il sistema funzionava, anche quando alla base poteva esserci la semplice protezione di reciproche convenienze, invece di pura solidarietà o condivisione disinteressata.

L’eccesso di autocritica sarebbe un errore, soprattutto quando si è ancora in preda all’emozione. Lo sarebbe però altrettanto l’accettazione di un progressivo scivolamento verso il basso che da tempo si manifesta in tante forme più o meno eclatanti. Lo sport infatti c’entra poco. Sebbene l’imboscata sia maturata nell’ambito del tifo organizzato, i primi ad esserne danneggiati nell’immagine sono proprio la Sebastiani e tutto il movimento cestistico reatino, ora a forte rischio ridimensionamento se non peggio.

Il problema è più profondo. Istinti del genere non aspettavano che l’occasione giusta per essere liberati. Non fosse stata una partita di pallacanestro, si sarebbe trovato un altro momento per scatenare una rabbia tanto repressa quanto cieca.

La condanna e l’esecrazione sono state unanimi. Intorno alla vittima si è stretto un abbraccio forte e accorato che, se non servirà a restituirla alla famiglia devastata per la sua perdita, comunque segnala il recupero di quell’umanità perduta nei sassi macchiati del suo sangue.

Un cordone di affetto solidale per Rieti si sta parimenti levando da una comunità attonita e in cerca di riscatto, che solo qualche commentatore con incarichi istituzionali ha sporcato spargendo parole tanto volgari quanto inappropriate.

Se l’agguato di domenica e la morte oscena di un uomo innocente hanno segnato un punto di non ritorno collettivo, che almeno si sappia indirizzare il cammino lungo strade nuove. Quelle sulle quali ci siamo inoltrati sono piene di ombre.

 

26-10-2025

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