di Stefania Santoprete – Ci siamo incontrati la prima volta durante una manifestazione a favore della Palestina. Lui, Alassar, 28 anni, palestinese, aveva preso il microfono e parlato davanti a una piazza attenta. Io avevo cercato un incontro con lui, ma le lingue diverse ci avevano impedito di comunicare davvero. Oggi invece posso ascoltare la sua storia: una storia di dolore, separazione e infine ricongiungimento. Un colloquio reso difficile dalla necessità di un mediatrice interculturale, ma necessario per andare oltre i numeri e considerare la straordinarietà di ogni singola vita.
Alassar, sua moglie di 26 anni e Owais, il figlioletto di allora due anni, si trovano nella loro abitazione a Gaza, dormono, quando una bomba cade sull’edificio e lo colpisce. Il ragazzo arriva in Italia nel marzo 2024 con un corridoio umanitario destinato ai feriti gravi, a bordo della nave militare Vulcano, messa a disposizione dalla Farnesina. È stato colpito in modo diretto ed è rimasto gravemente ferito. Lobna rimane indietro, con la responsabilità di portare avanti la vita tra bombardamenti e precarietà, incinta e con un bambino piccolo.
“Il quarto giorno della guerra ho lasciato casa e sono andata da mia madre, ad Al-Zawaida. Ci siamo poi spostati un mese dopo a Rafah, in un campo profughi. Vivevamo sotto le tende, con altre famiglie, senza niente: solo qualche documento, una coperta, le cose indispensabili per sopravvivere.”
Dopo un anno e mezzo di separazione, grazie al lavoro instancabile della Caritas e al sostegno di tante persone, giungono i documenti per il ricongiungimento familiare.
“Quando all’aeroporto ho abbracciato mia figlia Masa, che nel frattempo era nata, cresciuta e non mi accettava, è stato un vortice di emozioni: felicità, commozione, ma anche tanta tristezza. Mi sono perso la sua nascita, i suoi primi passi, la sua prima parola. Momenti che non vivrò più”, dice il padre.
La madre annuisce. “È stato molto difficile. Due bambini piccoli, la guerra, la paura… senza i miei parenti non ce l’avrei fatta.” Era in ospedale in Giordania, prima di poter raggiungere l’Italia con un volo militare atterrato a Roma.
Li guardi, valuti la loro tenera età, osservi questa giovane donna dal volto bianco, il capo coperto e gli occhi tristi, il bambino seduto composto accanto a noi che, pur giocando, ascolta tutto dalla traduzione di Aisha, la piccolina che ogni tanto si avvicina ma rispettosa del momento, lui che esprime emozioni solo attraverso un guizzo di luce negli occhi, e pensi che in fondo la vita, a volte, è solo una questione di coordinate: nascere da una parte o dall’altra del mondo può cambiare tutto.
Come si protegge un bambino dalle immagini della guerra?
“In realtà non si può”, risponde la madre con la voce che a volte diventa sussurro. “Io cercavo di non lasciarlo mai solo, lo portavo con me ovunque. Un bambino vede molto, più di quello che dovrebbe vedere. Cercavo di distrarlo, di giocare con lui, di non lasciargli il telefono in mano per non esporlo a video e foto di sangue, di corpi. Quando sentiva il bombardamento, lo stringevo forte, gli raccontavo storie prima di dormire, per fargli dimenticare almeno per un attimo quello che accadeva intorno a noi.”
Oggi la famiglia vive a Rieti, in un luogo protetto, al sicuro, dove il papà ha trovato cure, sostegno e accoglienza. Da lontano continuano a seguire le notizie, con il cuore che rimane a Gaza.
“Le grandi manifestazioni che vediamo ci fanno capire che qualcuno nel mondo non è indifferente. Ci ridanno un po’ di fiducia, anche se piccola, che esista ancora umanità. Ringrazio la Caritas e tutte le persone che in Italia ci hanno teso la mano. Grazie ad Antonella, a Virginia e a chi ci ospita oggi a Rieti. Grazie davvero a tutti: senza di voi non saremmo qui, insieme, di nuovo una famiglia.”
C’è il futuro all’orizzonte, quello personale e quello di un popolo. Come lo immaginate? Che senso ha la parola “libertà”? Dopo tanto dolore sarà possibile ricominciare senza odio, senza sete di vendetta?
“Libertà significa avere un posto sicuro dove vivere, in pace, potendo dire quello che pensiamo. Un posto sicuro dove crescere i nostri figli. Solo questo chiediamo. È qualcosa che non abbiamo mai avuto in Palestina. Da settant’anni resistiamo, ma non conosciamo la libertà. Ciò che viviamo oggi è il risultato di anni di sofferenza.”
Il futuro resta incerto. “Le cose cambiano continuamente e molto velocemente, difficile dirlo. A Gaza non c’è un luogo sicuro – spiega lei – puoi essere in casa, cucinare per i tuoi figli, e una bomba ti uccide. Non sai mai se vedrai il giorno dopo.”
“L’attacco arriva a tutti, arriva a bambini, donne, gente normale, arriva a tutti, non solo ad Hamas. Anche l’informazione è sotto attacco – spiega il ragazzo – sono stati uccisi più di 300 giornalisti. È un metodo: eliminare chi può raccontare la verità. Ma quanto sta accadendo ovunque, le manifestazioni così numerose, arrivano attraverso la tv fino a Gaza e diffondono il seme della speranza, fanno capire come ci sia ancora umanità.”
E la speranza, in questo caso, è quella di poter tornare ad abitare in quel territorio, un giorno riconosciuto come Stato di Palestina. “Allora ci sarebbe solo pace.”
Ma oggi la speranza non è più solo sopravvivere, quanto provare a ricostruire una vita. “Spero che l’ondata di affetto che abbiamo sentito qui non finisca con il nostro ricongiungimento. Spero che i reatini continuino ad aiutarci, che ci sia la possibilità di avere una casa stabile, un lavoro. Noi chiediamo solo questo: la possibilità di vivere dignitosamente, in pace, insieme.”
Il lavoro della Caritas e de ‘Il Samaritano’
Dietro al ricongiungimento di Alassar con la moglie e i due figli c’è il lavoro silenzioso e costante di chi si occupa ogni giorno di accoglienza. A raccontarlo sono Antonella Liorni, referente dell’associazione Il Samaritano, e Virginia Eleuteri, avvocata che ha seguito la vicenda e il ricongiungimento con la famiglia.
“Abbiamo conosciuto Alassar perché ci è stato segnalato dal Servizio centrale del SAI. Noi gestiamo, come Samaritano, un progetto che si chiama Sistema di Accoglienza e Integrazione, coordinato e gestito dal Ministero dell’Interno. Insieme al Comune di Rieti aderiamo a questo sistema nazionale di accoglienza già dal 2008, quando ancora non era un’emergenza l’accoglienza dei rifugiati. Abbiamo conosciuto Alassar perché ci è stato segnalato per l’accoglienza dal Ministero di Roma, poiché arrivato attraverso un corridoio umanitario, con una nave militare messa a disposizione dalla Farnesina. Il corridoio umanitario era destinato ai feriti gravi. L’Italia offriva accoglienza per le cure mediche: sono arrivati tanti bambini e alcuni adulti, ma purtroppo lui non è riuscito a imbarcarsi con tutta la sua famiglia, lasciandoli lì.
A quel punto lo abbiamo accolto e seguito in un percorso di cure e di inserimento sociale: scuola di italiano, corsi di formazione, orientamento al lavoro. In Palestina insegnava alle scuole medie, ma la sua priorità era una sola: ricongiungersi con la famiglia.
Fin dal suo arrivo lo aveva espresso chiaramente, anche se inizialmente era molto confuso. Non sapeva se tentare di tornare da loro o provare a farli arrivare qui. Poi, con il peggiorare della situazione, la scelta è diventata inevitabile.
“Quando è arrivato da noi era ancora richiedente asilo – racconta l’avvocata Virginia Eleuteri – e prima di tutto ha dovuto ottenere il riconoscimento dello status. Solo dopo abbiamo potuto avviare la procedura di ricongiungimento, che passa attraverso la Prefettura.
Ha dovuto recuperare e far tradurre i documenti necessari – il certificato di matrimonio e quelli di nascita dei figli – per dimostrare il legame familiare.
La pratica è stata esaminata in tempi piuttosto rapidi e poi inviata al Consolato italiano di Gerusalemme.
L’attesa è stata lunga, la situazione molto complessa, ma da agosto sono arrivate le prime buone notizie: nel giro di poche settimane la moglie è stata contattata e, nell’arco di una sola settimana, sono riusciti a partire.”
“Oggi la famiglia è accolta grazie alla solidarietà di Casa Betania, Caritas e Il Samaritano. L’obiettivo ora è inserirli in un progetto SAI dedicato alle famiglie, che preveda un accompagnamento completo: scuola per i bambini, sostegno per la moglie, e un percorso lavorativo per lui.
A Rieti purtroppo non esiste un progetto di questo tipo, quindi abbiamo chiesto al Ministero un possibile collocamento in un’altra città, magari vicino a parenti o amici, a Firenze o Genova. Il loro desiderio però sarebbe restare qui, dove si sono trovati bene. Insieme cercheremo di capire quale strada possa garantire loro un futuro davvero sicuro.”
“Sono partite anche raccolte fondi spontanee – continua Antonella – grazie al profilo di crowdfunding che Alassar aveva creato, raccontando la sua storia.
La cittadinanza ha risposto con grande generosità: insegnanti, associazioni, comitati spontanei, tutti mobilitati. È stato un esempio di solidarietà sincera.”
“Il nostro compito adesso – conclude – è accompagnarli, aiutarli a trovare stabilità. Perché davanti ad un traguardo raggiunto c’è tanta gioia, ma anche la difficoltà di ricominciare da zero.”



