Riceviamo e pubblichiamo il comunicato di Francesca Riccitelli, donna transessuale di 29 anni, originaria della Marsica, che ha scelto di condividere pubblicamente una riflessione critica in merito al documento politico del Rieti – Lazio Pride 2025, in programma il prossimo 13 settembre. Le sue parole pongono l’accento su un tema sensibile e attuale: la crescente distanza tra una parte dell’attivismo LGBT e la quotidianità concreta di molte persone omosessuali e transessuali, che rivendicano dignità, diritti e inclusione senza aderire a derive ideologiche o posizioni radicali.
Condividiamo integralmente il suo intervento, augurandoci possa contribuire all’apertura di un dibattito costruttivo, libero da contrapposizioni pregiudiziali e rispettoso della pluralità di opinioni anche all’interno della stessa comunità LGBT.
“Mi chiamo Francesca Riccitelli, sono una donna transessuale di 29 anni, marsicana, e voglio chiarirlo subito: la mia identità e la mia dignità non hanno nulla a che fare con le derive ideologiche che stanno prendendo piede dentro parte del movimento LGBT in Italia. Negli ultimi anni, infatti, ho visto crescere la distanza tra le istanze reali della maggioranza silenziosa di persone gay, lesbiche e trans – ossia il riconoscimento dei diritti fondamentali, il rispetto sociale, l’accesso alla salute, al lavoro e ad una vita libera dalla discriminazione – ed un’agenda sempre più radicale, ideologica e spesso antiscientifica.
Per questo motivo, non mi riconosco nei contenuti del documento politico del Rieti – Lazio Pride 2025, pubblicato sul sito di Arcigay, che si terrà il prossimo 13 settembre.
Essere LGBT non significa dover applaudire chi riduce bisogni seri e sacrosanti ad una sfilata di provocazioni senza contenuti, o con contenuti estremi ed irricevibili. La rivendicazione ossessiva di identità “kinky”, il bisogno costante di ostentare sé stessi senza alcun limite, rischiano di trasformare il Pride da manifestazione di visibilità e diritti in una caricatura grottesca. La dignità non ha bisogno di eccessi teatrali, e confondere la liberazione con l’ostentazione rischia di allontanare l’opinione pubblica e rendere invisibili quelle persone che invece chiedono semplicemente rispetto e parità.
Sono fermamente contraria all’utero in affitto o Gestazione per Altri (GPA), pratica difesa nel manifesto. Essa non è progresso, ma sfruttamento del corpo femminile e mercificazione della maternità. Non basta ribattezzarla come “solidale”, per cancellare le dinamiche di potere ed economiche che in ogni circostanza la accompagnano. La maternità non può diventare un servizio acquistabile sul mercato globale. Difendere le donne – tutte le donne, incluse quelle più vulnerabili – significa opporsi a questa pratica, senza se e senza ma.
Leggo, inoltre, nel documento politico la richiesta di abolizione del carcere, considerato “istituto maschilista e patriarcale”. Ebbene: questa non è una battaglia LGBT. È un salto nel vuoto ideologico e privo di basi di realtà. Il sistema carcerario italiano presenta certamente dei punti critici (si pensi al tema del sovraffollamento) e va riformato, reso più umano e garantista, ma abolirlo significa ignorare le esigenze di giustizia, sicurezza e tutela delle vittime. La mia esperienza non mi obbliga a sposare ogni idea estrema che qualcuno decide di legare al movimento.
Molte delle posizioni che oggi vediamo – dal linguaggio iper-ideologizzato al radicalismo antiscientifico – non parlano della vita concreta delle persone omosessuali e transessuali. Sono, piuttosto, slogan di un attivismo che ha trasformato il movimento LGBT in un campo di battaglia politico-identitario, piegato su istanze di estrema sinistra. Ma i diritti fondamentali non sono né di destra né di sinistra: appartengono a tutti.
La mia esperienza personale dimostra, a differenza di quanto affermato nel manifesto, che vivere in un territorio interno non si accompagna necessariamente ad isolamento o ostilità. Nelle comunità locali che ho attraversato ho riscontrato spesso inclusione, attenzione e rispetto. Non serve standardizzare tutto o tentare di imporre modelli estremi tipici di altre realtà: è possibile affermarsi e vivere liberamente adattandosi con sensibilità e delicatezza al contesto sociale, senza rinunciare ai propri diritti fondamentali, ma evitando di trasformare la differenza in un atto pacchiano di ostentazione.
Personalmente, non intendo rinunciare al realismo, alla razionalità e al rispetto dei limiti che la scienza e la società pongono. Essere trans non vuol dire credere che ogni desiderio debba per forza diventare un diritto, né confondere l’autodeterminazione con il rifiuto della realtà biologica o sociale. Perché la vera libertà non ha bisogno di estremismi, bensì di radicamento nella realtà e di responsabilità verso la società tutta.”
Rimaniamo in attesa di ulteriori contributi: rietiformat@gmail.com



