di Stefano Mariantoni – Dovevamo fermarci tutti. Ecco cosa penso, quarant’anni dopo. Non solo gli inglesi, colpevoli ed esclusi, costretti a una riforma radicale. Dovevamo fermarci tutti e ripensare il calcio. Dargli un altro senso. Uno sport preceduto impropriamente dalla parola gioco. Perché ancora oggi si gioca “contro” e mai “con” e al casello di Fiano la Polizia attende i pullman delle trasferte per scortarli all’Olimpico. Nella mia ultima partita in tribuna, un lancio di monete e una ferita ricordo.
Casette è un posto di confine. L’ultimo centro abitato del Regno di Napoli prima dello Stato Pontificio fino al 1852, quando re Ferdinando II e papa Pio IX si scambiano dei territori e diventa frazione del Comune di Rieti. Un gruppo di case arrampicate su una piccola altura intorno alla chiesa di Ognissanti. Un’insenatura sulla riva sinistra del fiume Salto che da quelle parti si unisce al Velino. Casette non è un posto adatto per giocare a calcio. Colpa delle esondazioni, almeno fino a quando la diga del Salto, nel ‘39, cambia la storia del paese. Allora i palloni iniziano a rimbalzare tra l’asfalto e il cemento dei nuovi edifici nelle zone pianeggianti.
Gianni Mastroiaco cresce in una di queste case, alle porte del paese, località Fontanelle. Sorridente, estroverso, ambizioso. Data la sua altezza, gli tocca giocare in porta e si prende il soprannome di Zoff. Ma è uno Zoff dai piedi buoni, così dopo qualche anno lo piazzano al centro della difesa. Libero, di ruolo e di indole. Si fa notare anche dal suo professore di educazione fisica, alla Giovanni Pascoli, ai Giochi della Gioventù. Casette non ha ancora un campo sportivo. Si fa la spola col Macelletto, otto chilometri più in là, almeno fino all’inizio degli anni Ottanta. Gianni detta i tempi, fa salire la squadra, protegge i confini dell’area di rigore, spedisce palloni nell’altra metà del campo. Là Gianni si sente a casa e si fa rispettare. Mamma Santa, originaria di Grotti, paese rivale, gli fa sentire dentro un altro confine, nei derby che non ci sta a perdere. Ama l’agonismo, il sapore della vittoria. Si appassiona anche di tennis, nei giorni della Coppa Davis. Prova a imitare Panatta negli scambi con la rete improvvisata sotto casa, insieme al cugino Rocco, inseparabile compagno di scuola.
Insieme a lui, alle Superiori, sceglie i Geometri. Alle sette e un quarto la Sama lascia i due Mastroiaco in piazza Cavour. Il resto a piedi, scavalcando il centro, fino alla scuola di via Angelo Maria Ricci. Tappa fissa alle Magistrali, con un occhio buttato tra le liceali. Poi l’ultimo pezzo di strada. E il primo giorno, come benvenuto, una secchiata d’acqua dagli studenti del quinto, nel piano di sopra.
Gianni sembra avere la strada spianata, nella ditta di famiglia, l’impresa di movimento terra che l’aspetta, perché lui è un tipo sveglio e saprà muoversi bene tra scavi e cantieri, insieme al fratello Claudio. La scuola, sì. Ma il calcio è una passione troppo forte. A sedici anni si merita una maglia in prima squadra. Il calcio è molto più di un gioco, gli regala un’altra famiglia. Il pallone viene prima delle ragazze che gli hanno messo gli occhi addosso.
“Perché non hai risposto alla mia lettera?” le scrive una di loro. L’amore resta sullo sfondo. Gianni ha tutta la vita davanti e si trova in un’altra zona di confine: vorrebbe mettere il calcio al centro della sua vita, ma è il calcio che si prende la sua.
Per cercare di capire cosa frulli nella sua testa torniamo all’11 luglio dell’82, agli azzurri di Bearzot campioni del mondo nella notte incantata del Bernabeu, quando l’arbitro alza il pallone al cielo di Madrid, Gianni salta sul cassone di uno dei due camion che portano mezza Casette a fare caroselli in giro per Rieti. L’Italia ha tanti bianconeri a formare la spina dorsale di quella squadra leggendaria e Gianni s’innamora dell’urlo di Tardelli e della pacatezza di Zoff. Il suo carattere sta là in mezzo, in quel confine: tra la forza e la pacatezza.
C’è solo un rimpianto: quello di vivere così lontano da Torino.
“Se abitassi lì potrei davvero diventare un giocatore – ripete a suo fratello – starei sempre al “Comunale”. Non si accontenta di immaginare le azioni dei suoi idoli con l’orecchio attaccato alla radiolina e “Tutto il calcio minuto per minuto”. Non gli basta sgranare gli occhi per la classe di Scirea e le punizioni di Platini a “Novantesimo minuto”. Eccolo alla sua prima trasferta di Coppa: il 6 marzo dell’85 è ai piedi della Mole per Juventus – Sparta Praga, quarti di finale di andata di Coppa Campioni. Piove per tutto il tempo, sugli spalti scoperti, ma cosa importa? La Juve domina ed è quello che conta. È 3 a 0. Il primo gol è proprio di Marco Tardelli. Per Gianni, quel destro al volo rasoterra su corner di Briaschi è la prima gioia vissuta dal vivo. Gianni non sa che quindici anni dopo sarà Tardelli a venire a Casette, per rendere omaggio a lui.
La sua camera da letto è tappezzata di poster e gagliardetti, ritagli di giornale con le imprese della Juve del Trap. Papà Raniero e mamma Santa sono fieri di lui, che ha recuperato un anno perso in una scuola di Roma ed ora ha il suo bel diploma di geometra incorniciato. Il regalo per la maturità? Gli propongono una moto o una macchina nuova.
“Ma che! Se la Juve va in finale di Coppa Campioni è quello il mio regalo”.
“Sei sicuro? Devi partire militare, non puoi passare il confine. E poi, dove si gioca la finale?”
Dal campo sportivo di Casette in via Cicolana allo stadio Heysel di Bruxelles ci sono 1500 chilometri. Un giorno di pullman. I biglietti di Juve-Liverpool vanno a ruba. C’è una curva divisa in tre settori con le ultime lettere dell’alfabeto: X, Y, Z. I primi due sono per gli inglesi, l’ultimo è destinato a spettatori neutrali. Là ci sono ancora disponibilità. Ed è là che trova posto lo Juventus Club Due Stelle di Terni.

Il biglietto di Gianni, eccolo: numero 17738. Lui se lo guarda, se lo riguarda, come fosse la cosa più preziosa che abbia mai sfiorato. Poi lo ripone nel portafogli. È un rettangolo di carta color nocciola, scritto in francese e fiammingo. Costa trecento franchi, in teoria meno di 10mila lire che lievitano fino a 80mila con la maggiorazione dell’agenzia. Un pennarello nero ha cancellato le lettere maiuscole dei Bloc X e Y. Resta impressa la lettera Z. Più in basso un testo timbrato dall’amministrazione della città di Bruxelles.
“L’organizzatore declina ogni responsabilità per eventuali incidenti di qualsiasi natura che dovessero verificarsi durante o in occasione della partita per la quale il presente biglietto è emesso. Accettando questo biglietto, il portatore rinuncia a ogni responsabilità nei confronti dell’organizzatore”.
Come se una postilla potesse eliminare le responsabilità e gli esami di coscienza di quello che sta per accadere.
Insieme al biglietto, nel portafoglio, Gianni ha il documento fatto fare in fretta e furia: un permesso di soli cinque giorni valido per l’espatrio. Gianni accarezza la felicità. Prima di partire va in un posto vicino al suo paese dove c’è un’immagine della Madonna. Prega per quel viaggio e per quella Coppa.
Due pullman partono qualche giorno prima da Terni e fanno tappa a Parigi, Gianni tira dritto verso il Belgio con un terzo autobus e nella mattinata di mercoledì 29 maggio è a Bruxelles. Una passeggiata in centro, il pranzo in un ristorante vicino la Grand Place.
Guarda che giornata! E che bello il Belgio! Perché mai, in un giorno così luminoso dovrebbe succedere qualcosa di brutto? Con lui ci sono due suoi amici di Casette: Loris e l’altro Gianni, di cognome fa Panitti. In centro incrociano gruppi di tifosi inglesi. Alcuni sono amichevoli, hanno voglia di socializzare. Ma perché ci sono tutti quei cocci in giro? Da ieri sera Reds hanno spaccato vetrine e creato il panico senza che le forze dell’ordine abbiano mosso un dito.
Prima di andare allo stadio qualche reatino propone di fare una foto. Eccoli: sono una ventina, col sole in faccia, le sciarpe al collo e i sorrisi pieni di speranza. Gianni regge il bandierone. C’è anche Vincenzo Di Gregorio, un ragazzo di via Porrara, che ogni anno, per tanti anni, a fine maggio tornerà a Casette per un saluto e un fiore.
Sorridono. Nessun cenno di paura. Nessun segno di pericolo. Sono un gruppo di giovani con un unico desiderio: festeggiare la coppa dalle grandi orecchie, che in 29 anni è sempre sfuggita. Gianni l’ha aspettata tanto, quella partita. Ha immaginato quei 90 minuti con la voglia di riparare la delusione di due anni prima, la finale di Atene, il tiraccio di Magath, la coppa stregata ai tedeschi dell’Amburgo.
Allora tutti allo stadio. Lungo il tragitto, altri inglesi a petto nudo, con la pelle arrossata dal sole e la birra in mano. Cantano i loro canti, le voci impastate dall’alcool. La spocchia dei detentori del trofeo. Li incrociano ma si sentono al sicuro. Sembrano pianeti che gravitano su orbite diverse, inconsapevoli della linea di collisione che il destino ha già segnato.
La parola Hooligan ha un’origine poco chiara. Si pensa che derivi dal cognome di una famiglia irlandese di accaniti bevitori. È associata da un secolo alla violenza della working class. Nel Regno Unito la rabbia e l’insoddisfazione trovano nel calcio una valvola di sfogo. Causare tafferugli è un modo semplice per reagire all’austerità imposta dal governo britannico e subìta dalla classe operaia nel dopoguerra.
La storia, volendo, potrebbe insegnare. Gli scontri durante Millwall-Luton, Chelsea-Sunderland, il recente rogo di Bradford, dove un’intera tribuna va in fiamme con le vie di fuga chiuse per evitare l’ingresso di tifosi senza biglietto. La guerriglia che ha macchiato la finale di un anno prima, a Roma, con tifosi accoltellati, bastonati e gli assalti ai pullman inglesi. Per alcuni di loro l’Heysel è un regolamento di conti contro l’Italia, poco importa il colore della maglia.
L’Heysel ha quasi sessant’anni e se li porta male. Ci sono scontri anche all’esterno delle tribune. Furti di biglietti. Nessun controllo all’ingresso per i facinorosi inglesi. Si entra anche senza tagliando, con cartoni pieni di birre. Risultato: almeno 5 mila persone in più rispetto alla capienza prevista.
Manca poco alle 19. Gianni e i suoi amici sono nel cuore nel “bloc” Z, che è uno spicchio di curva, un terzo di quell’arco di cemento malandato e calcestruzzo che viene via con un calcio. È un contenitore pieno di famiglie inermi, genitori e figli. Sul terreno di gioco un’esibizione di bambini che giocano con la testa piena di sogni e di coppe dei campioni. Gianni si rivede in quello che si tuffa senza paura, e poi nel biondino che guida la difesa.
Tra italiani e inglesi una rete da pollaio e 5 gendarmi spaesati. Intanto, fuori dallo stadio, 28 di loro inseguono un ladro di salsicce. È un confine che dovrebbe proteggere, isolare, ma vede volare le prime minacce, i primi mattoni, razzi, bottiglie rotte. “Take the end” la chiamano gli hooligans: è la carica per invadere lo spazio avversario.
Perché?
Uno striscione che non piace agli inglesi, un coro che non volevano sentire, qualche fischio ai primi giocatori del Liverpool che si affacciano sul campo prima di andarsi a cambiare, una scintilla che accende la violenza e la rete viene giù.
Le prime ferite, il sangue da tamponare, mentre sul prato dell’Heysel va in scena la partitella dei bambini. E Gianni è là insieme a Loris, in mezzo alla gradinata, tra gente sospinta, che non vuole lo scontro, che non sa come rispondere. Non fronteggia i Reds, ma subisce l’ondata di chi è terrorizzato. È trascinato indietro, fino a trovarsi addosso una ringhiera metallica. Eccolo l’ultimo confine. Il confine tra il prima e il dopo. Tra l’innocenza e la colpa. La paura e la follia.
Volendo si potrebbe aprire una via di fuga verso la pista d’atletica e il prato, se solo la polizia evitasse di usare con arroganza i suoi manganelli per fermare la fuga degli italiani, se si rendesse conto non è un’invasione di campo, ma l’unico modo per evitare una strage. Se i gendarmi spaesati riuscissero a comunicare tra loro e le ricetrasmittenti non avessero le batterie scariche.
Il settore Z è diventato un cuscinetto di terrore e panico, contrastato tra la furia rossa e un muro che divide dalla tribuna e comprime migliaia di vite. Fino a crollare. Gianni Panitti ha perso di vista i suoi compagni. È alto uno e novanta, riesce a respirare, a issarsi un palmo più in su della morsa soffocante che gli blocca le gambe per un tempo che sembra non finire mai e per i prossimi mesi non lo farà camminare, se non a fatica.
A Casette, in casa Mastroiaco, è quasi ora di cena. Il camion riposa. Domattina all’alba caricherà gli operai e riprenderà la strada per il cantiere aperto sull’E45. Intanto su Rai 1 la voce sconcertata di Bruno Pizzul parla di 36 di morti (saranno poi 39, con più di 600 feriti).
Il sole sta per tramontare. Si accendono i riflettori. Adesso inquadrano Gaetano Scirea, il capitano bianconero. Si piega sul microfono nella cabina dello speaker e lancia un appello ai tifosi italiani sulle gradinate massacrate dell’Heysel:
“La partita verrà giocata per consentire alla polizia di organizzare la protezione durante l’uscita dallo stadio. Non rispondete alle provocazioni, restate calmi. Giochiamo per voi”.
I numeri dell’Heysel
Pagarono con la vita, per cause che nei verbali furono principalmente definite “accidentali”: 36 uomini, 2 donne, 1 bambino. Sono 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e un irlandese. Il bilancio include 600 feriti, di cui 257 in modo serio. Pagheranno con 5 anni di sospensione dalle competizioni europee le squadre inglesi (6 aggiunti al Liverpool dopo la riammissione nel 1990). Due turni a porte chiuse per la Juventus in Coppa Campioni, l’anno seguente. Dieci furono gli anni d’inibizione alla federazione Belga per l’organizzazione di finali internazionali.
Le sentenze
Tre i gradi di giudizio per attribuire le responsabilità della tragedia. Fino all’appello. La prima udienza il 12 marzo 1990. Le sentenze furono confermate in Cassazione l’anno successivo. Dei 10 condannati al primo giudizio: un imputato assolto per “insufficienza” di prove, 9 condannati a 4 anni, con la condizionale e 60mila franchi di ammenda. Altri 3 condannati a 5 anni con la condizionale e 60mila franchi d’ammenda. Ad Hans Bangerter, segretario dell’ Uefa, 3 mesi con la condizionale e 30.000mila franchi di ammenda. Riduzione a 3 mesi con la condizionale e 500 franchi di multa al maggiore Michel Kensier della Gendarmeria. Assoluzione al capitano Mahieu della Gendarmeria.
La proposta di legge…
Una proposta di legge (C.1858) presentata il 9 maggio 2024 prevede l’istituzione della Giornata nazionale in memoria delle vittime della strage dello stadio Heysel. L’obiettivo della proposta è quello di commemorare le vittime della strage e di sensibilizzare sull’importanza della memoria e del rispetto nel calcio. La proposta è attualmente in fase di esame parlamentare, assegnata alla Commissione Cultura.
Iniziativa del deputato Fabrizio Comba, primo firmatario



