a cura di Rino PANETTI

Febbraio 2019

MAGICAMENTE

VIVERE SULLA "SOGLIA" FA BENE MA NON SI IMPROVVISA

neanche agli esami di maturità

istruzione

(di Rino Panetti*) La notizia è arrivata all'improvviso e, come spesso accade in questi nostri tempi, enfatizzata come l'ennesima rivoluzione, in questa smania di riconcorrere e proclamare il cambiamento senza preoccuparci della qualità del cambiamento.

Quest'anno agli esami di maturità è stata introdotta una prova multidisciplinare: fisica e matematica fuse insieme in un'unica prova allo scientifico, greco e latino insieme - in un'unica prova - al classico.

E così eccola, la seconda parola magica di questi nostri tempi: "multidisciplinarietà".

Ovunque si esorta a vivere una vita interdisciplinare: mettere in connessione campi diversi per moltiplicare gli stimoli, le opportunità creative e di innovazione (altre due parole “magiche” in questo affaccio di millennio), per surfare sul mondo.

Tutto buono e giusto.

Ma non basta evocarla, la multidisciplinarietà, per darle forma nelle nostre vite e renderla autentico fattore propulsivo. Non ha senso assegnare alle prove d’esame prove pseudo-interdisciplinari se nel corso dell’anno non si è fatto altro che insegnare l’esatto contrario.

Infilandoci in un gioco di parole, possiamo infatti dire che la multidisciplinarietà è una disciplina e, come tale, necessita di una pratica sia costante che intenzionale.

Innanzitutto, diventiamo esperti di un campo. Almeno uno. Dobbiamo conoscerlo a fondo. Senza questa conoscenza, il nostro sarà solo un vagare infruttuoso.

Un famoso studio dice che per essere padroni di una materia occorrono 10mila ore (“pratica costante”). Ma conta anche la qualità di queste 10mila ore: sfidarsi continuamente, darsi obiettivi di apprendimento via via crescenti, misurarsi e aggiustare (“pratica intenzionale”).

Poi, il secondo aspetto (il primo era la profondità): l’estensione. Imponiamoci di contaminarci con discipline diverse: frequentiamo luoghi e letture per noi inusuali, incontriamo persone che vedono e vivono “altri mondi” e altre realtà. Non giudichiamo ma ascoltiamo.

Infine, immediatamente dopo aver vissuto esperienze così, prendiamoci mezz’ora: isoliamoci e riportiamo le nostre sensazioni su un taccuino; nel farlo lasciamo libera la mano di connettersi con quanto incubato nel corso dell’esperienza appena vissuta. Non è tanto un “fare una relazione”, quanto un portare avanti la nostra mente e il nostro cuore guidati da ciò che sta emergendo in noi.

Queste tre cose - profondità (conoscenza profonda di un campo), estensione (contaminazioni) e journaling (trascrivere ciò che emerge dalle mie fonti di energia e ispirazione) curo sistematicamente da almeno 10 anni. E sono la miglior cosa che ho fatto in questo decennio!

* Facilitatore di processi di change management

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