a cura di Massimo Palozzi

Novembre 2023

IL DOMENICALE

VIOLENZA CONTRO LE DONNE, UNA QUESTIONE CULTURALE CHE RIGUARDA TUTTI

antiviolenza, politica, società

di Massimo Palozzi - Mercoledì il Senato ha approvato in via definitiva la legge per il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica.

Ieri è stata celebrata in tutto il mondo la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La campagna promossa dalle Nazioni Unite quest’anno si è posta anche l’obiettivo di proclamare il 25 di ogni mese un “Orange Day”, un giorno arancione come strumento per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della violenza di genere.

Si tratta evidentemente di iniziative di taglio diverso. Molto pratica la nuova normativa nazionale. Più simbolica quella dell’Onu, mirata ad educare il pubblico (mondiale) a cui è diretta. In effetti ci sono ancora vaste aree del pianeta in cui certi comportamenti sono socialmente accettati, se non addirittura incoraggiati. Ed altre in cui il cambio di mentalità è soltanto apparente. Per questo la violenza di genere potrà finire solo quando si compirà la totale sostituzione di modelli culturali distorti con altri rispettosi dell’essere umano in quanto tale.

L’anno è pieno di queste giornate celebrative, al punto che spesso il messaggio di cui sono portatrici si perde nella sostanziale indifferenza generale. Questa volta invece è diverso. Il 25 novembre in Italia cade all’indomani della straziante vicenda dell’omicidio di Giulia Cecchettin per mano del suo ex fidanzato. La storia ha sconvolto l’intero paese. Non per come si è svolta né, tantomeno, per il suo essere inedita. Di episodi di simile efferata crudeltà è tragicamente piena la cronaca. Sono le circostanze ad aver generato un senso collettivo di orrore e insieme di ripulsa: due bravi ragazzi di provincia e di buona famiglia (qualunque cosa voglia dire) senza il contorno torbido di eccessi, droghe, stravaganze o situazioni al limite. O forse è stata la classica goccia ad aver riempito un vaso già colmo.

Purtroppo quello di Giulia non sarà l’ultimo caso. Già nei giorni successivi al suo assassinio i giornali erano pieni di altri episodi di soprusi contro donne e ragazze, anche a Rieti e provincia. Però è possibile che stavolta sia scattata la molla della consapevolezza e del definitivo rifiuto di una certa visione dei rapporti tra i sessi.

La domanda sorge allora spontanea. Noi a quale parte di mondo apparteniamo? Se è vero che ci sono aree del pianeta in cui bisogna praticamente cominciare da zero, possiamo ritenerci davvero assolti e derubricare qualche episodio di violenza come fisiologico prodotto di una società necessariamente imperfetta? Senza voler generalizzare, è evidente che anche in Italia, nel Lazio, a Rieti di strada da fare ce n’è molta, come dimostrano i dati crescenti delle denunce e le preoccupazioni espresse dalla neoprefetta Pinuccia Niglio. È un impegno da portare avanti sia nell’educazione quotidiana dei ragazzi, sia nell’esempio che tutti devono dare contro quella che Hanna Arendt avrebbe definito in un altro contesto la banalità del male.

La materia è incandescente ed è bene che sia così. Ridurla però a un conflitto tra i sessi, a una guerra maschi contro femmine, è concettualmente sbagliato, oltre che del tutto inutile.

Il Comune di Rieti, il Centro Antiviolenza Il Nido di Ana e la Asl hanno organizzato in questa settimana una serie di iniziative, in parallelo ad altre messe in campo da scuole, sindacati e società civile.

Giovedì in Prefettura si è svolta una riunione plenaria per l’attuazione del “Protocollo interistituzionale per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere, degli abusi sui minori e sulle persone in condizioni di vulnerabilità”.

Il giorno successivo, venerdì, la Provincia ha organizzato sempre in Prefettura una cena benefica a favore dei centri antiviolenza Il Nido di Ana e Angelita. “Dall’ultimo incontro con le amministratrici reatine ci siamo confrontate sul complesso tema delle pari opportunità e della violenza di genere, dal quale sono emerse numerose riflessioni e spunti di lavoro a cui è doveroso far seguito”, ha spiegato la presidente Roberta Cuneo, prima donna a rivestire la carica dall’istituzione della Provincia di Rieti nel 1927.

Ieri i principali monumenti cittadini si sono illuminati per l’occasione, mentre un info point del Nido di Ana distribuiva consulenze e materiale illustrativo sul Ponte Romano (info point specifici del centro antiviolenza sono stati ospitati per tutta la settimana anche presso le sedi distrettuali della Asl di Rieti). In serata, l’evento conclusivo della maratona di sensibilizzazione con lo spettacolo dal titolo “Rispetti-AMO” per la regia di Marco Grossi, con gli attori Elisa Proietti e Gabriele Bellucci, ospite Laura Leo, e i danzatori solisti Ursan Antonio Matteo e Irene Sdogati.

Lo sforzo delle istituzioni locali è stato massiccio e ben condotto. La sua efficacia è invece tutta da vedere perché le cronache ci raccontano quanto sia diffusa la malapianta dell’ignoranza vile che genera i frutti avvelenati della cieca volontà di dominio e di sopraffazione. Gli atti vandalici compiuti contro le panchine rosse che da un anno a questa parte sono state installate in molti comuni reatini, compreso il capoluogo, non sono sempre e soltanto lo sfogo belluino di giovinastri fuori controllo quando gli ormoni sovrastano i neuroni. Spesso c’è una chiara volontà di offendere la memoria di sacrifici umani orribili e inaccettabili. Per non dire della sorte delle panchine arcobaleno o di altri simboli analoghi per il contrasto dell’omotransfobia (a Cantalice, un paio di mesi fa, i gradini arcobaleno di una piazza del paese sono addirittura diventati oggetto di infime beghe politiche).

Martedì, al posto del minuto di silenzio in memoria di Giulia Cecchettin voluto dal ministro dell’Istruzione Valditara, in molte scuole i ragazzi hanno osservato un minuto di rumore, come richiesto dalla sorella della vittima. È stata una bella idea. Innanzitutto perché la voce di chi rifiuta questo continuo spargimento di sangue innocente deve levarsi alta e stentorea, a coprire i sussurri vigliacchi di chi è incapace di rispetto e tolleranza. E poi perché un’inversione dei canoni tradizionali della liturgia del dolore può essere presa come spunto per un cambio di rotta sostanziale. Almeno questa è la speranza.

 

26-11-2023

 

 

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