a cura di Massimo Palozzi

Maggio 2020

IL DOMENICALE

UNIVERSITÀ E TURISMO, DUE CASI EMBLEMATICI

turismo, università

(di Massimo Palozzi) Ci sono fatti che, anche se non sembra, si accoppiano alla perfezione e per fatalità accadono addirittura nello stesso giorno. Martedì mattina, ad esempio, si è riunito in videoconferenza il consiglio di amministrazione della Sabina Universitas allargato ai soci, mentre nel pomeriggio è stato messo online Visit Rieti, il nuovo portale turistico “ufficiale” del capoluogo, ideato e realizzato dal Comune insieme a Confcommercio Lazio Nord e CAT Confcommercio. Due avvenimenti all’apparenza distinti e indipendenti, ma che in realtà non lo sono. O, meglio, non avrebbero dovuto esserlo e la cui distanza diventa la rappresentazione icastica del perpetuarsi dell’assenza di uno sguardo prospettico sullo sviluppo del territorio.
Cominciamo dal secondo evento. Visitrieti.com è un onesto sito-vetrina dedicato alla città, con qualche incursione verso la Valle Santa e citazioni della Riserva dei Laghi.
Grafica accattivante, immagini suggestive, lettura piacevole in virtù di testi scorrevoli e appena un filino retorici (le parole “gioiello” e “gioiellino” ricorrono un po’ troppo spesso per essere credibili): comunque sintetici e al contempo densi di notizie e di rimandi storici. Una formula che tutto sommato funziona, specialmente se paragonata al nulla preesistente e a parte qualche lapsus (il console romano della cascata delle Marmore si chiamava Manio Furio Dentato, non Marco, come scritto nel paragrafo “Rieti e il fiume Velino”), qualche dimenticanza (ci sono le strutture alberghiere e ricettive ma non bar e ristoranti; alla sezione basket si parla solo della NPC, senza un accenno alla Sebastiani, che pure per Rieti qualcosa ha significato) e qualche puerile furberia celebrativa (la cittadinanza onoraria a Sandro Giovannelli è stata conferita il 27 febbraio scorso dal Consiglio comunale all’unanimità, non dal sindaco Cicchetti).
Una pecca non da poco si rivela piuttosto l’omissione di informazioni utili a localizzare i monumenti. D’altronde è pur sempre un sito turistico, per cui se un visitatore arrivasse attratto dai suoi contenuti, dovrebbe avere il modo di individuare le bellezze mostrate.
Magari organizzandosi in proprio un itinerario tra i diversi palazzi, chiese e luoghi di interesse, stante la mancanza di percorsi guidati all’interno della piattaforma, se si fa eccezione per uno sbrigativo “Trekking Urbano” nemmeno tracciato su una mappa. Si tratta comunque di dettagli. Il vero difetto è il ritardo di uno strumento che avrebbe dovuto essere predisposto da anni e che nasce quindi debole anche per la sua circoscritta estemporaneità, cioè per il fatto di non concorrere a un disegno organico di promozione turistica dell’intera provincia.
A questo proposito cade a fagiolo l’assemblea degli amministratori della Sabina Universitas, tenutasi qualche ora prima della partenza ufficiale di Visit Rieti. Di primo acchito le due cose non condividono elementi comuni. I membri della compagine universitaria hanno infatti affrontato per l’ennesima volta il problema del sovvenzionamento della struttura, che ormai da anni risuona alla stregua di un leitmotiv talmente trito da non fare quasi più notizia. E invece la notizia c’è, eccome. Perché le crescenti difficoltà finanziarie dei consociati e il loro minacciato ridimensionamento o disimpegno minano alla base un progetto che non è mai decollato davvero, nonostante risultati lusinghieri in termini di insegnamenti e laureati.

Rieti città universitaria non è obiettivamente un’associazione che viene spontanea.
Sono pochissimi i reatini a conoscere quali corsi si tengono nelle aule di via Angelo Maria Ricci e ancora meno, tranne i diretti interessati, i forestieri che guardano a noi come a un centro universitario di livello. Di sicuro le continue fibrillazioni sulle compatibilità di bilancio non giovano all’immagine ma, soprattutto, all’esistenza stessa del Consorzio, posta a repentaglio dai conti in rosso e da esposizioni debitorie nei confronti degli atenei partner i quali, dal canto loro, stanno studiando le carte in attesa di deliberare se proseguire o no l’avventura alle falde del Terminillo. Ad oggi la Tuscia pare disponibile a trovare un accomodamento, al contrario della Sapienza, assai più riottosa sull’ipotesi di ulteriori transazioni. Nei prossimi giorni i soci (Fondazione Varrone, Comune di Rieti, Provincia, Asl e Camera di Commercio) torneranno a riunirsi per scongiurare la messa in liquidazione del Consorzio, e lo faranno sotto la pressante minaccia del diniego al rinnovo dei corsi in scadenza proprio nel 2020. La situazione si presenta insomma niente affatto rosea. Lo stallo è dovuto a vari motivi, il principale dei quali resta la fragilità di un’idea di futuro che ha caratterizzato anche quest’avventura fin dai suoi esordi.
Metà anni Novanta: dopo una lunga gestazione, finalmente l’università reatina vede la luce. Nel 1994 irrompe sulla scena civica la Sabina Universitas, con lo scopo proprio di promuovere l’istituzione di un polo accademico. Come sede viene scelto Palazzo Vecchiarelli, in via Roma, che rimarrà il centro direzionale fino al trasferimento a luglio 2013 a Palazzo Dosi, in piazza Vittorio Emanuele II. Vengono sottoscritte le prime convenzioni con l’Università “La Sapienza” di Roma e con la “Tuscia” di Viterbo per l’attivazione di diplomi universitari, titoli introdotti nel 1990 e cancellati dalla Riforma Berlinguer del 1999. I primi furono in Ingegneria edile e in Scienze infermieristiche, in collaborazione con la Sapienza, e in Tecniche forestali e tecnologia del legno grazie all’ateneo viterbese.
A quegli sforzi va reso tuttora omaggio, perché concretizzarono un sogno inseguito da tempo. Tuttavia, una scelta del genere era indicativa della mancanza di un indirizzo strategico. Come spesso accade in casi analoghi, molto si dovette alla personale influenza dei singoli. Il corso di Scienze infermieristiche è in questo senso paradigmatico, visto che in città operava lo storico Istituto “Giuseppina Vannini”, collegato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma: con tante materie, serviva la duplicazione dell’unica già praticata e che infatti causò l’estinzione nel 2014 del “Vannini”, con gli ultimi laureati nel novembre di quell’anno? All’epoca la scelta suscitò un ampio dibattito, ma l’urgenza di far partire l’università prevalse su ogni altra considerazione, insieme al decisivo contributo fornito dal prof. Valerio Leoni, docente reatino di Igiene alla Sapienza e delegato del rettore per lo sviluppo del polo di Rieti.
Potendo contare su un ambiente favorevole, la disciplina infermieristica costituiva dunque una sorta di continuità nella didattica locale: sorretta dalla facoltà di Medicina della più grande università europea e appoggiata all’ospedale “San Camillo de Lellis”, non rischiava una crisi di rigetto, al di là dei comprensibili mal di pancia dell’istituzione esautorata e in qualche modo soppiantata dal suo avvento. Da quel primo nucleo il polo sanitario si è rafforzato fino all’attuale assetto, che ricomprende corsi di laurea in altre professioni sanitarie, master e un centro di ricerca (BiomATRiC).

Quanto a Ingegneria, l’offerta formativa annovera adesso due corsi di laurea con lezioni erogate anche in inglese, un master e un centro di ricerca per la tutela e la valorizzazione dell’ambiente e del territorio denominato CRITEVAT.
Sul piano delle scienze economiche furono invece commessi errori cedendo a tentennamenti fatali. Agli albori dell’insediamento universitario si era infatti pensato alla creazione di un polo di eccellenza nel comparto elettronico-informatico, calato in un contesto caratterizzato da un significativo background industriale, purtroppo azzerato dal trasferimento di importanti aziende del calibro di Texas Instruments. L’idea era di realizzare un centro orientato alla piccola e media impresa, con l’obiettivo di creare un tessuto manifatturiero basato sulla ricerca. Ritardi nella disponibilità dei fondi comunitari, disaccordi fra le istituzioni locali e l’oggettiva difficoltà di tenere insieme due atenei (La Sapienza per Economia e Tor Vergata per Ingegneria gestionale) determinarono la morte in culla di un progetto ambizioso e, col senno di poi, particolarmente confacente alle caratteristiche del successivo ciclo socio-economico provinciale.
Non fu l’unica occasione persa. Nell’attesa di verificare la sussistenza di adeguate condizioni per l’istituzione di un vero e proprio corso di  laurea, nell’anno accademico 1997/98 prese il via il corso di perfezionamento in Economia del turismo (ed eccoci alla chiusura del cerchio). La copertura finanziaria era assicurata dalla Sabina Universitas e le lezioni si tenevano nell’aula magna della Camera di commercio e presso la sede della Provincia. L’iniziativa riscontrò un notevole successo, testimoniato dai molti iscritti, tra cui operatori del settore e amministratori locali. Il corso fu riproposto per altri due anni, al termine dei quali venne soppresso per essere sostituito da Gestione e organizzazione territoriale delle risorse naturali. Oggetto primario rimaneva lo sviluppo economico locale, ma la priorità dell’insegnamento era data, anziché alle potenzialità turistiche e alle attività indotte, alla valorizzazione delle ricchezze naturalistiche, in primis i bacini idrici così diffusi a Rieti.
Si spostava dunque l’attenzione dal turismo all’ambiente, secondo un cambio di prospettiva che aveva una sua ragion d’essere e che però palesava un vuoto nell’individuazione di un orizzonte e nell’elaborazione di una visione di largo respiro (gli eredi di quelle vicende sono il corso di laurea in Scienze della montagna e il CRITEVAT).
Insomma, poche idee ma confuse, verrebbe da chiosare alla fine di questo capitolo di storia. E se è inutile piangere sul latte versato, il presente evidenzia come non sia stato fatto granché tesoro di un’esperienza ormai quasi trentennale, che rischia oggi di far precipitare nell’approssimazione e nel velleitarismo i pur lodevoli sforzi messi in campo per rilanciare il turismo in un comprensorio che ha sempre brillato per inanellare opportunità mancate e che, Covid o non Covid, ancora non ha deciso cosa vuol fare da grande.


31-05-2020

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