a cura di Massimo PALOZZI

Febbraio 2020

POLVERI SOTTILI

UNA QUESTIONE DI COSCIENZA

società

(di Massimo Palozzi) La morte di Giovanni Custodero, stroncato a soli 27 anni da un aggressivo tumore osseo, e quella seguita a breve distanza di Pietro Anastasi, gloria azzurra del calcio campione d’Europa nel 1968 sopraffatto dalla Sla, hanno riproposto l’irrisolto dilemma delle cure palliative e del fine vita, argomento non a caso ripreso dal convegno organizzato il 7 febbraio alla Sala dei Cordari dalla sottosezione reatina dell’Associazione nazionale magistrati e dall’Ordine degli avvocati.

Il giovane portiere, soprannominato “il guerriero sorridente” per il coraggio con cui ha affrontato la malattia, era nato a Rieti e qui aveva trascorso i suoi primi anni prima di trasferirsi in Puglia dove aveva iniziato l’attività agonistica. Per andarsene entrambi hanno scelto la sedazione profonda, procedura da non confondere con l’eutanasia o il suicidio assistito, consistente nella perdita di conoscenza decisa dal paziente per eliminare il dolore in caso di patologie che causano sofferenze insopportabili.

Il tema era già balzato agli onori delle cronache due anni fa, quando Marina Ripa di Meana volle spegnersi facendo ricorso allo stesso protocollo. Gli aspetti giuridici e deontologici della sedazione profonda sono stati risolti con la legge sul biotestamento, entrata in vigore proprio pochi giorni dopo la scomparsa della vulcanica protagonista di mezzo secolo di cronache vip, mentre rimane aperto il dibattito sulle pratiche che possono anticipare il decesso per mezzo della somministrazione di farmaci (eutanasia attiva) o attraverso la privazione di sostituti meccanici per il mantenimento delle funzioni vitali (eutanasia passiva).

La recente pronuncia della Corte costituzionale nel noto caso di Luca Coscioni, che aveva accompagnato Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, al suicidio assistito in una clinica svizzera, ha stabilito la non punibilità di chi “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

La materia è talmente delicata che rimane difficile attestarsi su una posizione netta e definitiva. Resta comunque una spinosa questione di coscienza, prima ancora che una lacuna legislativa sulla quale il Parlamento non mostra la minima intenzione di intervenire.

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