a cura di Matilde Fallerini

Dicembre 2023

RIETE DDE NOJANDRI

UN NATALE DEL PASSATO... RICORDI E TRADIZIONI

natale, storie

di Matilde Fallerini - Il Natale di un tempo non era sfavillante di luci come è oggi, con negozi e vie addobbate di ghirlande luminose ed enormi alberi di Natale in bella mostra sulla piazza. Il Natale di un tempo era meno luminoso ma più magico, con più valenza religiosa. Con il mese di dicembre iniziava un percorso di festività che ti portava pian piano al mistero della Natività e all’importante festa conclusiva dell’Epifania: la Rivelazione. Ricordo con nostalgia quella gioia e pace interiore che l’avvicinarsi del Natale metteva nell’anima e volevo che mia nonna materna mi recitasse una sorta di calendario dell’Avvento “ dde noantri” sacro e profano, che enunciava le ricorrenze del mese di dicembre fino a giungere alla metà del mese di gennaio, così diceva:

A li due è Santa Bibbiana

A li quattro è Santa Barbera beata

A li sei è San Nicolò che bbà pe via

A li otto è l’Immacolata Concezione

A li ièce è la ‘enuta dde Maria

A li trìici è Santa Lucia

A li ‘entunu è San Tomasso canta

A li ‘enticinque è la Natale Santa

A li ‘entisette è San Giuanni, tutti li fiji a casa de le mammi

A li ‘entotto so li ‘Nocentini, so fenite le feste e li quatrini

E se ce ‘olete lu restu a li trentunu è San Sirvestru

Anno nòu, ogni ‘allina feta l’òu

Ma a li ‘ieciassette è Sant’Antò Barone che ne reporta un saccoccione. 

Era un rito… e così il mese di dicembre iniziava per noi reatini con due feste importanti: Santa Barbara, patrona della nostra città e si diceva così: “Santa Bbà ecco Natà, giuste giuste tre settimà” e poi Santa Lucia, perché qui si costituì il primo monastero femminile francescano, con la benedizione di Santa Chiara e ricordo che in chiesa veniva distribuita una candelina. E anche per questa ricorrenza c’era un detto: “Santa Lucia, la giornata più corta che ci sia”.

Un altro ricordo che mi sovviene, era il “ciocco di Natale”. Quando si faceva scorta di legna per il fuoco, mamma chiedeva sempre di portare un grosso ceppo per la vigilia, era ormai divenuta una tradizione generazionale. Si usava accendere il camino e lasciare poi questo grosso ceppo bruciare per tutta la notte, affinché il calore riscaldasse Gesù appena nato. Questo rituale aveva origini molto antiche che univa l’aspetto religioso, per noi divenuto usuale, con un altro pagano, che si svolgeva soprattutto nelle campagne e costituiva nel far prendere in bocca, al più vecchio della casa, un sorso di vino buono e poi spruzzarlo sul ceppo acceso dicendo:

“Cippu, cippone

Morte a lu cippu

E vita a lu padrone”

Era certamente una frase augurale, riferita alla contrapposizione morte/vita, dato che tale circostanza coincideva con il solstizio d’inverno. Non riguardava solo il ceppo che si consumava con il fuoco, il cui calore doveva riscaldare il Bambino Gesù e la famiglia riunita intorno al camino durante questa magica notte e non esprimeva soltanto l’augurio di vita e salute per il padrone di casa, ma si riferiva alla morte dell’anno che ormai volgeva al termine e all’inizio del nuovo, inaugurato dall’evento solstiziale. Inoltre la cenere rimasta, dopo che il ceppo sacro della vigilia si era consumato, era ritenuta piena di un potere speciale, religioso e magico insieme: la Sacra Famiglia aveva visitato il focolare durante la notte, benedicendolo, ma sullo stesso fuoco era stato preparato il “cenone”, che interrompeva le ripetute frugali cene, con un pasto abbondante e vario, innaffiato da buon vino. Inoltre il fuoco aveva ricevuto l’offerta augurale del vino e quindi i suoi residui, considerati portatori di fausta magia, venivano sparsi nei campi seminati dicendo: "Te pozza satollà”.

Tornando ai miei ricordi d’infanzia, c’era il rito della preparazione dei dolcetti natalizi. Qualche settimana prima delle festività, mi svegliavo con il profumo del latte che bolliva e della vaniglia, era il segno che nonna e mamma erano indaffarate già dalla mattina alla preparazione delle “ciammellette” e altri dolcetti che mamma realizzava con stampini di varie forme: la stella cometa, il fiore e il cuore che venivano decorati con le ciliegine candite verdi e rosse. Poi si andava in drogheria, o da Petrongari in via Roma o da De Bonis in via Pescheria, per comprare noci, miele, uvetta passerina, canditi, mandorle, cacao, ingredienti per fare altre leccornie… Negozi da mille e  una notte, profumati di spezie, di noce moscata, di chiodi di garofano e di anice… Successivamente si iniziava la preparazione degli ingredienti per fare “li terzitti”, ricordo nonna che a fine pranzo, mangiando l’arancio, lo sbucciava con perizia, facendo una lunga striscia con la buccia, che poi veniva fatta a piccole striscioline che avrebbe messo nell’impasto… un profumo intenso si spandeva nella stanza …, Si preparavano le scatole per riporli e venivano coperti con un canovaccio … e già era festa! Si compravano in drogheria anche le confezioni di fichi secchi e datteri, riposti in lunghe scatole bianche con l’estremità tonde e nel coperchio la figura di una donna sorridente con dei grossi orecchini tondi, invitava a mangiarli. Li Terzitti e le tisichelle venivano fatti prima, perché dovevano ammorbidirsi prima di essere mangiati. Ma c’era il rito della preparazione le “li cappellitti” rigorosamente fatti a mano, anche questi preparati qualche giorno prima di Natale … non c’era il congelatore… la ricetta per l’impasto naturalmente tramandata per generazioni. E questo mi riporta alla mente l’altra nonna, quella paterna, che li preparava la mattina di Natale. La ricordo seduta davanti al tavolo della cucina, con la “stesa” di pasta, un bicchierino da liquore, un piattino con l’acqua e la “cupetta” con l’impasto profumato di noce moscata e parmigiano. Con serena calma, tagliava con il bicchierino i dischetti di pasta, poi metteva l’impasto e con le sue dita minute e affusolate, li chiudeva inumidendo la pasta, mentre un profumo di brodo, che si stava cucinando, invadeva casa. Riandando alla vigilia, anche qui i ricordi galoppano… era la sera de “li spaghitti co lu tonnu, li frittelli e li pescitti marinati”, se non c’erano queste cose non era vigilia… ma era anche la sera della “ letterina di Natale”, erano bellissime con i brillantini d’oro o d’argento che contornavano l’immagine della Natività. Era una letterina di buoni propositi e di scuse per i “capricci” fatti, che veniva “nascosta” sotto il piatto. Naturalmente papà e nonno facevano finta di non vederla, poi a fine cena c’era la recita della poesia e dopo l’applauso, magicamente, si accorgevano della letterina e per premio c’era la “mancia”… Tanti sono i ricordi del Natale della mia infanzia, che si affollano nella mia mente e che vorrei scrivere, ma una grande nostalgia mi invade, per gli affetti che non ci sono più e per queste festività che hanno perso il loro vero significato e che oggi lasciano solo una sensazione di solitudine e superficialità.

Auguro un sereno Natale a tutti voi!

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