Giugno 2024

RIETI MISTERIOSA

UN INATTESO SOPRALLUOGO: OSPITI L'ASSESSORE ROSATI E L'ARCHEOLOGO VIRILI

Una splendida passeggiata, inattesa e superiore ad ogni più rosa aspettativa. I risvolti clamorosi della nostra Rieti Misteriosa ci affascinano sempre più. In fondo è questo il suo scopo: tracciare una strada e poi permettere ad altri di percorrerla, decidendo cosa ci sia effettivamente da custodire tra le numerose ‘leggende’ che la nostra tradizione orale tramanda.

Questa volta partiamo da lontano, dal dicembre 2017 quando – grazie ad una lettrice appassionata delle sue radici – raccontammo una delle storie narrate dai nostri anziani. Fu Felicetta Vecchi a farci scoprire il luogo di culto, retro Cimitero, della Fonte di Sant’Eleuterio “C’era lì una piccola cappella, ben conservata, in cui si potevano ammirare ancora degli affreschi ed una fontana da cui sgorgava acqua buona da bere. Ora la volta della cappellina è crollata ed è tutto un intrigo di ortiche e rovi... un cancello… mura diroccate.” Una volta la fonte era poco distante dalla Chiesa e il monastero di S. Eleuterio. Furono proprio i protagonisti delle molte leggende circolanti in zona, ovvero ‘i cercatori di tesori’ a rinvenire sotto il pavimento della chiesa ormai interamente lasciata in condizioni deplorevoli, l’urna di pietra contenente le ossa dei martiri che finalmente trovarono casa in Cattedrale, dove ancora si trovano in due urne d’ebano. La chiesa ormai fatiscente venne definitivamente demolita nel 1889 per ampliare il cimitero e, leggermente arretrata mutandole l’asse, fu costruita l’attuale. “Così dell’antica Basilica - scriveva Sacchetti Sassetti - tutto scomparve e il titolo rimase appena ad una modesta fonte, che scaturisce poco lungi dal cimitero e che fin dai tempi remoti è rinomata per la salubrità delle acque.”  Dando forza ad altri racconti: “Nell’area racchiusa tra l’antica Chiesa e la Fonte i reatini, il 19 agosto anniversario della consacrazione, erano soliti far merenda e offrire cibo ai poveri”, secondo quanto ricorda anche Vincenzo Boschi nel suo saggio del 1902. L’ostinazione, la caparbietà, l’amore di Paolo Toffoli per questa terra, hanno nei mesi intercorsi portato ad allargare l’orizzonte della storia fino a giungere all’ultimo incontro per un sopralluogo cui ha partecipato per la seconda volta l’archeologo Carlo Virili e per la prima volta un assessore, grazie alla disponibilità e all’entusiasmo della professoressa Letizia Rosati. “Non mi sorprende che dietro il cimitero ci siano delle spoglia, poiché siamo in una zona dove c’erano presenze romane – spiega Virili – Abbiamo qui la fortuna di veder lavorati ancora i terreni agricoli e di vedere emergere in superficie materiale ceramico” Il problema tutto italiano legato alla mancanza di risorse rispetto ad un patrimonio immenso su cui poter lavorare presente in ogni parte della nazione, fa sì però che rimanga sepolta parte della nostra storia a vantaggio di Roma e delle altre macroaree: dovremmo finanziare la ricerca per valorizzare le nostre  eccellenze intellettuali. Sapere che ci sia oggi attenzione per questa zona, che potrebbe rappresentare una pagina nuova da esplorare per la nostra Città, ci riempie di soddisfazione. “Siamo nell’anno non zero ma meno 1: campi arati con materiali – spiega prudentemente l’archeologo - Solo dopo aver condotto una ricognizione di superficie del terreno alla ricerca di una qualche testimonianza di epoche storiche passate, si potrà capire quale rilevanza potrebbero avere eventuali scoperte.” A prescindere dal colle di San Basilio, già ampiamente studiato, ci sarebbero aree completamente inedite, da indagare con camere a infrarossi, sistemi LIDAR, per penetrare la vegetazione (alberi e sottobosco) presente e ricavare un dato tridimensionale dell’andamento del suolo e di eventuali strutture, o micro-rilievi da esse create, presenti al di sotto della vegetazione stessa. Il nostro viaggio prosegue, ci spostiamo nella zona di Quattro Strade, retro Carrefour, poco distante da Campo Reatino dove probabilmente è sepolta una villa romana. Il proprietario di quella zona arando tirava fuori fistulae di piombo (ci permettono di supporre un adeguato approvvigionamento idrico ed un conseguente sistema di deflusso e smaltimento delle acque reflue), come quella bellissima trovata in via Cintia conservata in Museo con il nome del plumbarius Lorentinus. Il contadino le prendeva, le fondeva e ci ricavava pallettoni da cinghiale: era incredibilmente soddisfatto dall’avere questa miniera di piombo proprio sotto casa. Fin quando l’archeologa Grazia Dionisi, passeggiando, si accorse della forma irregolare del terreno e di alcune strutture murarie, raccogliendo un elevato numero di reperti. Da questa ricognizione e valutazione in collaborazione con la Soprintendenza per i beni Archeologici del Lazio nella persona dell’allora funzionario responsabile per Rieti e provincia, dott.ssa Giovanna Alvino, si individuò un’ampia area di notevole interesse storico-archeologico di epoca romana. Le fistulae con iscrizione tra l’altro deponevano per un contesto importante. Grazie all’analisi dei materiali diagnostici recuperati, venne poi dedotto un primo periodo di frequentazione di questa zona che copre orientativamente un orizzonte cronologico che va dal II secolo a.C. al I secolo d.C. Ciò indica quale tesoro possa essere effettivamente ancora oggi sepolto sotto i nostri piedi.

 

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