Gennaio 2020

SALUTE

TUTTA QUESTIONE DI CLASSI!

Lo strano caso dell'urgenza sanitaria

sanità

(di Francesco Saverio Pasquetti) “Quando c'è la salute, c'è tutto!”. Così dice il proverbio. E quando viene a mancare? A giugno mi era capitato di leggere un articolo che riportava un dato significativo sull'accesso alla sanità pubblica da parte dei cittadini:”Un italiano su tre costretto a pagare per le cure essenziali”, titolava. Inquietante. Nel corpo, poi, alcune statistiche: “Il 62% di chi ha effettuato almeno una prestazione sanitaria nel sistema pubblico ne ha effettuata almeno un'altra nella sanità a pagamento”. Letto, archiviato. Poi, a ottobre, l'impatto con la realtà. Un vecchio problema di salute. La necessità di fare esami diagnostici approfonditi. TAC, prima. Risonanza magnetica, poi. Richiesta dello specialista che specifica “con urgenza”. Il medico di famiglia predispone le fatidiche “ricette rosse” e così, speranzoso, mi reco al CUP confidando – seppur con una sorta di presentimento, memore dell'articolo di giugno – in quella dicitura: “urgente”.
Al cospetto dell'operatore la singolare, beffarda realtà: innanzitutto, non esiste urgenza, ma “classi di priorità”, ben quattro. La prime due, di natura a quanto pare “eccezionale” (presuppongono un impegno personale della responsabilità del medico di famiglia): codice “U” (Urgente), prestazione entro 72 ore. Codice “B” (breve), entro dieci giorni. Infine la priorità di “serie B”, quella assegnata a me come alla maggior parte degli utenti: codice “D” (differita) ovvero 60 giorni per un esame diagnostico; 30 giorni per una visita. Vi sarebbe l'ultima: P (programmata). TAC al 20 ottobre 2020!
Accedo allo sportello, risposta: “Purtroppo non possiamo garantirle la prestazione entro i 60 giorni. Faremo la fotocopia della sua richiesta trasmettendola alla segreteria del CUP che la contatterà ove dovesse liberarsi un posto”. L'esame – una tac – è urgente: occorre accertare se vi sia stata una recidiva di una patologia sofferta nel lontano 1988 e poi ricomparsa nel '95. Esco fiducioso dai locali di via delle Ortensie e contatto un caro amico medico che lavora nel reparto ospedaliero di competenza, per avere qualche rassicurazione. La risposta è rassegnata e sconfortante: “conviene rivolgersi ad una struttura privata, possibilmente convenzionata”. Da figlio di un servitore indefesso (e a volte anche fesso...) dello stato com'era mio padre, persisto e confido nel principio a cui si uniforma la sanità italiana:”Il S.S.N. è un sistema di strutture e servizi che hanno lo scopo di garantire a tutti i cittadini, in condizioni di uguaglianza, l’accesso universale all’erogazione equa delle prestazioni sanitarie, in attuazione dell’art.32 Cost.“. Accesso universale! Ne avevo sentito parlare in un interessante convegno organizzato dal Lions Club Velinia Gens. Da metà ottobre – periodo del primo accesso - torno alla carica, dopo poco meno di un mese. Allo sportello mi indicano la segreteria del CUP per conoscere il mio posto in questa singolare “graduatoria”. Risposta: “ne ha ancora 25 davanti”. 

Torno giù, protesto. “Gentile signore, noi le lasciamo appositamente l'originale in modo che lei possa comunque rivolgersi a qualsiasi altra struttura”. Trasecolo. Poi il consiglio di un'amica, anche lei allo sportello cup: “io sono andata a Coppito. C'è una struttura convenzionata che funziona. Vai lì, dai retta a me”. Telefono: cordialissimo, il centralinista risponde: “tac con ricetta, fra un mese. A pagamento, anche domani pomeriggio”. Quando c'è la salute c'è tutto: o sbaglio? E così, 120 euro e passa la paura.
“Il 62% di chi ha effettuato....”: mi tornano in mente quelle parole e penso a chi, una prestazione del genere, non se la può permettere e deve attendere “la lista”. Questione, appunto, di classi (sociali, stavolta). “La lista è vita”, diceva Ben Kingsley (Itzhak Stern) rivolto a Liam Neeson (Oskar Schindler) nello struggente “Schindler's List” di Spielberg. Qui, invece, può essere l'esatto contrario: siamo a fine gennaio e nessuno, dal cup, ha ancora chiamato.

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