Giugno 2019

TRENT’ANNI FA L’ABBRACCIO A RIETI TRA IL VESCOVO E IL COMUNISTA

rieti, storia

(di Massimo Palozzi) Il 9 novembre prossimo ricorrerà il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Costruito nell’agosto del 1961, per ventotto anni tagliò in due la capitale tedesca separando la zona dell’Ovest da quella sotto l’influenza sovietica, tanto da diventare il simbolo della divisione non solo della Germania ma tra i due blocchi durante la guerra fredda.

All’epoca l’ideologia marxista  dominante oltrecortina era considerata incompatibile con i valori occidentali e anche laddove, come in Italia, esistevano partiti comunisti con largo seguito popolare e perfettamente integrati nel sistema democratico repubblicano, la separazione tra i due mondi era netta e per molti versi irriducibile.

A complicare il quadro contribuivano pure i difficilissimi rapporti con la Chiesa cattolica, ben rappresentati nella versione letteraria dalle avventure del prete don Camillo e del sindaco “rosso” Peppone dei romanzi di Giovannino Guareschi. La realtà era assai meno romantica di quella tratteggiata nelle pagine di quei libri, ma la semplificazione vale a rendere chiaro il contesto.

Ecco perché nella primavera di quel 1989, esattamente trent’anni fa, con il Muro ancora in piedi, non fu proprio usuale e scontato l’incontro a Rieti tra l’allora vescovo Francesco Amadio e l’onorevole Alessandro Natta, comunista vecchio stampo, presidente del Comitato centrale del Pci, di cui fino a qualche mese prima era stato segretario succedendo a Luigi Berlinguer.

Non ci fu niente di eversivo in quel ritrovarsi. Anzi, ci fu molto di umano. Nonostante l’estrazione culturale così diversa, i due avevano mantenuto un legame profondo da quando 45 anni prima erano finiti internati nei campi di concentramento nazisti in Germania e Polonia.

Erano molte le cose che li accomunavano. In primis il senso di giustizia e solidarietà che, seppur declinato in versioni persino antitetiche (Natta si proclamava fieramente ateo), li aveva tenuti uniti anche nella lontananza.

Si trattò insomma di un momento intimo, un abbraccio tra vecchi amici reduci da un’esperienza terribile, che tuttavia non passò sotto silenzio nel clima ancora da guerra fredda di quella lontana stagione.

Ne colse bene l’essenza Ajmone Filiberto Milli, grande firma del giornalismo reatino di formazione comunista, che commentò con parole durissime il comunicato con il quale la Federazione del Pci intese rendere pubblico l’evento che a suo parere doveva invece rimanere confinato nella sfera privata dei due protagonisti.

In quella temperie, la visita di Natta a mons. Amadio non poteva d’altra parte essere derubricata a una mera questione riservata. Anche perché sindaco del tempo era Paolo Tigli, il primo comunista a conquistare lo scranno più alto di Palazzo di Città e il secondo ad interrompere la lunga teoria di sindaci socialisti di Rieti nel dopoguerra. Teoria che sarebbe ripresa dopo la sua esperienza amministrativa, per concludersi solo nel 1994 con la brusca sterzata a destra in occasione della prima elezione dell’attuale sindaco Antonio Cicchetti.

Prima di lui c’era riuscito solo il repubblicano Ettore Saletti (ancora oggi consigliere comunale sotto le insegne di Forza Italia) che nel 1974 aveva varato una giunta di sinistra formata da Pci, Psi, Pri e Psdi, la prima in Italia con la partecipazione organica dei comunisti.

Rieti si dimostrava allora un laboratorio politico particolarmente creativo, che in qualche misura si sarebbe mantenuto tale anche negli anni seguenti. Il 17 maggio 2011 la Diocesi (al tempo era vescovo mons. Delio Lucarelli) e il suo settimanale Frontiera furono ad esempio protagonisti di un’altra iniziativa piuttosto eclatante con l’invito rivolto a Fausto Bertinotti a tenere una conferenza in Cattedrale su “Dio e il Socialismo”.

Già segretario del Partito della Rifondazione comunista, dal 2006 al 2008 Bertinotti era stato presidente della Camera nel corso della breve XV legislatura. Come dire, un altro esponente della sinistra radicale (anche se dal percorso personale piuttosto travagliato, che partendo dal comunismo ingraiano e dal socialismo lombardiano è finito vicino a Comunione e Liberazione) a discettare di teologia e dottrina politica addirittura in una chiesa.

Con il senno di poi l’abbraccio tra il vescovo cattolico e l’alto dirigente comunista di trent’anni fa fu davvero null’altro che un gesto di affetto tra due persone e non tra due personalità.

Le vie della politica seguono traiettorie imperscrutabili e nessuno, in quella primavera dell’’89 segnata dallo “strano”incontro tra il prelato e il bolscevico, avrebbe potuto mai immaginare le sorti che sarebbero toccate a Rieti, all’Italia, all’Europa e al mondo intero.

Forse è meglio così. L’imprevedibilità del futuro possiede una certa suggestione e di sicuro oggi sarebbe impresa particolarmente ardua divinare di quale inaspettata riunione si occuperanno fra trent’anni editorialisti, commentatori e analisti politici.

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