a cura di Francesco Pasquetti

Giugno 2019

L'AVVOCATO DEL DIAVOLO

SANT’ANTONIO: IL “MARZIANO” GOUNOD SBARCA SULLA PROCESSIONE DEI CERI

città

(di Francesco Saverio Pasquetti) Un’esibizione canora pregevole, quella apprestata dal balcone di palazzo di città dal cantante pescarese Piero Mazzocchetti, e di sicuro effetto scenico. Una novità assoluta, quella andata in scena nel corso dell’ultima processione dei ceri, come di consueto affollatissima da tanti reatini. Certo gradevole e d’impatto ma rispetto alla quale – ad evento concluso - non pare inopportuno porsi alcuni quesiti. Tra essi, il primo, da porre secondo il modo di dire divenuto famoso ad opera dell’ex magistrato di Mani Pulite ed ex ministro, Antonio di Pietro: “che c’azzecca l’ave maria di Gounod con la processione di Sant’Antonio?”
Non occorre certo avere una profondità spirituale particolare, così come una conoscenza dei riti devozionali pprofondita ed, ancora, una cultura musicale da “melomani”, per rispondere: assolutamente nulla! LaPro cessioni dei Ceri travalica senz’ombra di dubbio il suo tenore meramente religioso e spirituale, avendoassunto nel corso della sua tradizione ultracentenaria un significato di profonda “appartenenza popolare” e, dunque, folkloristica. Nel santo dei miracoli i reatini di ogni età identificano, in fondo, la propria bistrattata identità – messa spesso in discussione nel corso dei secoli – e lo celebrano così in una sorta di rigurgito di orgoglio campanilistico spesso carente, se non addirittura assente, durante tutto l’anno.
Migliaia di persone che magari non frequentano mai i luoghi di culto, in quel giorno sono li, a manifestare il loro rispetto e la loro devozione al Santo portoghese (anch’egli “estero”, dunque) divenuto, nei secoli, reatino d’adozione. Quindi, un atto di devozione popolare, di religiosità naturale. E tale natura è ben manifestata, dal punto di vista musicale, dalla presenza al suo interno di numerose ensemble bandistiche, orgoglio e vanto della tradizione popolare di tantissimi paesi della nostra provincia, che nel corso del rito intonano canti religiosi tradizionali e sui quali – come una sorta di marziano – è sbarcato Gounod e la sua ode alla Vergine Santissima, famosissimo pezzo “da matrimonio”. Cosa ha voluto significare tale novità? Un
ulteriore momento di devozione e di raccoglimento? Non ce n’era certo bisogno. Un tocco di “classe” sul rito popolar – devozionale? Come una cravatta gialla su pantaloni verdi. Anche liturgicamente, la compatibilità è assai azzardata, ed approfondire il tema ci porterebbe troppo lontano. Un’esibizione, allora.Questo si. Ben eseguita, ma semplicemente un’esibizione, del tutto avulsa dal contesto – processione.
Peraltro il proscenio in cui è andata in scena – il balcone del comune – stona di certo con il tenore della processione stessa che di per sé dovrebbe mantenere un profilo umile, penitenziale, raccolto, come testimoniato dalle donne scalze in nero con i loro ceri. Peraltro, esibizione lontana da quella piazza san Francesco fulcro della manifestazione: li, forse, al rientro della statua del santo, magari il brano – cantato senza microfono, come dovrebbe un cantante lirico – avrebbe avuto assunto un significato più consono all’evento. L’altro quesito che non ci si può esimere dal porsi è: perché non si sono valorizzati gli artisti locali? Perché, nell’evento più reatino che ci sia, a cantare è stato chiamato un artista nativo di Pescara che,
peraltro, di professione non fa certo il cantante lirico ma il cui genere è il pop, il crossover classico e che partecipa al “Tale e quale show” di Carlo Conti? Peraltro i più raffinati intenditori non avranno avuto difficoltà a notare come il Mazzocchetti abbia intonato “l’ave Maria” non certo nella tonalità tenorile ma in quella, più abbassata ed agevole, della tessitura baritonale. Certo un’escamotage spesso adottato in eventi consimili ove l’esibizione “secca” potrebbe portare a problemi vocali che, invece, l’abbassamento di tonalità, ovviamente, evita. Anche l’ausilio del microfono denota una mancanza di abitudine ad esibirsi nelle opere liriche per le quali, invece, tale tipo di canto è nato e si è sviluppato. Aldilà tuttavia dell’aspetto
squisitamente tecnico, resta il dilemma. A Rieti numerosi sono gli esponenti di tale difficile ed impegnativa disciplina canora che sarebbero stati in grado, con successo, di cimentarsi nell’impresa. La presenza di scuole private, di associazioni (vedi la “Pitoni”), di professionisti che si esibiscono con perizia e che insegnano ai propri allievi, dello stesso conservatorio di Santa Cecilia che, presso la sua sede distaccata di Villa Battistini, ha numerosi studenti nel corso di canto, avrebbero consentito di scegliere tra essi un artista della nostra città, valorizzandolo. Un’altra occasione perduta per la Rieti che, pur nel momento di massima valorizzazione della propria sofferta identità culturale e di popolo, è riuscita ancora una volta a manifestare il suo male peggiore: l’inguaribile esterofilia.

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