Marzo 2019

SALUTE

SANITÀ REATINA, NON SOLO SPERANZE

rieti, sanità

(di Massimo Palozzi) Il Consiglio comunale di Rieti, convocato in sessione straordinaria con un unico punto all’ordine del giorno, ha approvato martedì scorso un documento unitario per chiedere la revisione dei decreti di riorganizzazione che potrebbero colpire duramente la sanità locale.

L’origine del problema sta nel “Regolamento sulla definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera”, meglio noto come  “decreto Lorenzin”. Emanato dall’allora ministro della Salute nel 2015, pone stringenti paletti riferiti ai bacini di utenza e al numero delle prestazioni erogate.

Da questo regolamento sono derivati i provvedimenti regionali che, recependo le linee-guida ministeriali, hanno fissato parametri e obiettivi mirati all’efficientamento dei servizi e al contenimento della spesa, con conseguente rischio di declassamento di alcuni reparti dell’ospedale “San Camillo de Lellis”.

La sanità laziale è commissariata da anni a causa dell’enorme buco di bilancio ereditato dalle passate gestioni. Il piano di rientro varato dall’attuale presidente della Regione Nicola Zingaretti nella sua veste di commissario ad acta si è tradotto in una cura da cavallo che sembra aver dato risultati sul piano contabile, tanto da rendere verosimile l’uscita a breve dal commissariamento. Un successo ottenuto con l’aumento delle addizionali regionali sull’Irpef, il blocco del turn-over tra il personale sanitario e la soppressione dei presidi minori in cui è incappato l’ospedale di Magliano Sabina, trasformato in Casa della salute.

Negli ultimi otto anni il sistema sanitario regionale ha perduto 16 ospedali, il 14% del personale e 3.600 posti letto, finendo sotto la media nazionale dei 3 letti ogni mille residenti. L’unica buona notizia è che a Rieti si registra la mortalità oncologica piu bassa del Lazio.

Eppure tutto questo potrebbe non bastare, nonostante specifiche previsioni legislative adottate a seguito dei terremoti del 2016.

L’art. 17-bis del decreto legge 9 febbraio 2017, n. 8, dispone infatti che ai comuni ricadenti nel cratere sismico (tra cui Rieti) non si applichino per 48 mesi le prescrizioni contenute nel “decreto Lorenzin” in materia di riorganizzazione della rete ospedaliera e di rientro dal debito di competenza delle aziende sanitarie. Dunque, almeno fino al 2021 la sanità locale dovrebbe essere al riparo da qualsiasi intervento improntato a tagli e ridimensionamenti.

Meno di due mesi fa, il 15 gennaio, è stato invece emanato l’atto aziendale della Asl di Rieti che prevede il depotenziamento del laboratorio analisi in applicazione di un decreto commissariale del 2014, precedente quindi al regolamento del ministro Lorenzin del 2015 che andrebbe temporaneamente disapplicato ai sensi del decreto legge n. 8/2017.

È stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso. L’ordine del giorno approvato dal Consiglio comunale non ha evidentemente alcuna efficacia giuridica e non è in alcun modo vincolante. Possiede però un sicuro valore politico nel chiedere al presidente della Regione Zingaretti e all’assessore alla Sanità D’Amato da un lato la disapplicazione dei decreti che contrastano con la previgente disciplina e, dall’altro, di impedire che l’ospedale di Rieti, unico nosocomio rimasto in tutta la provincia, subisca nella sostanza un inaccettabile ridimensionamento. Una condizione che risulterebbe ancor più paradossale se si pensa che Monterotondo è invece considerata zona svantaggiata.

La speciale complessità orografica, la dispersione dei centri abitati, l’invecchiamento della popolazione, l’inadeguatezza dei collegamenti non sono stati finora elementi valutati a sufficienza per la definizione di una legislazione in grado di tenere in debito conto l’insieme delle difficoltà del territorio, da ultimo drammaticamente acuite dai terremoti del 2016 che, tra le altre devastazioni, hanno causato il crollo dell’ospedale di Amatrice.

E siccome non vogliamo farci mancare niente, persino sul luogo della sua ricostruzione resta da trovare l’accordo. L’edificazione nel medesimo sito del nuovo plesso è ancora al centro di un rovente scontro politico: solo qualche giorno fa, Sergio Pirozzi, ex sindaco di Amatrice ora consigliere regionale, ha minacciato di rivolgersi alla Procura se la procedura individuata dovesse subire ritardi o modifiche sostanziali. In Regione non c’è infatti ancora unanimità di vedute sul punto e da mesi ben undici sindaci del comprensorio hanno formalizzato il proprio dissenso sulla scelta di ricostruirlo sullo stesso posto, preferendo una localizzazione a loro giudizio maggiormente funzionale.

Sul futuro del nosocomio reatino il confronto risulta invece meno complicato, avviato com’è nel senso di rifarlo ex novo. D’altro canto, la struttura che ospita il “de Lellis” mostra ormai i segni del tempo accentuati, manco a dirlo, dai colpi inferti dal terremoto.

Già lo scorso aprile, a seguito dell’incontro tra Comune, Asl e rappresentanze sindacali Cgil, Cisl e Uil, era emersa l’idea di destinare i 60 milioni di euro disponibili alla costruzione di un nuovo ospedale, più moderno e facile da realizzare rispetto al complesso adeguamento sismico dell’esistente che risale agli anni Settanta.

A livello politico-istituzionale la decisione sembra dunque ormai presa. Ora si tratta di deciderne l’ubicazione.

La scorsa settimana l’assessore comunale all’Urbanistica e Lavori Pubblici Antonio Emili ha lanciato l’idea di collocarlo all’ex Snia. Si bonificherebbe così un relitto industriale abbandonato da decenni, restituendogli al contempo una missione di utilità sociale. La proprietà, ha assicurato l’assessore, si è già detta favorevole alla nuova destinazione.

La proposta merita una riflessione. Il recupero di quell’area, ormai pienamente inurbata, a vantaggio di un nuovo ospedale contiene innegabili suggestioni. La riconversione da sito di archeologia industriale a polo della salute è oggettivamente una soluzione interessante. Andranno semmai approfonditi gli aspetti tecnici che non appaiono di poco conto: dalla viabilità alla qualità della vita del quartiere, fino alle traiettorie di volo delle eliambulanze sono tutti fronti aperti sulla cui praticabilità solo gli esperti potranno pronunciarsi.

Il livello di attenzione sul tema della difesa del diritto alla salute è comunque molto elevato, come hanno dimostrato le diverse iniziative fiorite negli ultimi giorni, organizzate da fronti e con modalità molto differenti.

L’allarme sul ridimensionamento del laboratorio analisi è infatti solo l’ultimo grano di un rosario di dolori ormai annoso.

L’unica certezza è che tutte le speranze di interventi verso una legislazione speciale a salvaguardia della sanità reatina poggiano sulle peculiarità del territorio e sui danni provocati dal sisma: ad esse devono necessariamente rivolgersi le sensibilità di chi ha responsabilità decisionali ad ogni livello.

In questo contesto potrebbe soccorrere l’attesa sentenza della Corte cosituzionale di lunedì scorso che ha stabilito l’illegittimità della disposizione che impone ai comuni con meno di 5 mila abitanti di gestire in forma associata le loro funzioni fondamentali (trasporto pubblico, polizia municipale, raccolta dei rifiuti, servizi sociali) là dove non consente ai loro amministratori di dimostrare che sono realizzabili in altre forme economie di scala e/o miglioramenti nell’erogazione dei beni pubblici alle popolazioni di riferimento.

Quella abrogata è una norma contenuta nella cosiddetta "legge Calderoli" del 2010, introdotta con l’intento di superare le inevitabili difficoltà che devono fronteggiare i comuni con pochi dipendenti e poche risorse, soprattutto in epoca di corpose riduzioni dei trasferimenti statali.

Il principio imponeva ai comuni sotto i 5 mila residenti (3 mila se montani) di gestire i loro servizi tramite alleanze che arrivassero a raggrupparne almeno 10 mila, e riguardava praticamente tutti i 73 della provincia di Rieti. A parte il capoluogo, Fara Sabina, Cittaducale e Poggio Mirteto, gli altri contano infatti meno di 5 mila abitanti, dai 3.806 di Contigliano agli appena 85 di Marcetelli.

Il dibattito se abbia senso mantenere comuni con bacini di popolazione così ridotti è aperto da tempo, ma al momento le soluzioni individuate non sembrano rispondenti alle reali esigenze dei cittadini, come del resto conferma quest’ultima pronuncia.

Tra mille proroghe e rinvii, la disposizione in discorso è stata infine cancellata dalla Consulta poiché l’obbligo imposto ai comuni scontava un’eccessiva rigidità dovendo essere applicato anche in tutti quei casi in cui: a) non esistono comuni confinanti parimenti obbligati; b) esiste solo un comune confinante obbligato, ma il raggiungimento del limite demografico minimo comporta il coinvolgimento di altri comuni non in situazione di prossimità; c) la collocazione geografica dei confini dei comuni (per esempio in quanto montani e caratterizzati da particolari fattori antropici, dispersione territoriale e isolamento) non consente di raggiungere gli obiettivi previsti.

Si tratta, argomenta la Corte, di situazioni dalla più varia complessità che però meritano attenzione perché il sacrificio imposto all’autonomia comunale non realizza quei risparmi di spesa cui è finalizzata la normativa stessa.

Come è ovvio, ci troviamo in un contesto del tutto differente rispetto a quello sanitario. Il principio è però importante e potrebbe tornare di grande utilità nei futuri confronti istituzionali sul tema: ciò che la Corte costituzionale ha ribadito è infatti l’assoluta precedenza da accordare alla cura dei preminenti diritti delle popolazioni in presenza di particolari contingenze, enfatizzando così il ruolo delle amministrazioni (e, quindi, delle comunità) locali.

Citando la Francia, dove sono state trovate risposte strutturali al problema della polverizzazione dei comuni, la Corte non a caso segnala come doverosa la cooperazione da parte del sistema degli attori istituzionali, direttamente o indirettamente coinvolti.

In altre parole, seppure le regole sono generali e astratte, comunque si deve tener conto delle condizioni oggettive dei vari territori attraverso specifiche e mirate clausole di salvaguardia.

Se il buon senso, prima ancora che il diritto, suggerisce che le considerazioni della Consulta siano applicabili per analogia alle manovre che investono la sanità, va insomma fatto sempre prevalere il superiore interesse dei cittadini. Tanto più se essi sono vittime di tagli draconiani pensati in maniera meramente ragionieristica per incidere sulla pelle viva di persone e famiglie che vivono in un’area penalizzata da tanti fattori e pesantemente provata dal terremoto.

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