a cura di Massimo Palozzi

Agosto 2022

IL DOMENICALE

SAN FRANCESCO E RIETI DIMENTICATA, CI RISIAMO

chiesa, eventi, politica

di Massimo Palozzi - Martedì la Camera ha approvato in seconda lettura il disegno di legge recante “Disposizioni per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi”, che cade nel 2026. Intervenendo in aula subito dopo il voto, l’on. Paolo Trancassini (Fratelli d’Italia) si è scagliato contro quello che ha definito “l’autoproclamato ‘governo dei migliori’” per aver lasciato fuori dai giochi la Valle Santa: “quattro santuari francescani cancellati dalla superficialità di questo esecutivo”, ha tuonato l’ex sindaco di Leonessa per denunciare “una gaffe imperdonabile che ha escluso dal Comitato nazionale che gestirà i fondi e si occuperà della programmazione le due diocesi di Rieti e Poggio Mirteto e ogni altro rappresentante del territorio”.

A ruota sono usciti con dichiarazioni di pari tenore il sindaco Daniele Sinibaldi e il presidente della Provincia Mariano Calisse. “Apprendiamo, con profondo stupore e sconcerto, quanto accaduto con il disegno di legge per le celebrazioni della figura di San Francesco”, si è lamentato il primo cittadino. Mentre un Calisse “molto amareggiato per la decisione del governo di escludere Rieti dal Comitato nazionale che gestirà i fondi, escludendo così ogni rappresentante del territorio”, ha espresso l’augurio “che nei prossimi giorni ci sia modo di rimediare”.

Il caso è esploso rapidamente e con un certo fragore, ma si tratta di una ricostruzione fedele? A parte che il testo gira da tempo, essendo approdato a Montecitorio dopo un primo passaggio senza scossoni a Palazzo Madama, la legge appena approvata prevede di celebrare la figura di San Francesco nella ricorrenza dell’ottavo centenario della morte (art. 1). Il successivo art. 2 dispone che per le finalità collegate è istituito un Comitato nazionale a cui viene attribuito un contributo di 4.510.000 euro per gli anni dal 2022 al 2028. Ai sensi dell’art. 3, il Comitato è formato da venti componenti che lavoreranno a titolo gratuito, nominati con Dpr da adottare entro sessanta giorni. Il presidente è invece nominato dal presidente del Consiglio. Gli altri componenti sono designati: due dal ministro della Cultura, due da quello del Turismo, tre d’intesa tra il titolare dell’Istruzione e quello dell’Università, uno dal ministro degli Esteri, due dalla Conferenza unificata Stato – città ed autonomie locali, due dalla Regione Umbria, due dal Comune di Assisi, uno dal vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, due dalla Conferenza di ministri generali del primo ordine francecano e del terzo ordine regolare e uno dalla Società internazionale di studi francescani con sede sempre ad Assisi. Del Comitato è inoltre componente di diritto il sindaco di Assisi.

Per poter entrare a far parte del neocostituito organismo la legge prescrive il possesso di stringenti requisiti. I membri devono infatti essere scelti tra esponenti della cultura italiana e internazionale aventi comprovata competenza e conoscenza della vita e delle opere del Santo, nonché tra rappresentanti di enti pubblici, privati ed ecclesiastici che, per le finalità statutarie o per l’attività culturale o di culto svolta, abbiano maturato una specifica competenza e conoscenza della figura da celebrare o che siano particolarmente coinvolti nella celebrazione per l’ambito territoriale, turistico o istituzionale in cui agiscono.

Una lettura del testo meno emotiva rende dunque evidente come Rieti non sia automaticamente esclusa dal Comitato, stante la possibilità per molti degli enti individuati di inserirci esperti o personalità espressione della cultura e delle istituzioni sabine. Cionondimeno, la conclamata centralità del Reatino nella formidabile avventura di Francesco avrebbe meritato di far ricomprendere in maniera esplicita Rieti e i luoghi toccati dalla sua predicazione, a fronte dell’incontestabile preponderanza formale e sostanziale riconosciuta ad Assisi e dintorni.

Dall’intera impostazione emerge chiaramente come il provvedimento sia stato pilotato dall’Umbria, regione da cui sono infatti partiti commenti entusiastici a seguito della sua approvazione. Il che pone due questioni per noi rilevantissime. La prima è la spiacevole marginalizzazione di Rieti in un programma di iniziative dove ha invece diritto di stare a pieno titolo, anche soltanto per non fare torto alla verità storica. Peraltro, sul piano sostanziale è verosimile che la levata di scudi riesca a porre rimedio a questa imbarazzante situazione. Le premesse ci sono. La stessa legge contempla l’eventualità che, oltre ai profili descritti, siano nominati fino ad altri tre componenti del Comitato nazionale. Non bastasse, in coda all’approvazione del ddl la Camera ha votato ben otto ordini del giorno (uno dei quali a firma Trancassini), la maggior parte formulati per impegnare il governo a coinvolgere nel progetto almeno le diocesi di Rieti e Poggio Mirteto. Salvo inattese resistenze, con ogni probabilità l’organismo sarà quindi integrato con una rappresentanza territoriale. Rimane comunque il vulnus politico di una sottovalutazione di Rieti e del ruolo chiave che ebbe nell’attività pastorale di San Francesco.

“Gaffe” l’hanno definita Trancassini, Sinibaldi e Calisse. In qualche misura di gaffe si tratta, ma non spiega fino in fondo come sono andate le cose. La superficialità è in effetti palese, come palese è il peso politico che ha orientato tutta l’operazione. Una constatazione del genere fa allora emergere la seconda questione, forse ancor più problematica di una legge scritta male: l’assoluta assenza di penetrazione promozionale del Reatino perfino al più alto livello istituzionale. Se governo e parlamento ignorano dove fu dettata la Regola (Fonte Colombo) e addirittura dove venne organizzato il primo presepio della storia (Greccio) è solo responsabilità loro? O c’è almeno un concorso di colpa che chiama in causa l’endemica incapacità del territorio di valorizzare i suoi tesori e veicolarne l’esistenza? Tanto più che da mesi sono in pieno svolgimento i lavori per la celebrazione dell’ottavo centenario dei due eventi che ricorrerà il prossimo anno.

Che Francesco venga universalmente percepito come assisiate è un dato acquisito. Del resto lì è nato e lì è morto. Né avrebbe senso cercare di scalfire l’immedesimazione con la sua città per alimentare una rivalità sconfitta in partenza, per quanto nell’aria risuoni forte l’eco delle parole del vescovo Pompili (“il vero Francesco è qui”): rimane San Francesco d’Assisi, il Poverello di Assisi, l’Assisiate per antonomasia. E non a caso la fraternità francescana e i centri di studio più importanti sulla sua vita e sulle sue opere si trovano in Umbria.

Partendo da questa consapevolezza, proprio qui da Format nel 2018 proponemmo l’idea di avanzare all’Unesco la candidatura della Valle Santa a patrimonio dell’umanità. Non in contrapposizione ad Assisi, ma anzi in sintonia e con il coinvolgimento della città di origine del Santo.

A distanza di quattro anni - e a maggior ragione a seguito della corriva deliberazione parlamentare di cinque giorni fa - quell’idea conserva appieno tutta la sua attualità. Lo straordinario ritorno d’immagine che già solo la presentazione di una candidatura (di cui nessuno si nasconde le difficoltà e i tempi per realizzarla) sarebbe idonea a colmare almeno in parte il gap informativo che ancora avvolge i luoghi dell’esperienza reatina di San Francesco, facendo da traino a potenzialità turistiche e imprenditoriali ad oggi inesplorate.

A inizio giugno ce la siamo presa perché il Tg5, presentando i campionati del mondo di wakeboard che si sarebbero disputati di lì a poco, mise il lago del Salto in Abruzzo. Anche allora si parlò di gaffe, di uno scivolone mediatico, puntando il dito sull’ignoranza del giornalista e non già sulla nostra insufficiente attitudine a propagandare le bellezze locali, sempre in attesa della successiva cantonata puntualmente arrivata nel volgere di poche settimane.

La vicenda delle celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di San Francesco è insomma solo la riproposizione di un canovaccio purtroppo ampiamente sperimentato. Ma come ammoniscono i grandi educatori, se gli alunni non imparano forse è un pochino pure colpa degli insegnanti.

 

14–08-2022

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