a cura di Massimo Palozzi

Gennaio 2020

IL DOMENICALE

IN RITIRO

(di Massimo Palozzi) L’ultimo ritiro in terra reatina risale a luglio, con la settimana di precampionato trascorsa al Terminillo dal Frosinone Calcio. L’anno prima era toccato al Lecce, salito in vetta per curare la preparazione estiva in vista delle fatiche del torneo di B, conclusosi trionfalmente con il secondo posto e la promozione in serie A. Cose da sportivi, insomma, lontanissime dal conclave che lunedì e martedì ha riunito lo stato maggiore del Partito democratico nell’abbazia di San Pastore, tra Greccio e Contigliano.

Per due giorni ministri, sottosegretari, parlamentari e massimi dirigenti del Pd hanno discusso della situazione politica e della ritrovata centralità del partito a vocazione governativa. La principale aspirazione dell’assise era l’elaborazione di strategie per il rilancio, dopo che il segretario Nicola Zingaretti ha annunciato l’intenzione di indire un nuovo congresso, all’esito delle elezioni regionali di domenica prossima in Calabria ed Emilia Romagna.

Pur essendo di indubbia rilevanza, ci sia consentito in questa sede di non concentrare l’interesse sui contenuti, quanto piuttosto sul metodo. I “conclavi” di partito non sono una novità e in genere vengono convocati nei momenti di appannamento, se non di crisi conclamata. Un po’ come avviene nel calcio, quando la squadra gioca male, i risultati non arrivano e la società manda tutti in qualche località isolata a riflettere sugli errori per ritrovare concentrazione e spirito di gruppo.

Lo sport insegna che simili iniziative motivazionali a volte funzionano, a volte no. Sotto questo profilo i politici dem si sono dimostrati assai disciplinati: saranno riusciti a far fruttare a dovere la cattività contiglianese? Avrà il secondo partito italiano tratto un’indicazione univoca sulla propria identità e sulla propria missione? Come cantava un famoso conterraneo, lo scopriremo solo vivendo.

Ovviamente l’amletico dubbio appassiona in tanti. Noi compresi che tuttavia, per rimanere in tema shakespeariano, preferiamo un altro aspetto della complessità dell’opera del Bardo: quello procedurale-organizzativo.

C’è del metodo in questa follia, nota Polonio quando Amleto mostra i segni di un certo squilibrio mentale. Il quesito che da sempre accompagna la tragedia è se egli sia davvero pazzo o finga solo di esserlo. E in effetti, il comportamento del principe di Danimarca si rivela molto più lucido di quanto le sue incomprensibili condotte lascino intendere ai cortigiani meno attenti.

Dove va allora annoverato il seminario reatino del Pd? Nella ragionevolezza del metodo o nell’incontrollata sregolatezza della follia? Cominciamo dai luoghi. I ritiri delle squadre sono condotti in altura e all’aria aperta. Quelli politici (soprattutto se di derivazione democristiana) in abbazie, monasteri e conventi.

Nel primo caso la scelta dipende da evidenti motivi climatici. Più complesso risulta invece l’esame della seconda opzione. L’atmosfera contemplativa gioca sicuramente un ruolo centrale: le architetture severe e il continuo richiamo a secolari gesti di meditazione, preghiera e lavoro fanno da corroborante alle riflessioni sulle azioni da intraprendere per offrire una proposta credibile ad un pubblico oggi più indifferente che disgustato.

Senza ironia, la condivisione di spazi e ragionamenti serve quantomeno a fare il punto. I contributi individuali acquistano ben altra magnitudo quando rimbalzano in assemblea (se l’uditorio è attento). Le convinzioni più radicate, i vecchi ideali e perfino i massimalismi interiorizzati in perfetta buona fede possono essere smussati e addirittura smontati di fronte ad oneste elaborazioni intellettuali di segno contrario. Dunque il metodo funziona. Non sappiamo se per il Pd di Zingaretti, ma in assoluto è una buona idea. Quella stessa che ci aveva condotto ad invocare gli stati generali dell’economia reatina per riunire intorno a un tavolo (non necessariamente in clausura) tutti gli attori operanti a vario titolo in campo economico a livello provinciale. Sarebbe una buona partenza per fare stato dell’esistente, individuare le priorità, tracciare le direttrici su cui modellare possibili interventi, coinvolgendo la fetta più ampia di rappresentanti istituzionali, amministrazioni pubbliche, associazioni di categoria, imprenditori, sindacati e corpi intermedi competenti per materia.

I segnali hanno finora rimarcato tutt’altro andazzo, plasticamente rappresentato dalla zuffa politico-mediatica di questi giorni sul commissariamento della Camera di commercio, dove maggioranza e opposizione hanno ribadito come anche le questioni della massima rilevanza siano ridotte a schermaglie tanto autoreferenziali quanto prive di reale prospettiva. Il commissariamento è una forzatura ma non maggiore del regime di prorogatio di fatto che da quasi due anni mantiene in carica organismi scaduti, il cui rinnovo era stato bloccato dalla medesima legge di riforma. Proprio questa anomalia, giustificata dalla prossima fusione con Viterbo, ha generato un passaggio che la Regione si poteva senz’altro risparmiare, ma che ha paradossalmente ridato un crisma di dignità formale alla Cciaa reatina, ancorché attraverso il ricorso a una misura eccezionale.

Un minimo di scaltrezza farebbe allora cogliere la mossa della Pisana nel senso di un’opportunità, non del preludio a una liquidazione. Accapigliarsi su questo dettaglio ha palesato tutta la piccineria di microinteressi che alla fine saranno spazzati via ad aprile sia se la Corte costituzionale non rileverà l’illegittimità del provvedimento che ha disposto gli accorpamenti sia che, al contrario, annullerà la riforma, salvando l’ente di via Borsellino che allora dovrà comunque dotarsi di un nuovo management.

Questa è la vera battaglia: il mantenimento della Camera di commercio in caso di sentenza negativa della Consulta.

Residuano tempi (pochi, per la verità) e modi per definire una linea comune sulla quale attestarsi per arrestare la regressione e avviare il recupero. Cominciando magari da un coordinamento dei rappresentanti nazionali espressione più o meno diretta del territorio, che finora hanno invece marciato in rigorosa separazione.

Il fatto di appartenere a esperienze e formazioni politiche così diverse non aiuta certamente a mettere insieme un discorso di sintesi. Nemmeno è però pensabile che i quattro deputati siano mai stati capaci di promuovere una seria iniziativa collegiale finanche su temi sensibili e inclusivi come appunto la salvaguardia della Camera di commercio o la ricostruzione post-terremoto. L’estemporaneo emendamento dell’on. Paolo Trancassini (Fratelli d’Italia) presentato per rinviare l’accorpamento Viterbo-Rieti, con accluso invito all’unità d’intenti rivolto al collega Fabio Melilli (Partito democratico), che sarà relatore in aula del decreto “milleproroghe” e che dal canto suo gli ha riservato una gelida accoglienza, dimostra una volta di più come si avanzi alla spicciolata. L’unica affinità che abbiamo imparato alcuni giorni fa, in occasione della celebrazione dei 120 anni del sodalizio biancoceleste, è l’appartenenza dello stesso Trancassini e Gabriele Lorenzoni (Movimento 5 stelle) al ricostituito Lazio Club di Montecitorio, presieduto proprio dall’ex sindaco di Leonessa. Per il resto, notte fonda. Con Melilli e Alessandro Fusacchia (alle origini +Europa, ora in cerca di collocazione) niente a che spartire.

Peccato, perché un allineamento astrale di tale portata, che nel 2018 ha permesso l’elezione di ben quattro parlamentari reatini, difficilmente si ripeterà in futuro. Se passerà il referendum sul taglio di deputati e senatori, è anzi probabile che per lungo tempo Rieti non sarà proprio più rappresentata nelle Camere.

 

19-01-2020

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