a cura di Massimo Palozzi

Agosto 2021

IL DOMENICALE

RECUPERARE IL PASSATO PER PROGETTARE IL FUTURO

di Massimo Palozzi -  Se, come pare, la Fiera Mondiale Campionaria del Peperoncino riuscirà dove non è arrivato nemmeno Sant’Antonio, lo scopriremo nelle prossime ore. Prosegue infatti serrato il tavolo interistituzionale per poter ospitare nell’abituale scenario del centro storico la decima edizione della manifestazione, in programma dal 1° al 5 settembre dopo l’annullamento dello scorso anno causa Covid. Porterebbe nel caso una boccata d’ossigeno all’indotto e una nota di colore in un’estate assai pigra sul fronte dell’offerta turistica tra Rieti e Terminillo, senza nemmeno un clown a distribuire palloncini ai bambini, per dirla con le parole del Pd in graffiante polemica contro l’assenza di iniziative da parte del Comune.

Male che vada, la Fiera si svolgerà nell’area dell’ex Zuccherificio, dove già sono stati effettuati i lavori di pulizia per allestire gli stand e gli spazi destinati alle esposizioni, ai convegni e al pubblico. Per i reatini si tratterebbe di un balzo indietro nel tempo, all’epoca delle Feste del Secolo d’Italia (il quotidiano del Msi – An) organizzate per tutti gli anni Novanta e i primi del Duemila dall’allora leader della destra locale Guglielmo Rositani. In realtà sempre a lui si deve l’idea e l’abbrivio della kermesse dedicata al peperoncino, il cui testimone è ora passato al figlio Livio.

Il flash-back susciterà forse a qualcuno la nostalgia per quelle sonnacchiose estati movimentate per una settimana dai vari eventi della Festa del Secolo. Al sentimento collettivo dovrebbe invece suonare come monito per la pervicace incapacità di restituire decoro e pubblica utilità al complesso industriale che dalla fine dell’Ottocento aveva lanciato Rieti nel firmamento della produzione saccarifera nazionale contando sul formidabile indotto della coltivazione della barbabietola nella Piana. Un’avventura nata dal genio visionario del principe Giovanni Potenziani, unito alle abilità imprenditoriali di Emilio Maraini e durata fino al 1973, quando il primo zuccherificio d’Italia venne definitivamente chiuso. Da quel momento sembra che dell’enorme complesso in fondo a viale Maraini le amministrazioni a vario titolo competenti abbiano perso memoria, lasciandolo nell’incuria più assoluta e senza spiragli di recupero. Quindi, bene che se ne sia tornati a parlare anche se unicamente per impulso di un privato e per una rassegna avulsa dalla sua destinazione effettiva, per di più circoscritta a una manciata di giornate. Se non farà da location per i dieci anni di “Rieti Cuore Piccante”, l’eventualità di un suo utilizzo, ancorché temporaneo, è almeno servita a risvegliare l’interesse e armare di ramazze gli operai per conferire un minimo di decenza al sito ormai assorbito nel pieno del tessuto urbano.

Purtroppo l’ex Zuccherificio non è un caso isolato. Esempi di deteriorata archeologia industriale punteggiano la città, accompagnati adesso dai diversi edifici resi inagibili dal terremoto e in attesa di un difficile restauro. La storia di palazzo Javarroni è in questo senso paradigmatica. L’imponente costruzione all’incrocio tra via della Verdura e via delle Molina giace da decenni in totale abbandono (ma sono tanti i palazzi storici nelle stesse condizioni, basta farsi una passeggiata in via San Francesco). Per questo ha suscitato un entusiasmo ai limiti del giubilo la recente notizia del finanziamento destinato al suo restauro a cura dell’Ater che ne è proprietaria. I fuochi d’artificio sparati per un singolo palazzo, peraltro estremamente pericoloso per come è ridotto, lasciano insomma intendere che recuperi su vasta scala rimangano ancora in mente Dei. Certamente non in quella degli amministratori, assorbiti a fronteggiare le emergenze e a gestire l’ordinario, mentre tutto intorno la situazione peggiora tra degrado urbano e mancanza di prospettive, contro cui gli autoincensamenti mediatici hanno davvero vita breve.

Dopodomani ricorrono i cinque anni dal terremoto che ha colpito il centro Italia. La distruzione di Amatrice ne è l’immagine più rappresentativa e non è un caso che il presidente del Consiglio Mario Draghi sarà proprio lì a testimoniare la presenza e l’impegno dello Stato per una ricostruzione appena abbozzata.

La situazione di Amatrice, Accumoli e degli altri centri sconvolti dal sisma del 24 agosto 2016 non è ovviamente equiparabile ai danni subiti dal capoluogo. E altrettanto imparagonabile è lo sforzo per il ritorno allo status quo ante, spesso grottescamente immaginato con punte di ambizione ai limiti del pretenzioso. Come l’indirizzo contenuto nei Piani di ricostruzione di fabbricare le case con le pietre originarie crollate a seguito delle scosse. Subito dopo il terremoto si sono contati molti interventi per mettere al sicuro i beni del patrimonio artistico scampati alla furia della terra tremante: statue, dipinti e altre opere si è provveduto a ricoverarle al sicuro in attesa di una degna ricollocazione. Esclusi pochi frammenti, il resto dei detriti è invece stato raccolto e portato via. La lentezza delle operazioni di sgombero delle macerie ha costituito proprio uno dei fronti polemici che in questi cinque anni hanno accompagnato le lunghe fasi della ripartenza. Ora si scopre che i materiali sono irrecuperabili, smaltiti nelle discariche o rigenerati attraverso i processi della cosiddetta edilizia circolare e reimmessi sul mercato. Un bel business, insomma, con tanti saluti al bel sogno (ma forse non poteva essere che tale) di riavere Amatrice con le sue pietre primigenie.

A Venzone, in provincia di Udine, il devastante terremoto del 1976 fece crollare il campanile del trecentesco duomo gotico. Le quasi diecimila pietre che lo componevano furono conservate, catalogate, numerate e infine impiegate per riedificarlo con i pezzi originali. Con esiti opposti anche a Rieti negli anni Trenta fu tentata un’operazione simile. L’antico ponte Romano, ampiamente rimaneggiato nel corso dei secoli, si rivelava ormai inadeguato a fronteggiare le ricorrenti “pianare”. Di conseguenza ne fu deciso l’abbattimento, con l’intenzione però di avvalersi degli stessi materiali per rifarlo più grande e funzionale. Nel 1927 prese allora avvio la catalogazione delle pietre che componevano l’infrastruttura, ma ben presto l’impresa si rivelò impossibile da portare a termine. Così tra il 1932 e il 1936 il ponte venne smantellato e i blocchi di travertino poggiati sul fondo del Velino da cui ancora oggi emergono. Al suo posto ne venne realizzato uno nuovo, aperto nel 1939 in piena epoca fascista con il nome di ponte XXVIII Ottobre come omaggio alla marcia su Roma del 1922, a sua volta fatto saltare dai tedeschi in ritirata nel 1944. Evidentemente l’anastilosi non è disciplina praticata con troppa fortuna dalle nostre parti.

Sempre con il proposito di migliorare l’esistente, giusto un anno fa il sindaco di Rieti Antonio Cicchetti aveva anticipato la costruzione di una nuova moschea, indicandone l’ubicazione intorno al quartiere Micioccoli e rivelando di aver contatto l’archistar Paolo Portoghesi che nella sua luminosa carriera ha progettato le grandi moschee di Roma e Strasburgo.

L’assunto di base era che il luogo di preghiera, ospitato per uno dei non rari paradossi della storia in un ex convento benedettino in via Nuova, non fosse idoneo alle esigenze dei fedeli musulmani, il cui numero ha superato a Rieti e provincia le tremila unità. Nella notte tra il 15 e il 16 marzo 2014 la moschea subì pure un raid vandalico con il furto delle offerte, la distruzione di arredi e suppellettili e l’empietà del Corano bruciato.

Espressioni di sdegno e solidarietà con la comunità islamica si levarono immediatamente da destra a sinistra. Furono partecipazioni di vicinanza sincere. Che Rieti sia una città aperta all’accoglienza lo dimostrano d’altro canto non solo le campagne della diocesi sul dialogo interreligioso ma anche i luoghi di culto disseminati in città (l’ultima è la caratteristica chiesa ortodossa romena aperta ai fedeli lo scorso 23 aprile a Campoloniano) e i settori ebraico e musulmano del cimitero cittadino inaugurati dallo stesso Cicchetti il 1° novembre 2001.

Su quell’annuncio è poi calato il silenzio fino allo scorso marzo, quando è tornato a parlarne il primo cittadino per spiegare che i responsabili della moschea si erano attivati allo scopo di ampliare i locali utilizzando gli spazi attigui, occupandosi pure del restauro dell’adiacente chiesa di San Benedetto “senza alterarne la finalità”. Portoghesi e la nuova moschea si sono insomma rivelati un ballon d’essai ferragostano. Del resto, notano i critici, se non si riesce a ricollocare le scuole indebolite dal terremoto e già finanziate, qualsiasi operazione di più ampio respiro condotta dalla mano pubblica è inevitabilmente destinata a restare lettera morta.

 

22-08-2021

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