a cura di Massimo Palozzi

Giugno 2019

IL DOMENICALE

QUEI PONTI SUL VELINO

città

(di Massimo Palozzi) Martedì il Comune ha chiuso per qualche ora la passerella pedonale di San Francesco per non meglio precisati lavori di manutenzione, probabilmente per fissare alcune tavole divelte. Pur essendo stato costruito solo pochi anni fa, il ponte sul Velino che collega il Borgo a piazza San Francesco ha già alle spalle una vita complicata e percorrerlo non lascia mai indifferenti. Perché quelle assi di legno calcinate dal sole e dagli agenti atmosferici, con i chiodi arrugginiti a vista e il rumore sordo che si alza ad ogni passo, non offrono proprio un’immagine di solidità. Che siamo portati a ritenere garantita (in caso contrario il transito non sarebbe permesso) ma come si dice in questi casi, anche l’occhio vuole la sua parte.

Quando venne allestito si poteva oggettivamente fare di meglio, magari realizzando un piano di calpestio un filino meno grezzo. Lo si voleva in stile rustico d’antan a contrasto con l’asciutta intelaiatura metallica di contorno? Benissimo, ma il risultato tutto sembra fuorché una raffinata opera vintage.

Che non si tratti solo di una questione estetica è testimoniato dai diversi interventi di sistemazione a cui viene periodicamente sottoposto e dalle ripetute segnalazioni dei reatini preoccupati per il suo stato. Il ponte è dedicato a mons. Angelo Pietrolucci, a lungo parroco di San Michele Arcangelo, la chiesa che sorge proprio lì, all’imbocco della passerella in piazza Cavour. Leonessano di origine, con il suo volto intagliato, i modi risoluti e la camminata claudicante, don Angelo ha guidato con sincero amore di pastore le famiglie della sua parrocchia nella seconda metà del secolo scorso, lasciando in chi lo ha conosciuto una traccia profonda. Scelta migliore non poteva quindi essere fatta quando due anni fa gli è stato intitolato il ponticello in occasione dell’anniversario del bombardamento del Borgo da parte dell’aviazione alleata, che il 6 giugno 1944 rase al suolo parte del rione provocando la morte di ventisette civili e di quindici militari tedeschi pronti alla ritirata verso il nord Italia.

Peccato solo quello stato di abbandono percepito quando lo si attraversa, amplificato dalla vegetazione un po’ troppo selvaggia dei dintorni. Nonostante sia solo pedonale, il piccolo ponte svolge infatti davvero un buon servizio, in quanto mette in comunicazione la zona che arriva fino al parcheggio all’incrocio tra via della Cavatella e la Salaria con il quadrante centrale della città, dove subito si incontra la piazza con la chiesa di San Francesco (che custodisce la statua del veneratissimo Sant’Antonio) e il liceo scientifico.

Ma come stanno nell’insieme i ponti di Rieti? Il più famoso in realtà non esiste. Ponte Romano, di cui affiorano solo rare vestigia adagiate sul fondo del Velino a dare ospitalità alle oche e alle loro uova (e purtroppo anche ai vigorosi topi che vi scorrazzano), è solo un reperto annoverato tra i monumenti nazionali italiani. Ciclicamente si ripropone il tema di un qualche restauro o valorizzazione artistica, al momento ferma all’impianto di illuminazione a led inaugurato l’11 marzo 2017 in accoppiata con la passerella di San Francesco. L’impatto visivo risulta nel complesso gradevole sia di giorno che di notte, ma il sostanziale abbandono in cui versa lascia filtrare la persistenza di politiche contraddittorie nei confronti dei beni storico-architettonici.

Databile al terzo secolo avanti Cristo, il possente manufatto della lunghezza di circa 39 metri rappresentò per oltre due millenni il corridoio di accesso al cuore di Rieti per chi proveniva da Roma. Nel tempo subì numerosi interventi che dall’epoca medievale lo arricchirono per un periodo persino di botteghe tipo Ponte Vecchio a Firenze e torri di guardia innalzate e abbattute di continuo (l’ultimo cassero venne demolito nel 1883), finché nel tardo Ottocento la scarsa altezza delle sue tre arcate, di cui quella centrale con luce più ampia rispetto alle laterali, cominciò a rivelarsi insufficiente a contenere il deflusso delle acque che, in caso di piogge abbondanti, non di rado invadevano la sede stradale.

In un comprensorio colpito da ricorrenti inondazioni (le cosiddette “pianare”) e non ancora del tutto bonificato né protetto dalle dighe del Salto e del Turano terminate solo nel 1939, il massiccio disboscamento per la messa a coltura dei terreni a monte aveva fortemente limitato la tenuta delle naturali difese idrogeologiche. Il conseguente progressivo accumulo di detriti determinò così l’improvviso innalzamento del letto del fiume, sul cui corso il ponte si poneva come un ostacolo quasi insormontabile.

In seguito all’alluvione del 1923, che aveva distrutto per l’ennesima volta i parapetti isolando come al solito la città, se ne decise pertanto l’abbattimento. All’inizio si pensò di ricostruirlo più grande utilizzando gli stessi blocchi di pietra, che nel 1927 furono per questo accuratamente catalogati. L’impresa si rivelò tuttavia troppo impegnativa e si optò allora per un altro collegamento proprio lì accanto, all’insegna di più moderne tecniche realizzative. Tra il 1932 e il 1936 l’antico ponte venne smantellato. Dei grossi blocchi di travertino lunghi circa un metro ci si liberò depositandoli sul greto del fiume e al suo posto ne fu eretto uno nuovo in cemento armato, inaugurato nel 1939 ma dall’esistenza effimera, perché nel 1944 i tedeschi in ritirata lo fecero saltare. Solo negli anni Cinquanta venne infine riedificato con le attuali sembianze (nel frattempo era stato sostituito da una impalcatura in legno).

Sempre in pieno centro, ancora agli inizi del Novecento nello spazio ora occupato dal parcheggio di piazza Vittorio Bachelet, alle spalle della chiesa di San Nicola, scorreva la cavatella di Fiume de’ Nobili, un ramo del Velino scavalcato dallo storico ponte a due archi di Santa Lucia. Nell’ambito dei drastici provvedimenti presi per contenere la furia delle acque, la cavatella venne interrata sul finire degli anni Venti con la costruzione di una diga a monte dello stesso ponte, che quindi sparì insieme al corso d’acqua.

Lo sviluppo della Rieti moderna coinciso con il piccolo boom industriale legato alle provvidenze della Cassa per il Mezzogiorno, trovò invece come ideale simbolo il ponte Giovanni XXIII, che connette viale Matteucci con via Sacchetti Sassetti. Gettato ad una campata negli anni Sessanta, dopo il crollo del ponte Morandi a Genova il 14 agosto dell’anno scorso si sono moltiplicati i messaggi di cittadini allarmati per le condizioni della struttura, segnata dall’usura in vari punti. Anche in questo caso diamo per scontato che corrisponda in pieno ai canoni di sicurezza, altrimenti non sarebbe aperta al traffico, ma è comprensibile l’ansia della gente, a maggior ragione dopo le importanti operazioni di recupero degli argini del fiume nell’area sottostante che stava cominciando a diventare il dormitorio e il rifugio di fortuna per alcuni senzatetto (una vera novità per Rieti).

Giorni fa il deputato 5 Stelle Gabriele Lorenzoni ha anticipato che è stata registrata alla Corte dei Conti la convenzione siglata a Palazzo Chigi il 19 dicembre 2017 tra il governo e il Comune per l’utilizzo dei fondi relativi al progetto Rieti 2020. Si tratta di un programma predisposto dalla precedente giunta Petrangeli nel quale è previsto un piano di rigenerazione urbana distribuito su tredici interventi per complessivi 20,4 milioni di euro, di cui 15 di parte pubblica e il resto a carico dei privati.

Tra i lavori proposti, la nuova amministrazione ha indicato come prioritari quelli per la messa in sicurezza di ponte Cavallotti sulla Salaria, nei pressi di Porta d’Arce. L’opera vide la luce all’alba del ventesimo secolo ed è tuttora strategica nel dipanarsi della rete viaria cittadina. Da condividere quindi la prospettiva di una sua riqualificazione, per quanto tardiva, che riguardi pure la pista ciclabile tracciata al di sotto.

Altrettanta attenzione merita il ponte in via Loreto Mattei parallelo all’eponimo Ponte di Ferro riservato al passaggio dei treni e con il quale forma l’unico esempio di complesso infrastrutturale a tripla destinazione da quando alle funzioni tradizionali, ferroviaria e stradale, si è affiancato il tavolato per pedoni e ciclisti utilizzato da ultimo come sbocco della pista ciclabile (non sempre fruibilissima a causa dell’erba alta e dei rifiuti lasciati dai soliti incivili).

Il ponte risale al 1946 e nel 2001 restò chiuso a lungo per importanti lavori di consolidamento che a qualcuno sono tuttavia parsi non risolutivi, principalmente in relazione alla situazione creatasi da quando è stato aperto lo svincolo della superstrada Rieti-Terni che ha dirottato su via Loreto Mattei un notevole flusso di traffico. Già l’anno scorso, all’indomani della tragedia di Genova, c’era ad esempio chi denunciava sulla stampa lo sprofondamento di uno dei piloni, caldeggiando ulteriori misure di salvaguardia se non addirittura l’idea di farne uno nuovo: un’infrastruttura pensata per il traffico da e per la Piana degli anni Cinquanta e Sessanta non può d’altra parte non mostrare i segni e le inadeguatezze dell’età.

Chiudono questa rapida carrellata due passerelle ciclopedonali. La prima è stata inaugurata il 15 luglio 2013 in occasione dei Campionati europei juniores di atletica leggera e con pieno merito dedicata nel 2017 al compianto patriarca dell’atletica reatina Andrea Milardi, ad un anno dalla scomparsa.

Finanziata da Acea, Unioncamere Lazio e Fondazione Varrone, congiunge piazzale Leoni con via Velinia lungo la Giorlandina, sebbene la scarsa efficienza del sistema illuminante lamentata anche di recente, la renda quasi infrequentabile di notte. Non solo. Esattamente un anno dopo il suo esordio, il 15 luglio 2014 rimase chiusa al transito in virtù di un’ordinanza sindacale emessa per l’esecuzione di prove dinamiche dopo che diversi utenti ne avevano segnalato la particolare mobilità in reazione alle sollecitazioni dovute al passaggio di persone e biciclette.

L’altra passerella è quella prevista come concambio a carico della società che ha realizzato la minicentrale idroelettrica all’altezza delle chiuse di Foro Boario. Il modesto valore dell’opera (appena cinquantamila euro) ha fornito lo spunto mesi fa per una polemica aperta da esponenti del centrodestra sulla congruità della contropartita ottenuta dal precedente governo municipale di centrosinistra, a fronte comunque di un investimento economico importante: con i suoi 3,8 milioni di euro, la centrale era considerata infatti la capofila dell’intera serie di misure varate nell’ambito dell’iniziativa Rieti 2020 e del cosiddetto Parco Circolare Diffuso, di cui il ponticello costituisce proprio la prima installazione.

 

23-06-2019

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