Febbraio 2022

L'editoriale di Stefania Santoprete

Quasi in volo

All’ inizio arrivò come una febbre. Una febbre incalzante ed ossessiva. Il bisogno di capire, tentare di comprendere, sapere conoscere, studiare, essere preparati per questo uragano che ci aveva travolto scompaginando la nostra quotidianità, colpendoci alle spalle, lasciandoci senza aria nei polmoni anche solo simbolicamente, oltre che fisicamente.

E fu infodemia.

Come farne a meno? Fame di informazione. Indigestione di notizie, talvolta deformando la realtà, lasciando penetrarne di false… Ascolto ininterrotto di tg, programmi specifici, momenti di intrattenimento con virologi, infettivologi, immunologi, acquisizione di norme comportamentali: come si lavano le mani? Pensare che avevamo dato per scontato il saperlo fare!

9 Marzo 2020, l’annuncio di Conte “Non ci sarà più zona uno e zona due, ma un’Italia zona protetta”: arrivò il lockdown e noi a vederne il lato positivo con i canti ai balconi, le pagnotte fragranti (la ricerca del lievito!), le videochiamate, mentre il pallottoliere alla tv avrebbe via via segnato nuovi record negativi.

E noi nuovamente lì a rimbalzare bollettini di guerra, a veder spegnersi il sorriso, a scoprire l’illusione di quell’ ‘Andrà tutto bene’ che risuonava evocando una falsa data prossima di scadenza.

Gel, alcol, guanti, mascherine, pronti alla sfida: tornare in campo per ricominciare. Pause stagionali, ipotizzando un mondo che avesse la parvenza di quello lasciato.

Il calendario perdeva i suoi fogli, noi via via il coraggio e la resistenza.

Birilli che cadevano giù.  Serrande abbassate. Lucchetti chiusi. Conti in rosso.

E qualcuno in più a mancare all’appello.

Un prestigiatore, finalmente insieme al coniglio, tirò fuori dal cappello il vaccino e la festa scoppiò: si urlò al miracolo, si corse ad acquistare il biglietto per un traghetto che ci avrebbe condotti all’altra sponda della storia, in una terra asettica e protetta, dalla vegetazione lussureggiante e frutti maturi e commestibili.

Fummo chiamati alla replica, poi qualcuno chiese anche il... bis.

In sottofondo il mormorio non cessò. Dotti medici e sapienti vomitarono parole e accuse, rivendicando il possesso della sola verità. E noi lì a cospargerci il capo di cenere, a pensare di non esserci posti troppe domande ad aver dato libero accesso alle nostre esistenze… e di nuovo tentare di capire, sapere, conoscere… Fin quando scoprimmo che il virus più che intorno era ormai nelle nostre teste, un virus globale per il quale difficilmente qualcuno avrebbe scoperto un antidoto.

Ed allora l’urlo sconvolse il frastuono: basta!  Gli alunni disciplinati, obbedienti e ligi ruppero le righe e sciamarono altrove. Si rifiutarono di vivere come una colpa il bisogno di normalità che avvertivano, occuparono le strade, i negozi, i teatri, i campi sportivi. Una sola parola a caratteri cubitali fu proiettata sulle pareti ‘Disintossicazione!’ a cui immediatamente fece eco ‘Leggerezza!’. Qualcuno espose un cartello “Severamente vietato parlare di covid, 20% di sconto per chi paga senza fiatare”, qualcun altro prese il telecomando e spinse un tasto ‘Metti un po’ di musica leggera perché ho voglia di niente, anzi leggerissima’: Sanremo come seduta attiva di psicoterapia, benefico per la sfera psichica (affermazione della Società italiana di psichiatria). Perché la salute mentale degli italiani, dopo due anni in cui non si è parlato d’altro, è in serio pericolo. La ricetta? Evasione. Questo bisogno non ci renderà migliori, ne sono convinta, ma forse si rivelerà ‘balsamico’.

(Speravate di leggere qualcosa di più profondo? Dispiace ma… “Salvarla quando gira il vento / Giurare il falso incrociando le dita / Però salvarsela la vita”!)

 

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