a cura di Andrea Carotti

Aprile 2024

PICCOLO GRANDE SCHERMO

QUARTO POTERE DI ORSON WELLES

cinema

“Tutto avrà nome e potere e il potere volontà e la volontà desiderio e il desiderio lupo universale assecondato doppiamente dalla volontà e dal potere farà dell’intero universo la sua presa per poi alla fine divorare sé stesso.”
(William Shakespeare)

IL DESIDERIO E LA GIOIA IN TRAPPOLA
di Andrea Carotti - La parabola di Charles Foster Kane, magnate dell’editoria, demagogo, carismatico americano è una traiettoria aleggiata dal manque, un incurabile malore da cui la coscienza umana è inesorabilmente affetta. Sin da subito la macchina cinema ridimensiona lo spazio vitale del piccolo Charles confinandolo aldilà della finestra di casa mentre gioca sulla neve, quella finestra-mondo che è l’essenza del cinema, ma noi siamo di qua, all’interno delle mura domestiche dove gli adulti stanno innescando il destino infelice del bambino. Privato dell’infanzia, viene allevato dal capitale e istruito sull’arte manipolatoria; il potere che esercitano i mass-media, del resto, è proprio quello di manipolare lo sguardo, le informazioni, le opinioni (doxa) a dispetto della veritas (esiste?). Il film stesso si rivela un atto manipolatorio in cui si cerca, attraverso diversi flashback dei personaggi più vicini a Kane, di ricostruire la sua vita come fosse un puzzle per poi arrivare a decifrare il significato dell’ultima parola da lui pronunciata: “Rosebud”. Punti di vista differenti che sembrano dirci, però, di più su chi racconta e sempre meno sul soggetto d’interesse ed ecco allora che la messa a fuoco totale (panfocus) della macchina da presa sulla storia mostra tutto ma non ci fa comprendere nulla. Noi stravediamo nel mondo espressionista di Welles ottenendo, nostro malgrado, solo pressioni ed impressioni. Quale è la verità? Chi era veramente Charles Foster Kane? Un essere pieno di sé che scopre ogni volta di essere vuoto nella misura in cui, per essere, deve fare spazio a ciò che vuole per sé: a ciò che desidera per se stesso. In questo modo due specchi si riflettono all’infinito perché la coscienza è un riflesso, ma in quanto tale è riflettente. Da questo buco ontologico esce il desiderio, fonte di ogni struggimento e anelito, più o meno soddisfatto o insoddisfatto e l’apice di questo discorso se l’arroga la sequenza con il secondo amore di Kane, Susan Alexander, la quale ha il sogno di fare la cantante e il compagno cerca di realizzarlo: lei si esibirà nei palcoscenici teatrali ma pioveranno molte critiche relative alla voce poco intonata di lei (tradimento dell’essenza della musica) e nonostante questo vediamo Kane (stonato anche lui in quanto traditore dell’essenza della politica) applaudirla come posseduto dallo spettro del bambino pieno di sogni che non fu mai del tutto. In Quarto Potere non una sola inquadratura è lasciata al caso. La macchina da presa, come dice Cocteau, è sempre nel punto da dove il destino in persona osserverebbe le sue vittime. L’eternità del classico non ha contemporaneo, il tentativo del giovane prodigio di racchiudere nell’opera prima tutta un’esistenza trascende l’estremo: ascesa e caduta, fama e solitudine. Quelle di Quarto Potere sono immagini che non ci sembra di possedere mai del tutto, sempre sfuggenti, preda del dubbio tra verità e menzogna. Tra apollineo e dionisiaco, il cineasta apre i nostri occhi sulla bellezza della forma e ci sconvolge con il disorientamento e frastuono del caos. A noi spettatori erranti non rimane che farci attraversare dai significanti di Rosebud. È solo il nome dello slittino con cui il piccolo Charles giocava? È il simbolo del tempo perduto? Può essere il rifugio che, sebbene colmo di malinconia e sofferenza, ognuno di noi ha bisogno di prendere per arrivare alla gioia. Non intesa come felicità, ma come letizia.

“Vengo, non so da dove. Sono. Non so chi. Muoio, non so quando. Vado, non so dove. Mi stupisco di essere lieto.” Anonimo Medievale

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