Dicembre 2020

SALUTE

PLASMA IPERIMMUNE: UNA SPERANZA?

salute, sanità

(di S.Santoprete) Il plasma da soggetti convalescenti è stato utilizzato in un recente passato durante le epidemie di SARS nel 2002 ed Ebola nel 2015, e negli ultimi mesi sono stati pubblicati su diverse riviste scientifiche i risultati di alcuni studi clinici internazionali ed italiani. Inoltre, diverse sperimentazioni cliniche in corso nel mondo stanno cercando di verificare se la terapia con il plasma iperimmune sia efficace. Abbiamo chiesto alla dottoressa Anna Rughetti, reatina, attualmente responsabile f.f. di tutte le strutture Trasfusionali dell’Asl Abruzzo (L’Aquila, Avezzano Sulmona), che ha iniziato da qualche tempo la raccolta di plasma iperimmune da pazienti guariti dal Covid-19, di spiegarci come potrebbe un guarito dal contagio donare il suo plasma.

“Una premessa. A livello nazionale e regionale ci siamo tutti coordinati con il Centro Nazionale Sangue che, a sua volta, coordina tutti i Centri Trasfusionali. Il plasma è un farmaco che non viene prodotto sinteticamente e non può essere sprecato, dobbiamo quindi avere gli stessi standard di qualità, di sicurezza, di disponibilità a livello nazionale e garantire eventuali scambi. Abbiamo sottoposto questo protocollo al nostro Comitato etico poiché si tratta di una terapia non standardizzata, per la quale occorrono i consensi scritti sia da parte del donatore che del paziente ricevente. I criteri di selezione del donatore prevedono che sia possibilmente di sesso maschile (le donne con precedenti gravidanze possono sviluppare altro tipo di anticorpi), paziente guarito dal Covid-19 almeno da 28 giorni, negativo al tampone per la ricerca di Sars-CoV-2, di età compresa tra i 18 e i 65anni. Il criterio fondamentale è avere un quantità di anticorpi neutralizzanti il virus, superiore a 1:160. Paradossalmente tra aprile e maggio ne abbiamo arruolati circa 35 ma solo uno è risultato essere idoneo. Dietro quindi c’è un grande sforzo sebbene ci siano persone di buona volontà che pian piano si offrono per la raccolta”.

L’efficacia è stata testata? Abbiamo risultati significativi?
“La terapia con plasma convalescente è ancora da considerarsi “sperimentale” e il suo impiego al di fuori di studi clinici, si configura come un cosiddetto “uso compassionevole”. Inizialmente negli anni passati, è stata proposta ed applicata con successo in pazienti affetti da SARS e da Mers, quindi non proprio una novità. Quando il nord Italia ha affrontato quella terribile ondata di morti, si è tentata questa strategia, sembra con buoni risultati. L’eventuale efficacia della stessa potrà essere dimostrata solo dai risultati di studi clinici che mettano a confronto pazienti trattati con plasma iperimmune e pazienti trattati con altra terapia. Certo una cosa è chiara: tutto questo può avere un significato in attesa degli anticorpi monoclonali prodotti sinteticamente rivolti verso le proteine del virus per combatterlo. Rimane la grande difficoltà nel reperire donatori idonei: costituisce un grande problema. Nel frattempo si va avanti, sebbene il primo limite dell’uso del plasma sia la fase della malattia in cui si posiziona, ovvero che il paziente non risponda alle terapie ufficiali messe appunto fino ad ora, sia rapidamente ingravescente, che non abbia ancora prodotto i propri anticorpi. Proprio ieri abbiamo selezionato una nostra paziente che ha da circa 10 giorni un’infezione da SARS-CoV-2, affetta da una concomitante patologia autoimmune La sua malattia viene trattata con dei farmaci che bloccano la produzione di anticorpi e per questo motivo non è in grado di sviluppare autonomamente una risposta anticorpale capace di combattere la riproduzione del virus e impedire le sue conseguenze più gravi. La tratteremo con quel poco di plasma raccolto. I protocolli prevedono che vada infuso per 3 giorni in successione. Gli eventuali risultati dovrebbero essere visibili a breve”.

Opportuna la precisazione del paziente ‘ideale’: non a tutti quindi può essere somministrato il plasma iperimmune, nonostante ci possa essere la volontà di ricorrere ad una cura compassionevole, potrebbero non sussistere le caratteristiche adatte alla terapia.

Quanto tempo intercorre tra la selezione del donatore e il prelievo?
“Dopo una preselezione con test preliminari appuriamo se gli anticorpi prodotti siano in grado di neutralizzare il virus. Prima che questi scendano, abbastanza rapidamente, convochiamo i guariti. Abbiamo avuto diversi donatori di Rieti. Stiamo lavorando alacremente perché purtroppo non si tratta di un’operazione standard in cui rientrano tutti i donatori di sangue: la proporzione è di una sacca di plasma iperimmune su 100 di sangue. Ogni Regione tutela inizialmente i propri utenti, ma se serve contribuire alla guarigione di un paziente non esistono confini.”

Come mai il reclutamento non è stato accompagnato da un’adeguata campagna di comunicazione su tutto il territorio nazionale?
“Perché altrimenti si rischierebbe di riempire i centri trasfusionali di gente motivata ma non idonea e magari l’unico soggetto utile sfugge. Con i filtri giusti, evidenziandone i criteri, può essere fatto, così come accaduto a L’Aquila. Sono poi moltissimi gli operatori sanitari che hanno donato il plasma iperimmune soprattutto nelle fasi più critiche di ogni regione.”

Come si ha l’esatta percezione delle quantità disponibili?
“Dobbiamo comunicare giornalmente le nostre disponibilità di sangue e di plasma, ma, per quanto riguarda il plasma, dobbiamo farlo ogni settimana a livello regionale e nazionale, con una rete trasfusionale nazionale che cerca di utilizzare al meglio le poche risorse disponibili”.

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