a cura di Massimo Palozzi

Marzo 2021

IL DOMENICALE

PIÙ POTERI A ROMA: UN RISCHIO O UN’OPPORTUNITÀ PER RIETI?

città, politica

di Massimo Palozzi - Nella seduta di giovedì della Commissione Affari costituzionali alla Camera dei deputati era calendarizzato l’avvio dell’esame del pacchetto di norme finalizzate a riconoscere a Roma Capitale poteri speciali analoghi a quelli di una Regione sul modello di Londra, Parigi e Berlino. Se sul punto le forze politiche hanno trovato una larga convergenza, non sarà comunque facile articolare i testi definitivi, coordinando le proposte già depositate. La Commissione lavorerà infatti lungo un duplice binario legislativo: una revisione costituzionale da un lato e tre leggi ordinarie dall’altro per adeguare lo Statuto e per conferire a Roma maggiore autonomia nell’accesso diretto ai fondi nazionali ed europei. A riforma compiuta, il presidente dell’Area metropolitana verrà eletto direttamente dai cittadini, mentre i Municipi dovrebbero guadagnare lo status di Comuni metropolitani a cui il sindaco delegherebbe una serie di competenze e risorse.

Soprattutto la riscrittura del comma 3 dell’art. 114 della Carta (che individua Roma capitale della Repubblica con il suo ordinamento disciplinato da una legge dello Stato) comporterà le principali difficoltà pratiche, malgrado l’intesa multipartisan ribadita dai pronunciamenti conformi del Consiglio comunale capitolino il 24 febbraio e di quello regionale del Lazio alla vigilia dell’apertura dei lavori. Le modifiche della Costituzione sono d’altronde soggette alla doppia lettura in ciascuno dei due rami del parlamento e al possibile ricorso al referendum confermativo nel caso non venissero raggiunte le previste maggioranze qualificate dei due terzi dei componenti. A prescindere da un eventuale scioglimento anticipato delle Camere, alla fine della legislatura mancano appena due anni e non residua quindi molto tempo per portare a compimento l’impresa, anche a causa dei noti fattori esterni legati all’epidemia da Covid.

Oggi Virginia Raggi è il sindaco metropolitano di Roma. La Città metropolitana incarna uno degli enti territoriali contemplati a seguito della riforma costituzionale varata vent’anni fa, mentre nelle regioni a statuto ordinario dal primo gennaio 2015 segue la disciplina di ente di area vasta in sostituzione delle province. Quella di Roma incorpora la Capitale e altri 120 Comuni. In questa sua veste la Raggi è dunque il sindaco della città di Roma e, per dirla con parole povere, il “presidente” della (ex) Provincia.

Le premesse fanno capire l’entità della partita. In ballo ci sono parecchi soldi, a cominciare dal Recovery Fund: si parte dai 9 miliardi di euro inseriti nell’ultima bozza del governo Conte, ritenuti tuttavia insufficienti dalla sindaca che ne chiede almeno 25.

L’urgenza di dare a Roma poteri e stanziamenti propri poggia su una serie di valutazioni oggettive, anche sulla scorta di importanti precedenti europei. La Capitale non è del resto una città qualsiasi (iniziative analoghe dovrebbero comunque riguardare pure Milano e Napoli), tanto più che sono anni che si discute della sua autonomia. In un passato non molto lontano venne persino avanzata la proposta di suddividere il Lazio in tre microregioni: Roma, Lazio Nord, dove sarebbe finita Rieti con Viterbo, e Lazio Sud, composta da Frosinone e Latina.

Nelle intenzioni dei proponenti la nuova architettura normativa servirà a governare meglio Roma, che mostra ormai i segni di un declino per certi versi inarrestabile. Qualcuno la interpreta addirittura come l’ultima spiaggia per tentare di invertire la tendenza e restituire la città, se non agli antichi fasti, quantomeno a una condizione di accettabile decenza. Ma quali ripercussioni avrebbe una trasformazione del genere sui capoluoghi circostanti? In prima battuta verrebbe spontaneo considerare favorevolmente un incremento dei servizi in senso ampio. Accedere con speditezza e senza vincoli eccesivi ai finanziamenti per il trasporto pubblico locale farebbe ad esempio accrescere in maniera netta la qualità della vita dei tanti pendolari che la frequentano (nell’ultimo rapporto Pendolaria 2021 di Legambiente la linea ferroviaria più affollata in Italia risulta proprio la Fara Sabina-Fiumicino, con 81.500 passeggeri al giorno). In linea generale, una Roma dinamica e accogliente potrebbe convogliare energie in uscita, di cui però i territori a confine dovrebbero essere pronti ad approfittare. E non è detto che Rieti lo sia.

Secondo tutti gli indicatori, la nostra è la provincia in maggiore difficoltà all’interno di una regione fortemente romanocentrica. La Capitale ha da sempre sovrastato i comprensori limitrofi, fagocitandone spesso le chance di sviluppo. La stessa organizzazione burocratico-amministrativa ricalca un assetto dominato dal gigantismo di Roma a spese degli altri capoluoghi, costretti a ruoli ancillari e privati sovente dei talenti migliori assorbiti da contesti più ampi e ricchi di opportunità.

A cominciare dall’università per finire ai centri di eccellenza in campo economico, culturale, scientifico e artistico, nessuna delle quattro province è in grado di reggere la concorrenza con Roma. La soluzione prevalente praticata finora ha visto le periferie acconciarsi a satelliti per beneficiare degli effetti indotti garantiti dalla vicinanza con la Città eterna. Un modo per certi aspetti utilitaristico per vivere di luce riflessa, ma in diversi passaggi un po’ troppo sbilanciato per mancanza di iniziative.

L’elenco delle “cose” perse da Rieti è lungo: la Scuola allievi ufficiali, la Banca d’Italia, l’aeroporto, l’Archivio notarile, la sede distaccata del Tribunale di Poggio Mirteto, solo per citarne alcune senza menzionare le grandi industrie. È invece scarno quello delle conquiste significative, sostanzialmente circoscrivibili al polo accademico della Sabina Universitas, creato in città grazie a un accordo con la Sapienza e poi allargato alla viterbese Tuscia.

Una Roma più potente deve allora spingere realtà come il Reatino al massimo sforzo per intercettare le occasioni offerte dalla ventilata condizione di primazia di diritto, che si andrà a sostituire anche formalmente a quella odierna di fatto.

La sfida non si presenta semplice. I vincoli dimensionali e i limiti infrastrutturali rimangono ostacoli difficili da superare, almeno nel breve e nonostante qualcosa si stia finalmente muovendo sull’ammodernamento della Salaria.

Le conseguenze sul sistema economico locale della pandemia sono ancora tutte da contabilizzare, ma si annunciano piuttosto pesanti senza un concreto cambio di prospettiva. L’ultima polemica sollevata dal presidente di Confcommercio Leonardo Tosti sull’ipotesi di recupero dell’ex Zuccherificio e delle altre aree industriali dismesse in città suona davvero indicativa. Pur di porre rimedio a una situazione di intollerabile degrado, il sindaco Antonio Cicchetti ha di recente dato quasi per scontato che l’unica via ragionevolmente percorribile sia il progetto dell’attuale proprietà che prevede l’area dominata da un grosso supermercato e vari interventi a contorno con zone destinate a verde e a pubblica utilità. Contro questa idea i commercianti reatini si battono fin dai tempi della sua prima diffusione utilizzando argomenti certo egoistici (la grande distribuzione è evidentemente la peggior nemica dei negozi al dettaglio) e tuttavia fondati su dati incontrovertibili, come il saldo negativo in termini di occupati, la mancata valorizzazione delle produzioni locali, la concentrazione di quote di mercato e il conseguente ristagno nella circolazione della ricchezza.

Fatte salve le competenze del Consiglio comunale, in questo dibattito hanno ragione entrambi: il sindaco che si arrende alla realpolitik e l’imprenditore che difende le ragioni della categoria di appartenenza, cercando però di alzare lo sguardo oltre la linea dell’orizzonte. Adesso occorre scegliere: in un tornante della storia come quello che stiamo affrontando, forse un po’ di visione non guasterebbe.

 

14-03-2021

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